Cosa sta succedendo in Turchia

Cosa sta succedendo in Turchia

Il governo conservatore di Erdogan, l'Isis e la questione curda alla base dell'instabilità

    Cosa sta succedendo in Turchia

    Cosa sta succedendo in Turchia? Da oltre un anno si susseguono cadenzati gli attentati di natura terroristica che provocano morti e feriti tra la popolazione civile e talvolta militare. Il governo di Recep Erdogan, da quando si è insediato ha dovuto fare i conti con le contestazioni degli oppositori, molto spesso finite nel sangue. Come si è arrivati alla spirale di violenza continua degli ultimi mesi? Il quadro politico e sociale è piuttosto complicato, anche perché oltre alle questioni interne non risolte, ovvero lo scontro del governo turco con i curdi e con il PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan), la Turchia si trova in qualche modo protagonista della guerra in Siria, paese con il quale confina. Sono dunque tanti i fattori che hanno contribuito alla situazione attuale, vediamoli nel dettaglio.

    A fare una fotografia della situazione attuale, a poche ore dall’attentato del 28 giugno 2016 all’aeroporto Ataturk di Istanbul, che ha provocato 37 morti e centinaia di feriti ci ha pensato Francesco Boccia, presidente della commissione Bilancio della Camera, che in diretta ad Agorà, su RaiTre ha riassunto: ”Il numero così alto di attentati in Turchia, 9 dall’inizio dell’anno, rappresenta ormai la guerra permanente dell’Isis al Paese dei curdi. È evidente il tentativo di destabilizzare la Turchia e, comunque, di combattere in forme diverse il popolo curdo, l’unico che combatte sul terreno in Siria a viso aperto contro di loro. La Turchia non va lasciata sola, l’Europa deve stringersi intorno al popolo turco e fronteggiare con maggior unità questa gravissima emergenza democratica che riguarda tutti, nessuno escluso”.

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    Lo scontro interno alla Turchia con i Curdi si fa sempre più evidente, ad esempio le responsabilità di un altro recente attentato nel centro di Ankara del 13 marzo 2016 è stata attribuita ai curdi del PKK. C’è da specificare che solo un giorno prima, il 12 marzo, l’esercito turco ha fatto sapere di avere ucciso 67 militanti curdi in raid aerei su campi e depositi di munizione nel nord dell’Iraq. I jet, fanno sapere le forze di Ankara, hanno preso di mira siti a Qandil, Metina, Avasin, Haftanin e Basyan usati dal Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk). E il giorno dopo l’esplosione dell’autobomba nella capitale turca, aerei da guerra turchi si sono alzati per bombardare nuovamente campi del (Pkk) nel nord dell’Iraq. La crisi che avvolge la Turchia ha dunque una delle sue principali cause nella ripresa dello scontro con il PKK che storicamente combatte contro il governo turco per ottenere l’autonomia dei curdi. Dopo una tregua durata due anni, lo scontro è ricominciato lo scorso luglio, dopo che Erdogan appoggiato dal suo governo conservatore (Partito per la Giustizia e lo Sviluppo) aveva deciso di bombardare alcuni campi del PKK nel nord dell’Iraq, spacciandola per un’operazione militare contro l’ISIS. Da allora Erdogan ha messo in galera centinaia di persone accusate di essere membri del PKK.

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    La Turchia è stata accusata a lungo di lasciare liberi di fare i jihadisti dello Stato Islamico, permettendo ad esempio il passaggio di foreign fighters dal suo confine con la Siria, pur di indebolire i curdi.

    Lungo il confine nord della Siria, infatti è nato un nuovo insediamento: il Kurdistan siriano, i cui leader sono legati al PKK e ai curdi turchi. Va ricordato che la Turchia, membro della NATO e alleata dell’Unione Europea e degli Stati Uniti, nella guerra in Siria dunque sostiene di fatto i ribelli che combattono contro il regime di Assad e contro i curdi. Con il dichiarato scopo di sconfiggere lo Stato Islamico, la Turchia è entrata nel mirino dei jihadisti.

    Gli analisti della situazione geopolitica in Turchia spiegano che buona parte della responsabilità di ciò che sta accadendo è stata causata direttamente o come conseguenza delle scelte effettuate dal presidente Erdogan. È stato lui infatti a scegliere di impiegare i jihadisti per andare contro Assad in Siria piuttosto che pacificarsi con i curdi (anche per motivi elettorali). Lo ha affermato lo stesso re di Giordania Abdullah quando ha dichiarato in una recente intervista: ”Erdoğan crede che l’islamismo radicale possa essere la soluzione ai problemi della regione”.

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