Elezioni in Spagna, il partito Popolare di Rajoy primo ma senza numeri per governare da solo

Elezioni in Spagna, il partito Popolare di Rajoy primo ma senza numeri per governare da solo
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    Elezioni in Spagna, il partito Popolare di Rajoy primo ma senza numeri per governare da solo

    L’esito delle elezioni in Spagna conferma lo stallo che da mesi domina il paese. Il partito Popolare (PP) del premier Mariano Rajoy si riconferma il primo partito spagnolo ma non riesce ad ottenere nuovamente la maggioranza assoluta per poter governare da solo, gettando così la Spagna in un periodo di stallo politico così come accaduto dopo le politiche del 20 dicembre. A grande sorpresa, sono stati clamorosamente smentiti i sondaggi e gli exit poll che davano l’UP (Podemos insieme a Izquierda Unida) davanti ai socialisti del Psoe e una possibile maggioranza di sinistra in Congresso.

    Il Partito Popolare del premier uscente Mariano Rajoy ha vinto le elezioni politiche spagnole con il 33% e 137 seggi su 350 nel Congresso dei deputati. Lo si apprende dai dati del ministero dell’Interno. Secondo il Psoe con il 22,69% e 85 deputati, seguito dall’alleanza di Podemos con Izquierda Unida al 13,36% con 45 seggi e da Ciudadanos con il 13,03% e 32 deputati. Nessuno quindi ha raggiunto la maggioranza assoluta di 176 seggi: a distanza di sei mesi il paese è ancora in stallo e, anche questa volta, qualcuno dovrà cedere e formare il governo aprendosi alle alleanze.

    Già a metà scrutinio, il segretario politico e responsabile della campagna di Unidos Podemos, Inigo Errejón, è intervenuto riconoscendo che “non si tratta di buoni risultati né per l’alleanza Unimos Podemos né per la Spagna stessa”.


    I seggi hanno aperto alle 9:00 di domenica mattina per raccogliere i voti di oltre 36,5 milioni di spagnoli per eleggere i 350 deputati del Congresso dei Deputati e i 208 del Senato. Nonostante i molteplici appello al voto da parte dei leader del partito, l’affluenza registrata alle 18 era del 51,2% degli elettori, sette punti in meno rispetto al 20 dicembre alla stessa ora e la più bassa di tutta la democrazia. In salita nelle ultime ore, fino al 69,7%, molto simile a quella dello scorso 20 dicembre. Vanno considerati però, sottolineano gli analisti, i 197.245 nuovi elettori che in questi sei mesi hanno compiuto 18 anni. L’affluenza è stata particolarmente bassa a Madrid e in Catalogna.


    I giochi ora sono nuovamente aperti. Dopo il sogno infranto di Podemos di poter governare con una maggioranza di sinistra, ora la partita torna in mano ai popolari, vincitori per la seconda volta. In questo mese di campagna elettorale Rajoy ha continuato a proporre l’ipotesi da sempre sostenuto, quella di una Gran Coalicion con i socialisti e Ciudadanos, in modo da garantire la governabilità del Paese. Il leader socialista Pedro Sanchez aveva sempre rifiutato. Da soli, popolari e Ciudadanos arrivano ora a 168 deputati, ancora lontani dalla maggioranza assoluta di 176 seggi del Congresso. Ancora più difficile, come scrive El Pais, un’alleanza tra Psoe e Podemos, che di sicuro non arrivano insieme alla maggioranza assoluta senza i voti delle minoranze, come i nazionalisti baschi del Pnv (5 seggi) o gli indipendentisti catalani di Cdc e Erc (17 deputati).


    Il 26 giugno la Spagna ha votato a sei mesi dalle ultime elezioni, tenutesi a dicembre 2015. La decisione di re Filippo VI è stata obbligata: per la prima volta nella storia della recente democrazia iberica, il bipartitismo destra-sinistra non ha funzionato. Come nel periodo di transizione tra dittatura e democrazia (1978-1982), si sarebbe dovuto formare un governo di coalizione, ma nessuno è riuscito nell’impresa. A cambiare le carte in tavola è stato l’ingresso di nuovi partiti che hanno cambiato la scena politica, rendendo obsoleta la storica divisione Popolari vs Socialisti. I due grandi partiti, il Partito Popolare (PP) dell’attuale premier Mariano Rajoy, e il Partito Socialista (PSOE) di Pedro Sánchez, si trovano a guardare quasi impotenti l’ascesa di nuove formazioni, a partire da Podemos di Pablo Iglesias e Ciudadanos di Albert Rivera. Cosa sta succedendo in Spagna ormai da mesi, e chi sono i partiti che si sono sfidati in queste elezioni? Facciamo un po’ d’ordine.

    L’attuale situazione è una novità per la politica spagnola, abituata all’alternanza tra due grandi partiti, popolare e socialista. Anche il sistema elettorale spagnolo, proporzionale e con sbarramento al 3 percento, mira a dare meno potere possibile ai piccoli partiti, in nome della stabilità e dell’alternanza.

    Quello che è successo in Parlamento è figlio della situazione economica e sociale: gli indignados di Puerta del Sol sono diventanti grandi e si sono evoluti da movimenti di protesta a veri partiti che hanno colto il moto di scontento e sono entrati in Parlamento.

    Spanish Foreign Policy meeting

    Mariano Rajoy


    In Spagna è accaduto quello che è avvenuto in Italia nel 2013, quando le elezioni furono non vinte dal PD, il M5S di Beppe Grillo fece il boom e Silvio Berlusconi, dopo 4 legislature e 20 anni al potere, venne azzoppato. La differenza è che da noi, nel bene e nel male, si è riusciti a formare un governo di larghe intese (poi diventato di “medie intese” con l’addio al Patto del Nazareno). Nella penisola iberica nessuno ha voluto cedere, né Rajoy del PP, che ha vinto le elezioni ma senza ottenere la maggioranza, né Sanches del PSOE, nemmeno Iglesias, leader di Podemos. A loro si aggiungono i centristi di Ciudadanos, formazione di centro anti casta nata nel 2006 guidata da Albert Rivera, da molti ritenuti la risposta moderata a Podemos.

    Lo scenario è questo: due partiti tradizionali in crisi, due nuove formazioni in forma ma troppo giovani e nessuno in grado di formare un governo.

    PEDRO SANCHEZ DELIVERS A PRESSER AFTER HIS MEETING WITH THE KING

    Pedro Sanchez


    Oltre agli scandali dei mesi passati, sul PP dell’attuale premier è calato l’ennesimo scandalo che tocca questa volta i massimi vertici del potere, con il ministro delI’Interno Jorge Fernández Díaz nell’occhio del ciclone per alcune telefonate con il direttore della Oficina Antifraude en Cataluña (l’equivalente della nostra Autorità anti Corruzione) Daniel de Alfonso. Secondo quanto scrive Publico, il quotidiano che il 21 giugno ha pubblicato le intercettazioni, il ministro avrebbe chiesto di fabbricare dei dossier per colpire gli avversari politici. Accuse rimandate al mittente da Rajoy che difende l’operato del suo ministro. “È sempre la stessa storia. A quattro giorni dalla fine della campagna elettorale qualcuno scava nel torbido per cercare del fango“, ha dichiarato in un’intervista a Onda Cero.


    Negli ultimi sei mesi, destra e sinistra hanno provato a formare un governo di larghe intese, ma nessuno è riuscito nell’impresa. Il primo a provarci è stato il PP di Rajoy che, a livello assoluto, ha vinto le elezioni (ma ha perso quasi 3 milioni e mezzo di voti) senza ottenere la maggioranza dei seggi; Ciudadanos sarebbe stato il suo alleato “naturale” ma non ha ottenuto abbastanza seggi per garantire a governabilità. In più Rivera ha chiesto un passo indietro a Mariano Rajoy perché non si ricandidasse alla Moncloa, soprattutto per i numerosi casi di corruzione scoppiati nel partito. Il premier non ha voluto cedere e ha rimesso il mandato.

    LEADER OF PODEMOS PARTY IN PRESS CONFERENCE

    Pablos Iglesias

    La palla è passata a Sanchez che ha ricevuto l’incarico di formare il governo a febbraio. Alle elezioni di dicembre, i socialisti hanno avuto un crollo vertiginoso e hanno ottenuto 90 seggi, troppo pochi anche per governare con i 40 di Ciudadanos (la maggioranza è di 176). Le due formazioni hanno comunque siglato un accordo e i socialisti, per la prima volta nella loro storia, si sono aperti al centro. Risultato? Podemos, che si era accordato per dare la fiducia a Sanchez premier con un appoggio esterno, ha rotto il patto e tutto è saltato.

    Leader of Ciudadanos Party in press conference

    Albert Rivera

    Si è così arrivati ai giorni nostri, con nuove elezioni per il 26 giugno e uno stallo che sarà difficile da sciogliere. Il primo a provarci è Podemos che il 9 maggio ha annunciato un pre accordo con Izquierda Unida, Equo e altre formazioni della sinistra radicale. Il partito nato dalle proteste del 2011 ha sempre dichiarato di non avere una precisa connotazione politica, fino a oggi. “Ho sempre votato Izquierda Unida”, ha dichiarato Iglesias dopo il simbolico abbraccio con Alberto Garzon, festeggiato anche sui social.

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    SCRITTO DA PUBBLICATO IN ElezioniElezioni in SpagnaEuropaMondoSpagna Ultimo aggiornamento: Lunedì 27/06/2016 09:51
     
     
     
     
     
     
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