Terrorismo, come funziona la sicurezza nell’aeroporto israeliano di Tel Aviv

Terrorismo, come funziona la sicurezza nell’aeroporto israeliano di Tel Aviv

Grazie agli estenuanti controlli, lo scalo Ben Gurion è considerato il più sicuro al mondo

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    Terrorismo, come funziona la sicurezza nell’aeroporto israeliano di Tel Aviv

    Dopo gli attentati terroristici di Bruxelles, che hanno riportato all’attenzione la questione sicurezza in aeroporto, vediamo cosa succede in quello di Tel Aviv, in Israele. I controlli, tra ripetuti interrogatori, domande anche bizzarre, apertura dei bagagli e codici di pericolosità, sono tanti. Forse troppi, al limite della paranoia. Ma è anche grazie a questo che Ben Gurion, l’unico scalo civile con voli internazionali dopo la chiusura di quello di Gerusalemme, è considerato l’aeroporto più sicuro del mondo.

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    In Europa, dopo gli attentati di Bruxelles che hanno messo in luce le falle della sicurezza, c’è chi pensa di adottare le stesse misure. Chi ha già viaggiato in Israele (pensate alle migliaia di pellegrini che ogni anno raggiungono la Terra Santa) sa bene cosa aspettarsi. Chi si appresta a recarsi nel Paese per la prima volta rimane stupito quando gli viene detto di presentarsi in aeroporto, per tornare a casa, almeno tre ore prima. Già, perché i controlli sono più lunghi ed estenuanti in fase di ripartenza da Tel Aviv. Vediamo cosa succede in dettaglio, facendo una premessa: se ci si mostra disponibili e gentili non ci sono problemi, e si verrà trattati allo stesso modo.

    Per entrare in Israele è necessario il passaporto con validità di almeno sei mesi dalla data di ingresso. All’arrivo le autorità solitamente non timbrano il visto israeliano sul documento, per evitare che il turista venga respinto da alcune frontiere in Medioriente. Paesi come Iran, Libano, Libia, Sudan, Siria e Yemen non accettano infatti passaporti contenenti timbri o visti israeliani. Questo viene messo su un foglio a parte, da riconsegnare in fase di partenza.

    Il sito Viaggiare sicuri segnala che alle seguenti categorie di persone, a prescindere dalla nazionalità, viene impedito l’accesso a Gerusalemme Est (quartiere musulmano) e di ripartire attraverso l’aeroporto di Tel Aviv: coniugi di un palestinese; bambini al di sotto dei 16 anni, i cui genitori siano iscritti nel registro della popolazione palestinese; stranieri il cui ingresso non sarebbe normalmente ammesso, ma che hanno ricevuto uno speciale permesso dall’autorità israeliana responsabile per i Territori Palestinesi.

    I controlli all’arrivo sono abbastanza rapidi. Ci si presenta alla frontiera dove gli ufficiali, spesso giovani sorridenti, controllano il passaporto e fanno alcune domande: motivi del viaggio, posti che si visiteranno, se si ha intenzione di andare nei territori palestinesi, dove si alloggerà ecc. Non è indispensabile conoscere l’inglese, ma è meglio per evitare incomprensioni. Il controllo avviene sempre individualmente, anche nel caso di viaggi di gruppo. Ad esempio, in un pellegrinaggio il prete che fa da guida non può garantire per tutti ed è tenuto a rispondere, da solo, alle solite domande anche se in Israele è stato già tante volte.

    Ad essere famosi in tutto il mondo sono i controlli effettuati quando si torna in aeroporto per lasciare Israele. A Ben Gurion bisogna presentarsi almeno tre ore prima del volo. Non perché i controlli durino così tanto, ma perché, essendo tanti e divisi in vari livelli, causano interminabili file. Il primo livello di controllo avviene a circa un chilometro dalla porta di ingresso dell’aeroporto, dove gli agenti fermano sia chi arriva con mezzi privati, sia con taxi o autobus, per chiedere la destinazione. Subito dopo (secondo livello) alcuni poliziotti armati chiedono informazioni ad alcuni passeggeri.

    Non sempre scelti a caso.

    Dal terzo livello, prima del check-in, iniziano i controlli veri e propri. I passeggeri vengono sottoposti a un vero e proprio interrogatorio. Mentre il passaporto viene esaminato con attenzione, devono rispondere a domande su cosa si è venuti a fare in Israele, le città visitate, se si è andati in Cisgiordania. Anche domande all’apparenza bizzarre. Ad esempio, in caso di viaggi di gruppo, dove si sono conosciuti i compagni e in quale circostanza. E ancora, chi ha preparato il bagaglio e se è stato tenuto sempre sotto controllo. I controllori, che ruotano dopo qualche mese per evitare che la soglia di attenzione scenda a causa della routine, sono addestrati anche a studiare le espressioni del viso e le reazioni alle domande, come bravi psicologi. Se non si conosce l’inglese, non c’è problema: gli agenti mostrano una lavagnetta con una serie di domande scritte nella lingua del passeggero, che con le dita indicherà la risposta esatta.

    Si arriva quindi al check-in con un’etichetta gialla incollata dietro al passaporto, con un codice a barre e dieci numeri. La cifra più importante è la prima, che va da 1 a 6. È l’indice di pericolosità: le cifre 1, 2 e 3 sono riservate a coloro non ritenuti pericolosi, ovvero cittadini israeliani o stranieri di religione ebraica. Il 4 e il 5 ai turisti, sospetti in quanto stranieri non ebrei e potenziali filo-palestinesi. Il 6 è il codice di pericolosità più elevato, attribuito ad arabo-israeliani, attivisti filo-palestinesi, turisti con origine da un Paese musulmano.

    Il quarto livello di sicurezza scatta dopo il check-in, in direzione imbarco, con il codice di pericolosità alla mano. Chi ha avuto le cifre 1, 2, 3 e 4 va dritto all’imbarco. Spesso, i turisti sono costretti a rispondere a ulteriori domande. Può capitare anche che a un ragazzo, che si trovi accanto a una sconosciuta, venga chiesto se tra loro vi è una relazione sentimentale. Chi ha il codice 5 si incammina diretto al metal detector e deve passare le valige ai raggi X. I codici 6 devono consegnare il bagaglio agli agenti che la aprono per un controllo definitivo, passare attraverso un metal detector e rispondere a un altro interrogatorio. Poi, finalmente, si possono imbarcare.

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