Immigrazione in Europa, la Grecia chiede più tempo: cosa prevede l’accordo Europa-Turchia

Immigrazione in Europa, la Grecia chiede più tempo: cosa prevede l’accordo Europa-Turchia

Le autorità greche denunciano la mancanza di risorse e uomini

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    Immigrazione in Europa, la Grecia chiede più tempo: cosa prevede l’accordo Europa-Turchia

    L’accordo tra l’Europa e la Turchia è già operativo, ma la Grecia prende tempo. “Ci vogliono più di 24 ore“, ha detto il portavoce del coordinatore del governo greco per le politiche migratorie, Giorgos Kyritsis. Secondo gli accordi, dopo il sì definitivo arrivato da Bruxelles venerdì 18 marzo, il paese avrebbe dovuto iniziare da subito i rimpatri di chi è arrivato sulle sue coste senza documenti, ma la situazione è tale che mancano i mezzi, gli uomini e le risorse. “Ancora non abbiamo idea di come attueremo in pratica il piano, ma soprattutto stiamo ancora aspettando i ‘rinforzi’ promessi dall’Europa per smaltire più velocemente le richieste d’asilo: traduttori, avvocati, funzionari di polizia“, ha spiegato una fonte della Polizia di Lesbo, l’isola più colpita dagli arrivi dei migranti. Con l’accordo, ora la Grecia si trova a dover gestire ed esaminare una media di 2mila richieste d’asilo al giorno. Sul piano teorico, l’operazione Europa-Turchia per la gestione dei profughi è iniziata, ma a livello pratico è ancora tutto fermo, mentre da Bruxelles arriva la promessa dell’arrivo di una task-force da 4mila tecnici, che dovranno aiutare le autorità greche a gestire il tutto.

    L’accordo tra Europa e Turchia sui migranti è arrivato nel tardo pomeriggio di venerdì 18 marzo, al termine di trattative, definitive “tutt’altro che facili” anche da Angela Merkel. I 28 dell’UE, riuniti per l’ennesimo Consiglio sull’emergenza immigrazione (il terzo in meno di un mese), hanno trovato una posizione comune, e hanno strappato il sì del ministro turco Ahmet Davutoglu, portavoce di Recep Erdogan. Alcuni punti sono stati limati, altri sono rimasti inalterati e alcune richieste di Ankara sono rimaste in sospeso, in attesa che dalla carta si passi alla realtà. Il principio dello “scambio di profughi”, il cuore del progetto, è rimasto inalterato e così inizieranno i rimpatri dei migranti irregolari dalla Grecia alla Turchia che, a sua volta, manderà in Europa lo stesso numero di profughi siriani. Qualcosa però non torna: vediamo cosa dice l’accordo.

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    Il primo punto dell’accordo prevede il rinvio in Turchia dalla Grecia dei migranti irregolari. Una misura “temporanea e straordinaria” che si rivolge ai tanti che affollano le isole greche dell’Egeo, pensata per scoraggiare il viaggio nel tratto di mare più pericoloso, dove ogni giorno continuano a morire donne, uomini e bambini. Chi arriva sulle coste europee senza regolari documenti, dovrà ritornare indietro: in cambio, per ogni persona che la Turchia riaccoglierà, manderà un profugo siriano verso i Paesi dell’Unione Europea. Come stabilire la regolarità di una richiesta d’asilo? Con la creazioni di strutture predisposte sulle isole greche, le sole a cui i migranti dovranno fare richiesta di asilo e che si occuperanno di smistare le domande. La priorità verrà data a chi non ha tentato di varcare i confini in maniera irregolare. A livello legale, questa pratica potrebbe portare a molti rischi e così, per evitare di violare le leggi internazionali, non ci saranno rimpatri di massa, ma per singoli casi. Ciò avverrà quando la Grecia potrà riconoscere la Turchia come “Paese terzo sicuro”, come prevedono i regolamenti internazionali: la data fissata per l’inizio delle operazioni è il 20 marzo. Per non urtare i Paesi del blocco Est, al momento è stato stabilito un tetto di 72mila persone da ridistribuire in Europa: cosa succederà se il numero sarà maggiore è ancora da capire, visto che il documento parla solo di “meccanismo da rivedere“.

    Sul finanziamento alla Turchia, la UE si impegna ad accelerare l’invio dei 3 miliardi di euro già fissati in precedenza e, una volta terminati i fondi, potrà far partire un’eventuale seconda tranche da altri 3 miliardi entro il 2018.

    Sulla questione della liberalizzazione dei visti per i cittadini turchi in UE a partire da giugno 2016, è arrivata l’apertura dei 28, che ha acconsentito ad accelerare le pratiche, ma prima la Turchia dovrà soddisfare i 72 criteri specifici previsti (organizzati in cinque gruppi tematici: sicurezza dei documenti; gestione della migrazione; ordine pubblico e sicurezza; diritti fondamentali e riammissione dei migranti irregolari). Visti i tempi stretti, sarà improbabile che ciò avvenga e questo potrebbe irritare non poco Erdogan.

    Per le trattative sull’ingresso della Turchia nell’Unione, l’accordo prevede un sì di massima, ma senza tempi e azioni specifiche. “L’Ue preparerà la decisione di aprire nuovi capitoli di negoziati di adesione il più presto possibile“, recita il documento che così soddisfa le richieste di Cipro, i più contrari.

    Il presidente turco Erdogan a Bruxelles per parlare d'immigrazione

    L’ultimo vertice vertice europeo sull’immigrazione dello scorso 8 marzo si era trasformato in una vittoria della Turchia che aveva alzato la posta, facendo leva anche sul pericolo terrorismo che deve affrontare ogni giorno, tra attentati e allerta ai massimi livelli.

    La prima bozza dell’accordo prevedeva che i turchi si riprendessero tutti coloro che sono entrati in Europa in maniera irregolare (cosa sia irregolare ancora non si sa), gestendo campi profughi con milioni di persone sul suo territorio (attualmente ne ospitano 2 milioni). In cambio chiede che per ogni irregolare rimandato indietro, l’Europa si prenda un profugo regolare; che i fondi UE passino da 3 a 6 miliardi di euro fino al 2018; che si accelerino le pratiche per l’ingresso della Turchia nell’Unione; che da giugno i cittadini turchi possano entrare in Europa senza il visto.

    Un piano perfetto, quello di Erdogan. Visto che l’Europa non riesce ad avere una politica unitaria sui migranti, la Turchia rimane l’unico argine a un flusso continuo di persone che non si ferma davanti ai muri. Bruxelles va avanti per emergenze, senza una visione d’insieme, troppo presa dai litigi interni.

    Quella attuale è la chiusura della rotta dei Balcani e il riordino della situazione in Grecia, lasciata da sola via mare e via terra, al confine con la Macedonia. Così, Ankara non lascerà partire i migranti verso l’Europa, di fatto bloccandoli nella prima fase del loro viaggio, ma in cambio chiede moltissimo.

    Partiamo dallo scambio “irregolari-regolari”. L’accordo non chiude i confini europei del tutto, visto che per ogni persona irregolare che la Turchia si riprende, ne rimanderà una con i documenti a posto. L’Europa dovrà comunque gestire gli ingressi, tornado così a litigare.

    Più soldi per la gestione dei migranti alla Turchia vuol dire più finanziamenti alle politiche interne di Erdogan. Già 3 miliardi sono tanti; 6 miliardi diventano un’impresa titanica per le striminzite casse dei Paesi europei (Italia in primis). Come essere sicuri che Erdogan userà quei soldi per i profughi? Non si può.

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    Si può dare così tanti finanziamenti a uno Stato che sprofonda sempre più in un regime anti democratico? Le ultime azioni del premier turco sono lì a dimostrarlo, in particolare contro la libertà di stampa. L’ultimo attacco è arrivato sabato 5 marzo contro il giornale Zaman, unica voce di dissenso al governo e tra i quotidiani più diffusi. Dopo averlo commissariato con l’accusa di propaganda terroristica, Erdogan ha mandato la Polizia in redazione con una retata da vera e propria dittatura, ha sostituito giornalisti e direttore e lo ha rimandato in edicola in versione epurata pro governo.

    Non solo. Fethullah Gulen, ex alleato e ora nemico giurato di Erdogan, è stato raggiunto dall’ennesima accusa di “far parte di un’organizzazione terroristica” da parte di un tribunale turco. Dove non arriva con il controllo della stampa, lo fa con le armi del ricatto giudiziario.

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    Infine, c’è la guerra in Siria. Se Erdogan usasse i fondi UE invece per la sua personale battaglia contro i curdi? La Turchia è un pezzo essenziale nella lotta contro il presunto Califfato, ma solo sulla carta. Nella realtà, Ankara è più impegnata a bombardare i curdi, unico avamposto militare contro gli jihadisti nelle zone di confine.

    Il rischio è che l’Europa finanzi l’ennesimo dittatore travestito da “unica arma contro il dilagare del terrorismo”, come fece (tra gli altri) con Muammar Gheddafi per poi farlo cadere in nome della libertà e della democrazia e lasciare un Paese intero al collasso. Certo la Turchia non è la Libia, ma potrebbe diventarlo.

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    SCRITTO DA PUBBLICATO IN EuropaGuerra in SiriaImmigrazioneIsisMondoRecep Tayyip ErdoganTerrorismoTurchiaUnione Europea Ultimo aggiornamento: Lunedì 21/03/2016 10:26
     
     
     
     
     
     
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