Sopravvive 13 mesi in mare, ora il naufrago eroe è accusato di essere un cannibale

Sopravvive 13 mesi in mare, ora il naufrago eroe è accusato di essere un cannibale

E' accusato di aver mangiato il compagno di pesca

da in Mondo, Naufragi

    Una storia incredibile, che sembra uscire direttamente dagli studi di Hollywood o dalle pagine di un libro e che, invece, è terribilmente vera. José Salvador Alvarenga, 38 anni, è l’uomo che è sopravvissuto in mare per 13 mesi e che è riuscito a ritornare dalla famiglia per raccontare la sua vicenda. Per lungo tempo, è stato definito un eroe: con lui, sulla barca, c’era Ezequiel Cordoba, 24 anni che morì di stenti, in preda alla pazzia e che José vegliò per giorni prima di gettare il corpo in mare. Ora però, l’eroe si sarebbe trasformato in un mostro: la famiglia di Ezequiel lo ha accusato di aver mangiato il compagno e di averlo buttato per nascondere la verità.

    Quello che per oltre un anno era sembrata la trama del film Castway, ora potrebbe trasformarsi in un libro dell’orrore, più simile all’ultimo romanzo della scrittrice francese Fred Vargas che al kolossal hollywoodiano. Ci sono molte cose da chiarire, anche perché la stessa storia del naufragio è piena di punti oscuri.

    Tutto ha avuto inizio nel novembre 2012 quando Alvarenga parte dal suo villaggio in El Salvador per il Messico, dove si reca a cacciare squali e gamberi. È un pescatore con una certa esperienza, ma per quella lunga traversata decide di avere un compagno, Ezequiel. Gli dà 50 dollari come stipendio e i due partono per la pesca: tutto quello che succede tra la partenza e il ritrovamento di Alvarenga il 30 gennaio 2014 alle isole Marshall, oltre 5mila miglia dal punto di partenza e a quasi 4mila chilometri a oveste delle Hawaii, è un mistero.

    Esiste, infatti, solo la versione di José, la sua storia, raccontata nel libro “438 Days: An Extraordinary True Story of Survival at Sea” scritto dal giornalista del Guardian Jonathan Franklin.

    Travolti da una tempesta, i due compagni si sono ritrovati soli sulla barca, con i motori rotti, i sistemi di comunicazione fuori uso e senza rifornimenti, andando lentamente alla deriva in mare aperto. Nella sua versione, Alvarenga ha raccontato che fin da subito Ezequiel si era fatto prendere dal panico e aveva provato a gettarsi in mare più volte. Lui l’avrebbe convinto a resistere, nutrendosi con pesci e molluschi e bevendo acqua piovana, la propria urina e sangue di tartaruga.

    Il 24enne, a un certo momento, non avrebbe più sopportato di mangiare carne cruda e si sarebbe ammalato, morendo di stenti.

    L’ho vegliato per sei giorni, ci ho anche parlato, poi mi sono ripreso dalle allucinazioni e ho gettato il corpo in mare”, ha raccontato Alvarenga. Aveva promesso di tornare a casa dai suoi e dai genitori del compagno per raccontare tutta la vicenda e così ha fatto. “Ho pensato al suicidio ma sono credente e sapevo che Dio mi avrebbe aiutato“, ha raccontato in un’intervista all’NBC, partner di Telemundo.

    Così ha fatto. È sopravvissuto da solo per 13 mesi in mare, venendo salvato da una coppia di turisti sulle spiagge delle Isole Marshall. Le immagini del ritrovamento fecero il giro del mondo: barba lunga, capelli incolti, sporco ma, tutto sommato in buona salute. Per gli esperti di sopravvivenza, il racconto è più che plausibile.

    Non lo è però per la famiglia di Ezequiel, che ora lo accusa di aver mangiato il loro caro e chiede un risarcimento da un milione di dollari : davvero l’eroe si è tramutato in un mostro?

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