Cuba-Usa, Obama sbarca sull’Isla Grande

Cuba-Usa, Obama sbarca sull’Isla Grande

    Cuba-Usa, storico incontro tra Castro e Obama

    Insieme alla moglie Michelle, Barack Obama è a Cuba il 21 e 22 marzo. Si tratta di un evento storico dato che era dal 1928 che un presidente degli Stati Uniti non si recava nell’arcipelago dei Caraibi, che dagli anni ’60 ha dovuto sottostare all’embargo commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti d’America per punire la rivoluzione castrista. Già lo scorso 17 dicembre 2014, il presidente statunitense Barack Obama aveva detto a chiare lettere di voler concludere quell’esperienza. E Castro annunciò lo storico accordo per iniziare il processo di ripresa delle relazioni diplomatiche. Poi venne il momento dell’incontro ravvicinato tra i due leader, avvenuto lo scorso 11 aprile 2015 al VII Summit delle Americhe in corso a Panama, dove il presidente degli Stati Uniti Barack Obama e quello di Cuba Raul Castro si sono salutati e stretti la mano segnando un nuovo capitolo nella storia politica mondiale. Grazie ai recenti negoziati sono state già aperte le rispettive ambasciate a Washington e L’Avana e sono stati ripristinati i voli commerciali tra i due Paesi. Ripercorriamo nelle pagine seguenti i recenti sviluppi politici tra Cuba e Usa, e come sono cambiate le cose negli ultimi anni, anche dopo la visita di papa Francesco a L’Avana del 13 febbraio 2016.

    Castro e Obama al VII Summit delle Americhe a Panama

    Dopo 56 anni, l’ultimo muro tra Cuba e USA inizia a crollare e per i due stati americani comincia una nuova era, quella del disgelo. Il 17 dicembre 2014, in contemporanea Barack Obama e Raul Castro parlano alle loro nazioni e al mondo intero: l’isola caraibica libera Alan Gross, cooperante statunitense, e uno 007 in prigione da due decenni; gli States lasciano tornare a casa tre agenti cubani, anch’essi in carcere da lungo tempo. I due presidenti parlano di una nuova era: alla fine di 18 mesi di trattative tenute nel più stretto riserbo, riprendono i rapporti diplomatici dopo l’embrago, “el bloqueo“. Entrambi ringraziano il Canada ma soprattutto Papa Francesco che ha fatto da garante per la ripresa del dialogo. “Porremmo fine a questo approccio vecchio che non ha funzionato. Todos somos americanos“, spiega Obama. “Le cose principali sono state fatte: restano delle differenze, ma la decisione del presidente statunitense merita rispetto“, gli fa eco Castro. “Cominceremo a normalizzare le nostre relazioni, c’è una storia complicata ma adesso inizia un nuovo capitolo”, ha confermato Obama. Rimane il nodo dell’embargo economico-finanziario che il presidente USA non può terminare, ma promette di parlare con il Congresso perché si arrivi a una soluzione.

    Nel frattempo, i due paesi si aprono a vicenda: vengono ripresi i rapporti diplomatici, gli States cancellano le restrizioni per i viaggi e tolgono la Isla Grande dalla lista nera dei Paesi legati al terrorismo, aumentando gli scambi commerciali. Vengono aumentati i collegamenti per le telecomunicazioni e si apre la possibilità di inviare denaro nell’isola. L’Avana promette di togliere le limitazioni per l’accesso a Internet e si avvia a liberare 50 prigionieri politici. “Ci sono fra noi differenze in politica, economia, filosofia”, ha continuato Obama, che sottolinea come i legami tra i due paesi non siamo mai stati del tutto interrotti. “È tempo per un cambiamento. Faremo del nostro meglio per portare i nostri migliori valori anche laggiù. È arrivato il momento di dare più opportunità per i popoli americano e cubano, un nuovo capitolo tra le Nazioni delle Americhe”, conclude il presidente USA. L’apertura è reciproca e anche Raul Castro si rivolge alla nazione e al mondo, seduto dal suo studio. “Siamo riusciti a fare progressi verso la soluzione di numerose questioni di interesse per entrambe le nostre nazioni“, ha ricordato il fratello del Lìder Maximo, al potere dopo l’abbandono di Fidel Castro alla politica attiva, che non ha mancato di ringraziare Papa Bergoglio. “I progressi compiuti negli scambi che abbiamo avuto mostrano che è possibile trovare una soluzione a molti problemi“, che sottolinea come l’embargo economico che da decenni blocca lo sviluppo dell’isola, “debba cessare“. Il passo più importante è stato fatto e si aprono nuove prospettive per il futuro dei due Paesi. “Dobbiamo imparare a vivere insieme in modo civile, nonostante le nostre differenze“. La nuova fase della storia del continente americano, e del mondo, ha un altro grande protagonista, Papa Francesco, il pontefice venuto da lontano, dall’Argentina. La svolta storica vede America del Nord, del Centro e del Sud uniti per la prima volta alla ricerca di una politica comune, quella del dialogo. Fu lui a mandare l’estate scorsa una lettera ai due Capi di Stato perché riprendessero il dialogo, fu lui a farsi garante dei patti, ospitando anche gli incontri segreti tra le due delegazioni. Alla fine, il Papa ha voluto esprimere il suo “vivo compiacimento per la storica decisione dei due governi“. La storica giornata è stata accolta con grande soddisfazione in tutto il mondo. Il presidente dell’europarlamento Martin Schulz ha parlato di una “buona notizia”. Soddisfazione è stata espressa anche dal premier italiano Matteo Renzi che, nel ringraziare Papa Francesco, ha ricordato il doppio filo che unisce il nostro Paese agli USA e a Cuba, confermando che l’Italia “non farà mancare il proprio sostegno attraverso un rinnovato impegno e presenza nella regione mediante iniziative di collaborazione in campo politico, economico-commerciale, culturale e scientifico”. Non tutti però hanno mostrato lo stesso entusiasmo per quella che è una giornata storica: i primi malumori arrivano infatti dagli stessi Stati Uniti, in particolare da Miami, dove vive la più importante comunità cubana anticastrista che è già scesa in piazza a manifestare il suo dissenso per quello che reputano “un patto con il diavolo”. Ci sono poi i repubblicani, che da gennaio avranno la maggioranza in tutte e due i rami del Congresso e che non hanno gradito l’apertura di Obama a un nemico storico degli USA. Così, il senatore repubblicano Marco Rubio, ha subito attaccato la scelta del presidente e ha dichiarato che la fine dell’embargo è “un precedente pericoloso di cui gli americani pagheranno le conseguenze“; lo speaker della Camera, John Boehner, collega di partito, ha definito l’apertura una “concessione stupida“.

    Leader riuniti a Panama per il summit delle Americhe

    Dal primo Summit delle Americhe nel 1994, quando l’allora presidente Usa Bill Clinton propose il lancio della Zona di libero commercio delle Americhe, per rivitalizzare le economiche latinoamericane, i Paesi della regione hanno visto raramente brillare le proprie aspettative, rimanendo in qualche modo soggiogati alle priorità delle economie dominanti. Ma ora la situazione sembra diversa. Cuba è tornata al vertice dopo 21 anni di assenza, portando in primo piano la questione della riapertura delle ambasciate a Washington e L’Avana. Nelle settimane che hanno preceduto il Summit, inoltre, Russia, Unione europea, Corea del Nord e Vietnam hanno inviato nella capitale cubana dei loro rappresentanti diplomatici.

    Grande attenzione anche alle mosse del Venezuela in seguito al deterioramento delle relazioni con gli Usa. Il presidente Nicolas Maduro ha presentato una petizione firmata da oltre 10 milioni di persone, per chiedere a Washington di revocare le sanzioni contro i suoi funzionari governativi e la classificazione del Paese come “minaccia alla sicurezza nazionale”. Prima del Summit, forse contrariamente alle aspettative, i Paesi e le organizzazioni della regione, come l’Unasur (Unione delle nazioni sudamericane), l’Alba (Alleanza bolivariana per le Americhe) e il Movimento non allineato, hanno spalleggiato Caracas, sostenendo la sua volontà di indipendenza economica e il rispetto della sovranità nazionale. Tutti questi sforzi, dalla Bolivia al Venezuela, si ripropongono proprio nel contesto del vertice di Panama, permettenendo ai maggiori membri latinoamericani dell’Oas (Organizzazione degli Stati americani) di negoziare come blocco unico alcune questioni regionali con Usa e Canada, sotto il motto di ‘prosperità con uguaglianza’ Il vertice offre l’opportunità ai Paesi del sud di esprimere solidarietà reciproca e autonomia, per rompere con l’idea che la dipendenza dall’economia Usa sia necessaria per sopravvivere. Obiettivo è mostrarsi come blocco compatto, capace di andare avanti con le proprie gambe. La dottrina Monroe, istituita nel 1823 per allontanare l’influenza europea sulla regione e salvaguardare l’egemonia statunitense sull’America Latina, sembra ormai lontana. Nel 2011, sotto la spinta del presidente venezuelano Hugo Chavez, nacque infatti la Celac (Comunità degli Stati latinoamericani e dei Caraibi). Obiettivo: unire le nazioni americane, tenendo fuori Usa e Canada, per cercare di diventare un’alternativa all’Oas. L’organismo nuovo è visto da molti come una manifestazione del multilateralismo latinoameriano e come l’inizio di uno sviluppo indipendente. La Celac ha ricevuto sostegno anche da altri Paesi del mondo. Nel 2013 si è tenuto ad esempio il primo summit Celac-Ue, a cui ha poi fatto seguito una cooperazione simile con la Russia. A gennaio di quest’anno, si è tenuto il forum Cina-Celac, durante il quale Pechino ha promesso investimenti nell’area per 250 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni. Il cambiamento di equilibri dell’ultimo periodo propone un futuro affidabile per oltre 600 milioni di latinoamericani. Ecco perché il VII Summit delle Americhe non è più solo il forum intercontinentale per la cooperazione, ma anche lo strumento per provare a promuovere una forma di nuova prosperità, spingendo però sull’uguaglianza. L’America latina non deve stare più a guardare come se fosse il ‘cortile di casa’, ma può prendere il centro della scena.

    Un vertice di grande interesse, non solo per i temi economici e della cooperazione, ma soprattutto per le novità diplomatiche e i nuovi equilibri continentali. Un momento importante, che fa seguito al bilaterale avvenuto venerdì 10 aprile 2015 tra il segretario di Stato Usa John Kerry e il ministro degli Esteri cubano Bruno Rodriguez. Lo storico incontro tra i leader dei due Paesi sarà ricordato come il primo confronto di persona tra presidenti di Usa e Cuba in oltre cinquant’anni. È il VII Summit delle Americhe che apre a Panama e su cui gli occhi del mondo sono puntati soprattutto per l’incontro tra il presidente Usa Barack Obama e il cubano Raul Castro. Un Summit in cui diversi Paesi sudamericani provano una volta di più ad alzare la testa per mostrare a Washington la possibilità di un’indipendenza dalla principale economia del continente. Ne sono l’esempio le parole del presidente della Bolivia Evo Morales che, annunciando la sua agenda, intervistato da TeleSur ha dichiarato: “Il signor Obama deve aver chiaro che non siamo più il cortile di casa degli Usa. Se vuoi ottenere il rispetto dell’America Latina, allora devi prima rispettare i latinoamericani“. La portavoce del Consiglio nazionale della Casa Bianca, Bernadette Meehan, ha spiegato che quella tra Obama e Castro è stata una “interazione informale”, durante la quale non si ancora verificata una “conversazione sostanziale”. Nella serata di venerdì 10 aprile, i due leader hanno preso parte alla cerimonia di inaugurazione del Summit nella stessa fila dei presidenti, anche se separati dai capi di Stato di Ecuador, Rafael Correa, ed El Salvador, Salvador Sanchez Cerén. Il saluto avvenuto a Panama non è stato il primo tra i due, visto che Obama e Castro si strinsero la mano anche in occasione dei funerali di Nelson Mandela, nel 2013. E mercoledì scorso, prima di partire per il Summit, i due hanno parlato al telefono, così come fecero il 16 dicembre, alla vigilia dello storico annuncio del disgelo.

    VII Summit delle Americhe a Panama

    Prima dell’apertura del VII Summit delle Americhe a Panama, dove ha stretto la mano al presidente cubano Raul Castro, Barack Obama ha incontrato due oppositori cubani, Manuel Cuesta Morúa e Laritza Diversent, e alcuni leader della società civile di altri Paesi. Secondo quanto fa sapere la Casa Bianca, dopo un discorso al Forum della società civile, Obama ha preso parte a una tavola rotonda, chiusa alla stampa. Presenti anche i capi di Stato di Costa Rica, Luis Guillermo Solís, e Uruguay, Tabaré Vázquez.

    Papa Francesco in visita a l'Avana

    Gli sforzi per “gettare ponti e canali di comunicazione e di comprensione” reciproca non sono mai vani. Lo ha detto Papa Francesco nel messaggio inviato ai leader che partecipano al Summit delle Americhe di Panama, secondo quanto riporta Radio Vaticana. Ci sono, scrive il pontefice, “beni fondamentali”, come terra, lavoro e casa, e poi “servizi pubblici”, come salute, educazione, sicurezza e ambiente, “dai quali nessuno dovrebbe essere escluso, eppure purtroppo questo desiderio condiviso è molto lontano dalla realtà”. Papa Francesco rilancia quindi l’appello a promuovere una “globalizzazione della solidarietà e della fraternità invece della globalizzazione della discriminazione e dell’indifferenza”. Il pontefice si scaglia infine contro le “scandalose differenze” all’interno di tanti Paesi e ricorda ai leader americani che la priorità dei governanti sono le “azioni dirette a favore dei più svantaggiati”. “Non basta – conclude – che i poveri raccolgano le briciole dalle tavole dei ricchi”.

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    Referendum costituzionale 2016

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