Perché così tanti attentati in Turchia?

Perché così tanti attentati in Turchia?

Alla base ci sono dinamiche politiche internazionali e di esercizio del potere

    Perché accadono così tanti attentati in Turchia? Cosa sta succedendo nel Paese guidato dal presidente Recep Tayyip Erdogan? Perché lo Stato Islamico ha deciso di colpire con perseveranza quello che fino a pochissimo tempo fa era considerata come la nazione di confine tra Europa e Medio Oriente più stabile e ”pacificata”? I motivi sono diversi e diverse le interpretazioni, ma alla base ci sono dinamiche politiche e di esercizio del potere che vedono diversi attori in gioco. Primi fra tutti il Califfo dello Stato Islamico e il presidente della Turchia, un tempo ”uniti” in comuni interessi, e ora sempre più lontani.

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    L’attentato di martedì 28 giugno all’aeroporto di Istanbul, che ha causato la morte di 42 e il ferimento di centinaia di persone, è il settimo attacco terroristico avvenuto in una città turca dall’inizio dell’anno 2016.
    Il 7 giugno scorso un’autobomba era esplosa sempre a Istanbul al passaggio di un autobus della polizia nei pressi di un commissariato nel quartiere centrale di Beyazit. I morti furono 12.
    Il 27 aprile una kamikaze donna aveva provocato 13 feriti a Bursa, vicino alla Grande Moschea e al bazar, dopo che si era fatta esplodere.
    Il 19 marzo un altro kamikaze si era fatto esplodere provocando cinque morti e 36 feriti sul viale Istiklal, vicino piazza Taksimin, una delle zone dello shopping di Istanbul. L’attentatore fu identificato in un militante turco dell’Isis: Savas Yildiz, di 33 anni, originario di Adana nel sud del Paese.
    Una settimana prima 39 persone sono morte in un attentato a un convoglio militare nel centrale quartiere di Kizilay ad Ankara.
    Sempre ad Ankara furono 29 i morti in seguito a un’autobomba fatta esplodere il 17 febbraio.
    E il 12 gennaio un kamikaze si fece esplodere a Sultanahmet, vicino alla Moschea Blu e al Topkapi Palace. Morirono 12 turisti tedeschi e 16 rimasero feriti.

    Istanbul, l’antica Costantinopoli, è una città dal valore simbolico elevato e particolare, citata da Maometto, e presa di mira dallo Stato Islamico per colpire al cuore l’ex alleato Erdogan, colpevole agli occhi del Califfo di avere abbandonato la causa islamica, stringendo accordi con Stati Uniti (che, ricordiamo, hanno bombardato in questi mesi luoghi nevralgici per l’approvvigionamento di denaro da parte di Isis, come pozzi e cisterne di petrolio) e rendendo l’attività dei fondamentalisti un po’ più difficile. L’Isis ha usato a lungo la Turchia per contrabbandare petrolio e per far passare in Siria e in Iraq tutto quello che gli pareva dalle frontiere colabrodo: foreign fighters, armi e soldi, ad esempio. Quando ha capito che Erdogan stava stringendo accordi con gli Stati Uniti e l’esercito turco aveva preso il controllo dei valichi usati dalle reclute per raggiungere la Siria, combattendo fianco a fianco ai curdi che guidano l’offensiva contro Raqqa, hanno deciso di promuovere questa campagna di sangue contro la Turchia, per colpirla e isolarla dal resto del mondo: ecco perché è stato scelto l’aeroporto internazionale di Istanbul, per distruggere il turismo e l’economia del Paese

    Erdogan, quindi, già dal 2011 aveva appoggiato i gruppi di ribelli che combattevano contro il presidente siriano Assad, per rovesciarne il regime, e molti erano jihadisti dell’Isis. Il suo interesse era anche eliminare i curdi, minoranza che chiede indipendenza e autonomia, e che Erdogan pensava di spazzare via grazie ai seguaci del califfato, ”prendendo due piccioni con una fava”. La decisione di non appoggiare più i jihadisti dello Stato Islamico, di aumentare i controlli al confine, di smantellare reti di reclutamento, unita al fatto di lasciare che gli americani avanzassero facendo arretrare i jihadisti in Siria, in Iraq e in Libia, ha scatenato il malcontento tra i miliziani con la bandiera nera, che hanno deciso di dare un segnale al presidente turco. Soprattutto dopo l’apertura delle relazioni diplomatiche con Israele all’insegna di una maggiore cooperazione politica, diplomatica e economica (vedi il passaggio di gas israeliano verso l’Europa attraverso al Turchia), e le scuse ufficiali a Vladimir Putin a proposito dell’aereo da combattimento russo Su-24 abbattuto da un jet F-16 turco nel novembre 2015. Segnali di un chiaro abbandono della causa del Califfato.

    Stando alle previsioni formulate dagli esperti dell’Institute for the study of war, la campagna del Califfato è destinata a intensificarsi: si punta a reclutare kamikaze tra i rifugiati siriani e spingere gruppi fondamentalisti turchi ad armarsi contro Erdogan, continuando la rappresaglia contro obiettivi civili turchi.

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