Brexit, i rischi per l’Italia e l’Unione Europea

Brexit, i rischi per l’Italia e l’Unione Europea

Le conseguenze sull’economia e la finanza anche per il nostro paese

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    Brexit, i rischi per l’Italia e l’Unione Europea

    Con il termine Brexit si intende l’ipotesi di uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea su cui gli inglesi sono chiamati a votare il 23 giugno con un apposito referendum. Il Regno Unito potrebbe decidere di rimanere fuori dai confini politici dell’Unione Europea. Il premier David Cameron ha indetto il referendum in risposta all’ondata indipendentista che rischiava di travolgerlo alle elezioni del 2015. ”Combatterò per la Gran Bretagna, non accetterò alcun accordo che non soddisfi le nostre esigenze”, aveva detto prima di iniziare le trattative per un nuovo accordo con l’UE. Qualcosa è riuscito a ottenere, ma i nuovi patti saranno validi solo con la vittoria dei sì all’Europa. L’uscita del Regno Unito potrebbe avere effetti negativi su tutti i paesi dell’Unione, Italia compresa, e sulla stessa Gran Bretagna: vediamoli insieme.

    COS’È E PER COSA SI VOTA CON IL REFERENDUM SULLA BREXIT

    Quali sono i rischi reali di una Brexit in Italia? Ci sono molte aziende italiane che hanno rapporti commerciali con la Gran Bretagna, a cominciare da Finmeccanica ed Eni, passando per Merloni e Calzedonia, senza dimenticare Pirelli e Ferrero. Per salvaguardare l’economia italiana bisognerà riconsiderare tutti i parametri alla base dell’interscambio. Ma non bisogna dimenticare anche i posti di lavoro a rischio: spiega Vittorio Sabadin sulla Stampa che ”In Gran Bretagna vivono quasi 600 mila italiani, la metà dei quali a Londra”. Se la Brexit causerà la perdita di molti posti di lavoro (stimati da uno a tre milioni) anche molti italiani faranno ritorno a casa. ”Quelli che resteranno dovranno chiedere un permesso di soggiorno e un permesso di lavoro e lo stesso bisognerà fare con i circa 20mila britannici che vivono in Italia”, conclude.

    Uno dei punti più discussi in caso di uscita dall’UE riguarda i cittadini europei residenti in Regno Unito, oltre 3 milioni di persone di cui 2 milioni vivono a Londra. La questione tocca molto da vicino gli oltre 600mila italiani che già vivono in Inghilterra e che dall’oggi al domani potrebbero diventare cittadini extracomunitari, con le conseguenze del caso. Senza più la cittadinanza europea e la libera circolazione tra i paesi dell’Unione molti diritti acquisiti verrebbero cancellati, a partire dall’accesso al welfare: per chi lavora e vive nel Regno Unito potrebbe essere difficile prenotare una visita medica, avere accesso alle strutture ospedaliere e alle cure, poter iscrivere i figli all’asilo e avere sostegno economico in caso di perdita del posto di lavoro. Diventando extracomunitari, si avrebbe anche il rischio di rimpatrio: chi non ha più un’occupazione stabile potrebbe essere rimandato a casa e anche la stessa immigrazione dall’Europa avrebbe un duro colpo. Per i nostri giovani (e non solo) sarebbe quasi impossibile emigrare in Inghilterra con le stesse modalità di oggi.

    La Brexit avrebbe conseguenze pesanti anche per i cittadini britannici che vivono in UE. Sempre più inglesi vivono in Italia, così come molti pensionati decidono di passare gli ultimi anni della loro vita sulle calde coste della Spagna o della Grecia.

    Anche per loro le cose cambierebbero drasticamente dal momento che diventerebbero cittadini extra comunitari. Niente più accesso alle cure mediche, necessità di nuovi documenti con tanto di permesso di soggiorno e la possibilità di essere rimpatriati: tutta una serie di problematiche che oggi non esistono.

    Con l’uscita dall’Unione, cambierebbe anche la prassi per i viaggi da e per la Gran Bretagna che diventerebbe paese terzo e avrebbe quindi l’obbligo di esibire il passaporto anche per i cittadini europei. La limitazione in ingresso è uno dei motivi più forti per chi sostiene la Brexit con una chiusura netta delle frontiere.

    Secondo gli analisti, l’uscita dall’UE costerebbe tantissimo al Regno Unito, pari alla perdita del PIL del 2,25%, stando ai dati dell’Istituto Nazionale di Ricerca Economica e Sociale. La possibile mancanza di investimenti diretti provenienti da altri Paesi, secondo le analisi del Centre for economic performance (CEP) della London School of Economics, potrebbe portare a una perdita di Pil tra il 6,3% e il 9,5%, con danni per il Regno Unito simili alla crisi finanziaria globale del 2008-2009. Secondo il centro studi tedesco Berterlsmann Stiftung, il Regno Unito potrebbe arrivare a perdere, al 2030, ben il 14% del Prodotto interno lordo.

    Cosa rischiano davvero le 27 nazioni del Vecchio Continente, con questa operazione? La Germania (principale partner commerciale della Gran Bretagna) perderebbe tra lo 0,3% e il 2% del Pil, pari a un calo di reddito pro capite tra i 100 e i 700 euro l’anno a persona. A rimetterci di più sarebbero, nell’ordine, l’Irlanda, il Lussemburgo, il Belgio, la Svezia, Malta e Cipro. I bilanci degli altri Paesi sarebbero poi gravati da un maggiore contributo al budget europeo, per sopperire alla mancanza della Gran Bretagna. Le ripercussioni commerciali, poi, sarebbero equivalenti a un – 5% medio degli ordini delle industrie chimica, meccanica e dell’auto, le più colpite.

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    SCRITTO DA PUBBLICATO IN BrexitCrisi economicaDavid CameronEuropaInghilterraMondoPolitica esteraUnione Europea Ultimo aggiornamento: Martedì 21/06/2016 10:12
     
     
     
     
     
     
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