Brexit: cosa significa e cosa si vota nel referendum sull’Europa

Brexit: cosa significa e cosa si vota nel referendum sull’Europa

Su cosa dovranno decidere gli inglesi il prossimo 23 giugno

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    Brexit: cosa significa e cosa si vota nel referendum sull’Europa

    Sono giorni decisivi per la Gran Bretagna e per l’Europa. Il 23 giugno gli inglesi saranno chiamati a votare il referendum sulla Brexit per decider se rimanere o meno nell’Unione Europea. I due schieramenti sono all’opera da tempo per convincere gli elettori della bontà della loro causa, cercando di parlare alla testa degli elettori prima che alla pancia. Il voto è estremamente importante non solo per il futuro della Gran Bretagna ma anche per quello dell’intera Europa che potrebbe perdere un membro fondamentale dell’Unione. Le Borse hanno registrato le paure degli investitori chiudendo per giorni in rosso alla sola idea che vincano i sì: vediamo di capire esattamente cosa significa Brexit e cosa si vota al referendum del 23 giugno.

    Saranno circa 50 milioni i britannici chiamati a votare sul referendum del 23 giugno sulla cosiddetta Brexit: la campagna elettorale nel paese si infiamma ogni giorno che passa. Vediamo nel dettaglio le informazioni essenziali sul voto

    Brexit è l’acronimo nato dall’unione di Britain (Gran Bretagna) ed Exit (uscita), creato per indicare l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea. La stessa cosa avvenne quando si prospettava l’uscita della Grecia dall’UE: allora si parlò di Grexit.

    lavoro brexit

    La campagna a favore della permanenza in UE. Foto “Britain Stronger IN Europe”

    NEI SONDAGGI AVANTI IL FRONTE ANTI UE

    Si vota per decidere se la Gran Bretagna debba rimanere nell’Unione Europea o se debba lasciarla. Il referendum è stato indetto dal primo ministro David Cameron dopo la vittoria alle elezioni del 2015 a fronte dell’avanzata dei partiti indipendentisti e anti UE come l’UK Independence Party (UKIP) di Nigel Farange e delle richieste arrivate dallo stesso partito conservatore. La Gran Bretagna ha deciso di entrare nell’Unione Europea con un referendum nel 1979 ma da allora l’unione è cambiata: da qui la richiesta di una nuova consultazione elettorale per dare la parola ai cittadini britannici.

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    A votare saranno circa 50 milioni di cittadini della Gran Bretagna, dell’Irlanda e dei 18 paesi del Commonwealth residenti nel Regno Unito, oltre ai cittadini inglesi residenti all’estero rimasti nelle liste elettorali negli ultimi 15 anni.

    vote leave

    La campagna per l’uscita dall’UE. Foto Vote Leave

    A differenza dei referendum italiani, dove si vota per il sì o per il no, gli elettori inglesi troveranno sulla scheda una domanda: ‘La Gran Bretagna deve rimanere nell’Unione Europea o deve lasciarla?‘. A seguire le due risposte: ‘Rimanere nell’Unione Europea‘ o ‘Lasciare l’Unione Europea‘. Gli elettori dovranno barrare la casella della risposta che vogliono votare. Per votare ci si dovrà recare nel seggio di appartenenza in una delle 382 circoscrizioni in cui è diviso il Regno Unito: 326 in Inghilterra, 32 in Scozia, 22 in Galles, 1 in Irlanda del Nord e 1 a Gibilterra. Si potrà votare anche per posta e online, registrandosi nell’apposita pagina web. Le urne saranno aperte dalle 7 del mattino fino alle 22.

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    Brexit, il primo ministro Cameron si spende per la permanenza nell'UE

    David Cameron in campagna per la permanenza in UE

    Il fronte del “rimanere in UE” è molto variegato ed è riunito nella campagna “Britain Stronger in Europe” (Gran Bretagna più forte in Europa). Tra i primi a spendersi a favore dello stato attuale è il premier David Cameron che ha indetto il referendum e che dovrà negoziare un nuovo accordo con l’Unione sia in un caso che nell’altro.

    Se gli inglesi voteranno per rimanere in UE, il primo ministro inglese ha già ottenuto da Bruxelles di cambiare alcuni aspetti del contratto di adesione, dando al Regno Unito uno status speciale diverso da quello degli altri 27 paesi. Le richieste strappate alle Commissioni, a partire dalla questione quote migranti, saranno valide solo in caso di vittoria. Il suo partito, i tories, hanno lasciato libertà di voto: alcuni esponenti si sono spesi per il fronte opposto, altri nomi di spicco appoggiano il premier, a partire da lord Stuart Rose, ceo di Mark & Spencer’s . Con loro ci sono i Labour, a partire dal leader Jeremy Corbin, i Lib Dem e le formazioni della sinistra. I maggiori big dell’industria inglese sono schierati a favore e si sono spesi per promuovere la causa dell’Unione Europea: il 55% dei membri della Camera di Commercio si è espresso a favore.

    Brexit, la campagna per l'uscita dall'EU del leader UKIP Nigel Farage

    Nigel Farange per il Vote Leave

    A sostegno della campagna per lasciare l’Europa (“Vote Leave”) c’è un fronte unito ispirato al mondo del conservatorismo in chiave anti UE. Troviamo l’UKIP di Farange, alcuni esponenti di spicco dei conservatori come l’ex sindaco di Londra, Boris Johnson, ma anche associazioni come i Farmers for Britain, Muslims for Britain e Out and Proud, associazione gay anti UE. Anche alcuni imprenditori di successo si sono schierati a favore. Il Sun, celebre tabloid britannico, si è dichiarato a favore del “Leave”.

    Sadiq Khan

    L’attuale sindaco di Londra Sadiq Khan a favore della permanenza in UE

    I temi chiave della campagna a favore della permanenza in UE sono stati riassunti i tre passaggi: un’economia migliore (fondi UE che vengono investiti in Gran Bretagna, più circolazione di persone e merci, un mercato più ampio), una leadership più forte (“Non pensiamo neanche a lasciare l’Onu e la Nato, perché dovremmo lasciar l’UE?“, si legge le programma) e una maggiore sicurezza, soprattutto sul piano della collaborazione tra polizie europee in chiave antiterrorismo.

    EU referendum

    L’ex sindaco di Londra Boris Johnson per l’uscita dall’UE

    La campagna per l’uscita dall’UE batte sul tema dell’indipendenza e del “riprendere il controllo“, mantra che viene ripetuto in ogni occasione. Il tema economico e dei costi per il mantenimento dell’Unione europea è altrettanto centrale, così come lo è la gestione dell’immigrazione. Si guarda con sfavore anche all’allargamento dell’Unione ai paesi dell’Europa dell’Est che porterebbero i confini europei vicini a paesi “a rischio” come la Siria.

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