Perché l’Isis non viene fermato? Cause e interessi occulti

Perché l’Isis non viene fermato? Cause e interessi occulti
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Ultimo aggiornamento: Lunedì 16/11/2015 10:53

    Sono passati ormai più di due anni da quando il mondo ha scoperto gli orrori dell’Isis, sigla del sedicente Stato Islamico dell’Iraq e del Levante. La comunità internazionale non ha capito la potenza del gruppo terroristico di Abu Bakr al Baghdadi finché non è stata sotto gli occhi di tutti, anche (ma non solo) per le tante cause che ne hanno segnato l’ascesa. Una delle prime cose a essere stata chiara a tutti è lo scopo principale: creare un califfato in cui l’unica legge sia quella della sharia. Dietro questi jihadisti si nascondono interessi occulti, come avviene in ogni conflitto, ma perché è così difficile fermare l’Isis? Per capirlo, è necessario mettere ordine a quello che sappiamo.

    La principale difficoltà risiede nel carattere religioso del gruppo terroristico. La lotta all’Isis si inserisce nella lunga guerra interna alla fede musulmana tra sciiti e sunniti, diventata politica con la rivoluzione iraniana di Khomeini nel 1979. L’Isis nasce nel 2013 come evoluzione del gruppo AQI, gruppo terroristico legato ad Al Qaeda in Iraq ed è sunnita in una terra molto complicata, a nord a maggioranza sunnita, a sud a maggioranza sciita. Saddam Hussein, il dittatore ucciso nel 2006, era sunnita e durante la dittatura ha infierito su sciiti e curdi (una delle più importanti minoranze irachene). Con la sua morte, lo scontro tra le diverse fazioni è esploso e la debolezza del nuovo governo ha contribuito alla crescita dei gruppi terroristici, Isis compreso. Il primo terreno di scontro è stato l’Iraq, dove le forze jihadiste hanno conquistato quasi un terzo del territorio, espandendosi verso la Siria. Tutta la Regione è attraversata dallo scontro tra sciiti e sunniti e, finché il terreno sarà interregionale, la lotta contro l’Isis sarà sempre più difficile, soprattutto senza un piano globale per tutto il Medio Oriente.

    L’altro grande problema riguarda la guerra in Siria e la contrapposizione tra il regime di Bashar al-Assad e i ribelli. Il dittatore siriano è un alawita, clan affiliato agli sciiti e vicino all’Iran, mentre i suoi oppositori sono sunniti: tra loro c’è anche l’Isis che è riuscito a conquistare quasi la metà del Paese, dividendo così il fronte anti-Assad. La nazione è un calderone di violenza che si abbatte sulla popolazione civile: si fugge dall’Isis, dalle truppe governative e dai ribelli moderati dell’FSA. Da che parte schierarsi in questo conflitto? La comunità internazionale non ha fatto quasi nulla per risolvere il conflitto siriano, mentre il regime ha dalla sua l’appoggio di Teheran e, negli ultimi tempi, anche la Russia di Vladimir Putin . Dopo le stragi di Parigi del 13 novembre 2015, il fronte comune contro l’Isis sembra essersi compattato. Il segnale più forte è arrivato dall’incontro tra Barack Obama e Vladimir Putin. Dopo anni di gelo, i due hanno parlant in modo costruttivo e la strategia condivisa ha un unico obiettivo: ”risolvere la crisi in Siria”. Il presidente americano ha ammesso l’importanza degli sforzi militari russi in Siria contro l’Isis e ha annunciato la controffensiva degli Stati Uniti in collaborazione con la Francia per intensificare i raid in Siria e Iraq.

    Per vincere una guerra bisogna colpire il nemico prima di tutto nelle tasche, ma come farlo se i finanziamenti sono illegali? Come tutti i gruppi terroristici, anche l’Isis si finanza in maniera del tutto irregolare. Nessuna nazione si è mai schierata apertamente al loro fianco, ma da Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Qatar e Kuwait partono flussi di denaro quasi costanti da parte di privati cittadini. Perché i governi non controllano le transizioni di denaro? Perché il primo obiettivo di questi Paesi è frenare l’avanzata dell’Iran nella regione, ma anche per bloccare sul nascere ogni rivolta interna. Oltre ai petrodollari delle super potenze arabe, l’Isis si finanzia con la vendita illegale di petrolio: lo estraggono dai territori sotto il loro controllo e lo rivendono sul mercato nero. Ci sono poi le tasse a carico degli abitanti del sedicente Stato Islamico e tutta una serie di estorsioni e attività criminali collaterali al sistema di violenza, tra cui i rapimenti.

    Punto di forza dell’Isis è la propaganda e l’uso di internet per superare i confini geografici. Gli uomini di al-Baghadi sanno come usare ogni mezzo di comunicazione, dalla radio ai video, ma sono i social network il loro ariete da sfondamento. La mossa si è dimostrata vincente perché rivolta soprattutto ai giovani musulmani residenti nei paesi occidentali: cittadini statunitensi, canadesi, australiani ed europei hanno accesso al mondo della jiahd con un paio di click, i video delle barbarie vengono messi in rete perché se ne parli e si mostri la “forza” dell’Isis. I foreign fighters arrivano in Siria da tutto il mondo tramite reclutatori che conoscono ogni via illegale per attraversare i confini, portando nuova carne da macello in nome della guerra santa. La violenza messa in scena nei video delle decapitazioni, come la distruzione di patrimoni artistici e archeologici completano il quadro.

    L’Isis si è autoproclamato uno Stato ma di fatto non lo è e i suoi confini sono labili, a seconda dell’avanzata militare. Nei territori iracheni e siriani hanno trovato strutture logistiche e le hanno usate per i loro scopi, chiudendo le porte del loro territorio a ogni interferenza straniera. Non ci sono collegamenti tra le zone sotto il controllo dell’Isis e il resto del mondo, non ci sono mezzi per capire la vera forza delle milizie che vivono in mezzo alla popolazione civile. I loro capi sono jihadisti di lungo corso e hanno imparato a nascondersi agli occhi del mondo pur facendo sentire la loro presenza: è come dare la caccia ai fantasmi.

    A complicare la situazione, ci sono le difficoltà nel costruire un fronte anti-Isis a livello internazionale che non sia usato per scopi politici locali. Il caso della Turchia e dei curdi è l’esempio più chiaro. I curdi sono un’etnia che vive tra lo stato di Recep Erdogan, Siria, Iraq e Iran, sono sunniti ma parlano una lingua iranica e soprattutto non hanno una nazione. Minoranza in ognuno di questi Stati, sono da sempre un problema per la Turchia: in particolare lo è il PKK, movimento politico di estrema sinistra che ha combattuto contro il governo turco fino alla tregua siglata nel 2013. I curdi però sono anche un avamposto fondamentale nella lotta all’Isis, come ha dimostrato la strenua resistenza da parte dei peshmerga (combattenti del governo della regione autonoma del Kurdistan iracheno, quindi in teoria sotto il controllo di Baghdad) e dell’YPG (gruppo militare del Rojava, regione a nord della Siria dove si concentrano i curdi siriani). Le loro vittorie a Kobane e la riconquista di strade fondamentali in Iraq rischiano di cadere nel vuoto a causa della Turchia che è in prima linea nella guerra all’Isis. Da una parte infatti Erdogan continua a bombardare postazioni dell’Isis, dall’altra ha ripreso ad attaccare anche i curdi che lottano contro l’Isis (soprattutto per riprendersi i loro territori). In un quadro geopolitico così complesso, bisogna pensare più in grande, mettere da parte le tensioni locali, ampliare la vista su tutto il Medio Oriente e trovare nei paesi arabi e nell’Islam la forza da opporre ai jihadisti.

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