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Le vittime della strage ad Ankara: famiglie, lavoratori, attivisti e pacifisti

Le vittime della strage ad Ankara: famiglie, lavoratori, attivisti e pacifisti
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Ultimo aggiornamento: Lunedì 12/10/2015 11:40

    Ad Ankara si erano dati appuntamento in migliaia da ogni angolo della Turchia per manifestare il proprio sogno, la propria idea di pace e democrazia. Studenti, lavoratori, sindacalisti, in coppia o in gruppo, queste persone nel corteo stavano manifestando per la pace: genitori e figli, famiglie e bambini, mariti e mogli, giovani e non giovani, lavoratori e attivisti, tutti erano ad Ankara per chiedere la pace. Di loro resta qualche selfie o qualche foto di gruppo scattata prima della strage compiuta da due kamikaze che si sono fatti esplodere tra la folla, e che hanno trasformato la speranza in una lunga scia di sangue. Ecco chi erano alcune delle persone che sono state uccise durante l’attentato organizzato ad Ankara, in Turchia.

    Veysel Atilgan aveva solo 9 anni e si trovava insieme al padre Ibrahim nel mezzo del corteo e anche lui stava manifestando per la pace e la fratellanza. Nezahat, sua madre, li ha visti uscire così l’ultima volta di casa ieri di prima mattina, non sapeva che non li avrebbe visti più.

    I sindacalisti dei trasportatori erano numerosi. Molti sono partiti da Adana percorrendo 500 chilometri in pullman. Per raggiungere la capitale e manifestare hanno viaggiato tutta la notte. C’è un’ultima foto che li ritrae con alcuni loro colleghi sorridenti e pieni di entusiasmo, come se dovessero partecipare a una gita aziendale, più che a un corteo contro il terrorismo in un Paese dove la tensione si taglia con il coltello da mesi.

    In piazza erano moltissimi gli studenti. Come quelli catturati nel fermo immagine che ha fatto il giro del mondo. Saltavano e danzavano, prima di essere falciati dalla doppia esplosione ”Non ho mai visto nulla del genere in vita mia – racconta Berkin, riferendosi alla scena della strage -. Quello che mi si è parato davanti agli occhi è persino difficile da raccontare. C’era sangue da tutte le parti. Nemmeno le bandiere utilizzate per coprire i cadaveri riuscivano a nascondere l’orrore di corpi dilaniati”.

    È diventata una delle foto-simbolo di questa orribile strage, anche per la sua somiglianza con quella degli studenti di Suruç, dove il 20 luglio 34 persone sono morte sempre per opera di un kamikaze probabilmente legato allo Stato Islamico. A scattarla è stata Dijle Deli, studentessa a Istanbul di 20 anni. L’ha postata sui social network con la didascalia ”stiamo andando ad Ankara a portare la pace”.

    Molte donne erano in strada a manifestare, come le due dell’Hdp, il partito curdo per il Popolo democratico, che era uno dei principali organizzatori della manifestazione e la cui dirigenza, secondo molti, era il vero obiettivo dell’attacco. Ayse Deniz era partita con i suoi colleghi da Smirne ma giunti alla stazione di Ankara si erano persi di vista. Poi il boato. I suoi compagni di lotta politica hanno saputo che Ayse era morta dagli organi dirigenti del partito. Stesso destino per Kubra Meltan Mollaoglu, che stava conducendo campagna elettorale per entrare in parlamento e che aveva interrotto i suoi comizi per poter essere in piazza ad Ankara e manifestare per la pace.

    Meyrem Bulut aveva 70 anni, e tutti la chiamavano Meyrem Ana, la mamma Meyrem. Suo figlio, Onur Polat, aveva deciso di unirsi allo Ypg, il braccio armato del partito curdo siriano per andare a combattere l’Isis. Dopo che è stato ucciso in battaglia, la madre ha deciso di continuare la lotta partecipando alle manifestazioni. Poco prima dell’esplosione l’hanno ritratta vicino alle bandiere dell’Hdp, il Partito curdo per il popolo democratico, con l’immancabile segno di vittoria. La sua morte ha colpito molto l’opinione pubblica turca e al suo funerale, ieri a Batman, hanno partecipato migliaia di persone.

    Dilan Sarikaya aveva 20 anni. Veniva da Adana e studiava archeologia all’Università di Curukova, oltre ad essere un’amante dello sport. Sua zia Yildiz Erdogan è riuscita a trovare le forze per parlare di sua nipote. ”Dilan era una ragazza meravigliosa. Pensava solo a studiare, sognava un mondo fatto di pace e di speranza. Aveva tanti sogni”.

    Si erano conosciuti durante l’attività all’interno dei sindacati. Yilmaz Elmascan era un trasportatore, sua moglie, Gulsen Topal, un’insegnante. Era passato poco più di un anno dal loro matrimonio. Si erano innamorati subito e nell’agosto dell’anno scorso si erano sposati. Erano arrivati da Adana, nel sud-est a maggioranza curda e a 500 chilometri da Ankara, insieme con altri 3 sindacalisti, anche loro morti nell’attacco. Con loro condividevano l’amore per la Turchia e l’impegno civile, come dimostrano le immagini delle numerose manifestazioni pacifiche a cui avevano preso parte.

    La foto di questa coppia è diventata in qualche modo simbolo di questa tragedia in cui tutto è morte e disperazione. Il 46enne Izzetin Cevik viveva ad Akara pur essendo originario di Suruç, teatro dell’attentato del 20 luglio scorso. Era andato alla manifestazione con la moglie, Hatice, sua figlia, Basak Sidar e la sorella Nilgun, che si trovava nella capitale per caso, per curare un tumore al seno. Nell’ultima foto che ritrae la coppia insieme, immortalata dal fotografo Tumay Berkin, si vede Hatice che piange fra le braccia del marito davanti ai corpi di Basak Sidar e Nilgun, ferite in modo grave. Poco dopo avrebbe perso anche il marito. Una foto diventata il simbolo dell’attentato di Ankara.

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