Pena di morte, il rapporto di Amnesty International: mai così tante esecuzioni

Pena di morte, il rapporto di Amnesty International: mai così tante esecuzioni

Cina, Iran, Arabia, Pakistan e USA i paesi che più la usano

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    Amnesty, 2015 anno nero per la pena di morte

    Il rapporto di Amnesty International sulla pena di morte lancia un dato allarmante: nel 2015 si è registrato il più alto numero di esecuzione da oltre 25 anni. E questo senza contare i dati relativi alla Cina, il paese che più usa la condanna a morte (si calcola che siano migliaia le esecuzioni nel paese) e che ha il segreto di Stato su qualsiasi informazione a riguardo. Tra gennaio e dicembre, l’organizzazione per i diritti umani è riuscita a confermare la messa a morte di 1.634 prigionieri, oltre il doppio rispetto al 2014, e il più alto numero registrato da dal 1989. Tutto mentre nel mondo diminuiscono i paesi che applicano la pena capitale.

    Quello che emerge da un anno di raccolta dati è una doppia direzione. Da un lato sono diminuiti i paesi che applicano la pena di morte, passando a un totale di 140 che non la usano più per legge o per prassi (102 quelli che l’hanno abolita nel loro ordinamento per tutti i tipi di reati). Dall’altro, le esecuzioni sono aumentate drammaticamente, segno che la battaglia per l’abolizione della pena capitale è ancora lunga.

    Nel 2015 Amnesty International ha registrato e certificato la morte di 1.634 prigionieri: si tratta del dato più alto dal 1989, il doppio rispetto al 2014. Il numero delle esecuzioni potrebbe essere molto più alto. All’appello manca la Cina che, secondo gli attivisti, manda a morte migliaia di persone per reati diversi, ma che ha esteso il segreto di Stato su tutto quanto concerne la pena di morte. Mancano anche i dati relativi alla Siria per gli anni che vanno dal 2013 al 2015: non è dato sapere cosa avvenga nelle zone sotto il controllo dell’Isis. “Mai negli ultimi 25 anni erano state messe a morte così tante persone. Nel 2015 i governi hanno continuato senza tregua a togliere la vita sulla base del falso assunto che la pena di morte ci rende più sicuri”, ha dichiarato Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International.

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    I cinque Paesi che hanno dato il via al maggior numeri di esecuzioni nel 2015 sono stati, nell’ordine Cina, Iran, Pakistan, Arabia Saudita e Stati Uniti d’America. Escludendo la Cina, tre nazioni (Iran, Pakistan e Arabia) sono responsabili dell’89 per cento delle esecuzioni del 2015.

    L’Iran ha messo a morte 977 prigionieri, rispetto ai 743 del 2014, la maggior parte dei quali per reati di droga. Teheran è anche uno dei pochi paesi che la applica anche ai minorenni: almeno quattro, secondo Amnesty, sono stati giustiziati nell’ultimo anno.

    Aumento drammatico delle esecuzioni anche in Pakistan che, dopo l’attentato alla scuola militare di Peshawar a dicembre 2014, ha messo fine alla moratoria: nel 2015 sono stati giustiziati 320 prigionieri, il numero più alto mai registrato nel paese.

    L’Arabia Saudita continua a usare la pena di morte con così frequenza da mettere annunci per cercare nuovi boia: 158 le persone messe a morte, con un aumento del 76 percento rispetto al 2014. Non solo.

    Spesso i cadaveri vengono esposti in pubblico come monito per la popolazione: tra i condannati a morte c’è anche Ashraf Fayadh, poeta accusato di blasfemia per le sue opere.

    Il numero del 2015 è dato anche dall’aumento delle pene capitali in Paesi che avevano smesso di eseguirle o che hanno ripreso a usare con più frequenza. Tra questi, Amnesty conta l’Egitto, dove non bastano le torture e le sparizioni forzate, e la Somalia, portando a 25 le nazioni che l’hanno usata rispetto alle 22 del 2014. Almeno sei paesi hanno ripreso a giustiziare i prigionieri dopo un anno senza condanne: in Ciad le esecuzioni sono riprese dopo 10 anni con la fucilazione di 10 persone sospettate di essere membri di Boko Haram.

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    Omicidio e terrorismo sono i reati per cui si viene più spesso condannati a morte, ma Cina, Iran e Arabia Saudita, applicano la pena capitale anche per reati minori come il traffico di droga, la corruzione, l’adulterio e la blasfemia. Bangladesh, India e Indonesia hanno ripreso a eseguire condanne a morte: in Indonesia sono stati messi a morte 14 prigionieri per reati di droga.

    Amnesty ha indicato anche le modalità con cui vengono eseguite le condanne a morte: per decapitazione (Arabia Saudita); impiccagione (Afghanistan, Bangladesh, Egitto, Giappone, Giordania, India, Iran,Iraq, Malesia, Pakistan, Singapore, Sudan del Sud, Sudan); iniezione letale (Cina, Stati Uniti d’America, Vietnam); fucilazione (Arabia Saudita, Ciad, Cina, Corea del Nord, Emirati Arabi Uniti, Indonesia, Somalia, Taiwan, Yemen).

    In un anno terribile, il rapporto di Amnesty ricorda anche (poche) buone notizie. La prima è che sono aumentati i paesi che hanno abolito la pena di morte. Quattro paesi – Figi, Madagascar, Repubblica del Congo e Suriname – l’hanno abolita per tutti i reati, mentre in Mongolia è stato adottato un nuovo codice penale abolizionista che entrerà in vigore nel corso del 2016.

    Una piccola luce viene anche dagli Stati Uniti. Nonostante siano il solo stato delle Americhe a eseguire condanne a morte per il settimo anno consecutivo, nel 2015 ci sono state 28 esecuzioni, il dato più basso dal 1991. Anche le sentenze sono in diminuzione, con un totale di 52, il più basso dal 1977, quando è stata ripristinata la pena di morte. La Pennsylvania ha adottato una moratoria sulle esecuzione: 18 gli Stati che l’hanno abolita.

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