Brexit, la Gran Bretagna è fuori dall’UE: cosa succede ora?

Brexit, la Gran Bretagna è fuori dall’UE: cosa succede ora?

La Gran Bretagna saluta l'Europa ma rischia di spaccarsi

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    Brexit, la Gran Bretagna è fuori dall’UE: cosa succede ora?

    La Gran Bretagna è fuori dall’Unione Europea dopo la vittoria del fronte del Leave per l’uscita dall’UE al referendum sulla Brexit. Il paese ora deve affrontare le conseguenze di questa scelta, politiche ed economiche a iniziare dallo sfaldamento del Regno Unito. Scozia e Irlanda del Nord, dove hanno prevalso i Remain (i voti per rimanere in Europa), hanno infatti minacciato di uscire dalla Gran Bretagna. Da parte delle istituzioni europee è arrivata la chiusura a ogni negoziato che non sia quello per l’uscita definitiva: il popolo britannico ha scelto di non far più parte dell’Europa, la decisione è irreversibile e ora bisogna fare in fretta per non far durare a lungo questo periodo di incertezza. I tempi saranno lunghi, non meno di due anni, ma le cose cambieranno. Cosa succede ora? Vediamolo insieme.

    Due le cose da chiarire. Il referendum sulla Brexit è di tipo consultativo, cioè è servito per chiedere un parere al popolo britannico. A livello legale non ha quindi alcun valore, pur avendo un valore politico enorme. Ora la palla passa al Parlamento e alle istituzioni britanniche che dovranno ratificare la decisione e far partire l’iter ufficiale.

    L’uscita dall’Europa sarà ufficiale solo al termine degli accordi con l’Unione Europea per i quali ci vorranno come minimo due anni (e forse molti di più): fino ad allora non cambierà nulla e la Gran Bretagna farà ancora parte dell’Europa, almeno a livello formale. Ciò non ha impedito a Isis di alimentare la propaganda anti europea lanciando nuove minacce proprio all’indomani dell’esito del referendum.

    Il processo per l’uscita dall’Unione Europea non è immediato. La prima tappa per l’uscita dall’UE è la richiesta di attivazione dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona che regola l’addio di un paese all’unione. Il governo inglese, nella persona del primo ministro, inoltra la richiesta al Consiglio Europeo che fa partire le trattative per gli accordi, da concludere con una votazione a maggioranza qualificata. Anche il Parlamento Europeo deve votare gli accordi che riguardano i nuovi rapporti tra UK e gli altri 27 paesi europei. Fatto questo, l’uscita è ufficiale.

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    Molto lenti. Secondo l’articolo 50 ci possono volere fino a due anni per ratificare l’uscita dall’UE. A ciò si aggiunge un altro problema: David Cameron si è dimesso e ha rimandato a ottobre la nomina di un nuovo leader dei conservatori, chiarendo che non sarà lui a guidare l’uscita del paese dall’Unione Europea. I tempi si allungano già in partenza, visto che per almeno sei mesi sarà difficile far partire la richiesta.

    Una prima conseguenza della Brexit è la spaccatura all’interno del Regno Unito. Scozia e Irlanda del Nord, insieme a Londra, hanno votato in massa per rimanere nell’Unione Europea e hanno tutta l’intenzione di rimanerci. A dirlo chiaro e tondo è stata la premier scozzese Nicola Sturgeon che ha dichiarato di aver fatto partire le pratiche per indire un secondo referendum per l’indipendenza della Scozia, due anni dopo il primo tentativo. Stessa situazione (ma più complessa a livello politico) in Irlanda del Nord dove la maggioranza ha votato per rimanere nell’UE. Il voto sulla Brexit potrebbe spingere il paese, devastato da decenni di guerra civile, a chiedere un referendum per dare l’addio alla Gran Bretagna e rimanere nell’Unione, magari come una sola nazione irlandese.

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    Le prime conseguenze sull’economia inglese sono state negative. La borsa di Londra è in profondo rosso, la sterlina è ai minimi storici e la Banca Centrale d’Inghilterra ha già attivato le misure extra per frenare il primo impatto devastante sull’economia e la finanza. La prima reazione è stata di panico generale perché si tratta di una situazione nuova e mai vista prima (la Gran Bretagna è il primo paese a lasciare l’UE). Difficile sapere cosa accadrà, anche se le previsioni nel breve e medio periodo non sono rosee. Si parla infatti di almeno un milione di posti di lavoro a rischio, tra cui quelli di moltissimi italiani residenti nel Regno Unito, della fuga di capitali all’estero da parte degli investitori e delle possibili speculazioni finanziarie in un paese dove la Borsa e l’alta finanza giocano un ruolo fondamentale. Tra l’altro, uno dei primi effetti potrebbe riguardare gli stage dei giovani nella City, diretti verso altre piazze come New York o le asiatiche per farsi le ossa nel mondo della finanza.

    Con il voto sulla Brexit (e dopo tutto l’iter ufficiale), l’Unione Europea sarà formata da 27 paesi. Il Regno Unito sarà cancellato dalle cartine politiche della UE così come già è avvenuto per la Norvegia e la Svizzera, due paesi che non fanno parte dell’unione politica pur avendo rapporti speciali con i paesi dell’Unione. Quali saranno i rapporti tra la Gran Bretagna e l’Europa è ancora da capire.

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    Di fatto, da oggi gli europei che risiedono nel Regno Unito diventano cittadini stranieri. I danni maggiori arriveranno per chi ha lasciato il proprio paese d’origine e si è trasferito in Gran Bretagna per lavoro o studio: sono circa 2 milioni gli europei che vivono nel Regno Unito e che rischiano ora di perdere diritti fondamentali.

    Stesso discorso va fatto anche per i cittadini britannici che vivono e soggiornano in Europa e che da ora sono diventati extracomunitari. Niente più parità di accesso ai servizi di welfare in Europa per i sudditi di Sua Maestà, almeno sulla carta. Cosa succederà alla libera circolazione delle persone sarà deciso nei trattati d’uscita tra Bruxelles e Londra.

    Per i lavoratori italiani cambieranno molte cose e probabilmente in peggio. Ci dovranno essere nuovi accordi tra il nostro paese e la Gran Bretagna, ma il rischio è reale. La perdita dei posti di lavoro, dicono le previsioni, toccherà in particolare i non britannici tra cui i circa 600mila italiani che vivono lì di cui 300mila solo a Londra. Una delle ipotesi è che si dovrà tornare al periodo pre UE. Questo comporta che per rimanere in UK si dovrà avere un visto di lavoro (“visa” in inglese), da rinnovare ogni due-tre anni od ogni cinque, a seconda dell’accordo che si può prendere con il datore di lavoro.

    Niente più accesso al welfare per gli italiani residenti in Gran Bretagna, almeno in teoria. Anche qui tutto dovrebbe essere legato al permesso di lavoro e al reddito e chi perde il lavoro rischia di essere espatriato. Una soluzione è chiedere la cittadinanza: chi è residente e paga le tasse da almeno 5 anni può fare richiesta e ottenere così la doppia cittadinanza inglese e italiana, con tempi di almeno un anno e un costo di circa mille sterline.

    Per chi vuole cercare lavoro in Gran Bretagna ora sarà tutto più difficile, visto che senza un permesso di lavoro non si potrà risiedere nel paese. Si dovrà quindi cercare un’occupazione dall’Italia, tenere colloqui e superare le diverse fasi pre assunzione da casa e, solo una volta ottenuto, trasferirsi.

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    Cosa succederà al mondo imprenditoriale italiano è ancora difficile da dire. Nel 2015 l’Italia ha venduto 22.5 miliardi di merci al Regno Unito e ne ha importate 10.6 miliardi: Secondo uno studio della Sace, l’uscita della Gran Bretagna dall’Europa porterà serie conseguenze all’export italiano, con un calo del -7% (1,7 miliardi), in particolare per il settore della meccanica strumentale (-18%), mentre quello agroalimentare potrebbe persino crescere del 6%. Anche in questo caso bisognerà vedere quali accordi si stringeranno tra i due paesi. Di certo, una sterlina debole non aiuterebbe gli acquisti dall’Italia.

    A pagarne le conseguenze saranno gli studenti italiani in Gran Bretagna e tutto il mondo accademico. Finora, i giovani europei pagavano le stesse rette dei colleghi britannici di circa 9mila sterline (per un corso di laurea), avevano accesso alla sanità e potevano ottenere un prestito statale per pagarsi gli studi. Ora tutto questo non c’è più. Le rette potrebbero aumentare fino a 32mila sterline, non ci sarebbe più l’accesso al welfare e al piano di prestiti: solo i più ricchi potrebbero permettersi di studiare in Inghilterra.

    A rischio anche i programmi dell’Erasmus e tutti i fondi europei per la ricerca: il flusso di denaro dall’Europa alla Gran Bretagna si interromperebbe con pesanti ripercussioni per ricercatori e professori italiani che da anni lavorano nelle università inglesi.

    Difficile dire ora cosa accadrà per il settore dei viaggi. In linea teorica, la Brexit ha bloccato la libera circolazione delle persone da e per la Gran Bretagna. Per recarsi oltremanica potrebbe essere necessario avere il passaporto e chiedere un visto per turismo (che potrebbe essere usato anche da chi cerca lavoro in loco), ma i nuovi accordi potrebbero non renderli necessari. Nel caso, aumenterebbero le code per i controlli in aeroporti e alle stazioni di St Pancras dove arrivano gli Eurostar da Parigi e Bruxelles. Un effetto positivo per i turisti italiano potrebbe arrivare dal calo della sterlina che renderebbe molto più forte il cambio con l’euro, anche se le tariffe dei voli potrebbero aumentare e di molto (sono le leggi europee ad aver calmierato i prezzi e garantito il successo delle low cost).

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    A rischiare di perdere il posto di lavoro potrebbero essere anche molti inglesi. Non dimentichiamo che i fondi UE vengono usati per realizzare infrastrutture o per nuovi progetti d’impresa: senza i soldi europei molti progetti potrebbero fermarsi e le aziende essere costrette a licenziare. A rischio c’è anche un settore chiave per l’economia inglese, la finanza. Molte grande banche internazionali e operatori finanziari hanno già dichiarato che delocalizzeranno le sedi inglesi, abbandonando la City per altre capitali europee: JPMorgan, che dà lavoro a oltre 16mila persone nel Regno Unito, potrebbe licenziare tra le mille e le 4mila persone, Morgan Stanley prevede di trasferire in altre nazioni europee mille dei 6mila lavoratori che ha nel Regno Unito, 1.600 i posti di lavoro di Goldman Sachs che direbbero addio all’UK.

    Tanti i rischi per i cittadini britannici che vivono in Europa (1,4 milioni di persone di cui 25mila in Italia). Con l’addio all’Unione Europea rischiano di diventare cittadini extracomunitari a tutti gli effetti e quindi soggetti alle leggi di ogni singolo paese. Per soggiornare in UE sarà così necessario avere un permesso di lavoro e non si avrà più accesso alla sanità, a meno di accordi bilaterali come quelli con la Francia. I due paesi hanno infatti stipulato un accordo che dà ai cittadini britannici libero accesso alla sanità francese ma con costi sostenuti da Londra (il che significa più spese per il welfare in patria). Stipendi e pensioni potrebbero diventare impalpabili con una sterlina debole nei confronti dell’euro.

    Anche i funzionari britannici che lavorano per le istituzioni europee potrebbero avere molti problemi, visto che ora la loro presenza non è più necessaria: tra questi ci sono i 73 eurodeputati che siedono in Parlamento Europeo, tra cui lo stesso Nigel Farange. In particolare, Londra ha già rinunciato al suo commissario europeo, Jonathan Hill, responsabile della stabilità finanziaria, dei servizi finanziari e dell’Unione dei mercati dei capitali, che ha dato le dimissioni il giorno dopo il voto.

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    SCRITTO DA PUBBLICATO IN BrexitDavid CameronEuropaInghilterraLondraMondoNigel FarageRegno UnitoScozia Ultimo aggiornamento: Lunedì 27/06/2016 12:07
     
     
     
     
     
     
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