Attentato ad Ankara, strage al corteo pacifista: che cosa sta succedendo in Turchia?

Attentato ad Ankara, strage al corteo pacifista: che cosa sta succedendo in Turchia?
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Ultimo aggiornamento: Domenica 21/02/2016 11:30

    Si apre un nuovo fronte di violenza dopo l’attentato alla manifestazione pacifista ad Ankara, Turchia, nella quale sono morte 128 persone secondo fonti curde (97 per il governo) e 508 rimaste ferite. L’attentato è avvenuto durante il corteo, organizzato dai partiti di sinistra dell’opposizione, sindacati e attivisti filo-curdi: due bombe sono esplose lasciando una scia di morte e distruzione. Secondo il governo di Recep Tayyip Erdogan, la strage sarebbe opera dell’Isis, ma il partito dei curdi moderati Hdp di Selahattin Demirtas sospetta che si possa trattare di un altro colpo inferto da persone vicino al governo contro i curdi, come già avvenuto a Diyarbakir e Suruc. Al momento, l’unica certezza è che il Paese, atteso al voto il 1° novembre, è arrivato a un punto di non ritorno.

    Strage ad Ankara, il momento dell'esplosione

    Tutto è avvenuto sabato 10 ottobre, durante la manifestazione pacifista indetta dai sindacati di sinistra Disk e Kesk, dal partito moderato curdo Hdp di Selahattin Demirtas, dalle opposizioni e dagli ordini degli ingegneri e dei medici. Il corteo ha riunito migliaia di persone che chiedevano la fine degli attacchi contro i curdi del Pkk, impegnati nella lotta all’Isis nei loro territori. La guerra contro i terroristi di al-Baghadi vede impegnato anche il governo di Erdogan, ma le offensive militari dei curdi sono state viste come una ripresa del conflitto interno alla Turchia e le milizie governative stanno attaccando le forze armate curde. Il corteo era stato organizzato per chiedere la fine degli attacchi contro i curdi. Le persone stavano ballando e scandendo slogan per la pace davanti alla stazione di Ankara, quando sono esplose due bombe a opera di due kamikaze, lasciando morti e feriti sulle strade della città. Secondo fonti curde, le vittime sarebbe 128, mentre le autorità parlano di 97 morti; 508 i feriti. La manifestazione è stata subito sospesa; attivisti filo-curdi hanno parlato di cariche della polizia verso le persone che stavano soccorrendo i feriti. Ci sono stati anche momenti di tensioni tra il resto dei manifestanti e le forze di Polizia schierate dal governo.

    Da subito, il governo si è detto impegnato nella caccia agli attentatori. Il premier Erdogan ha condannato subito la strage, definita un “attentato contro la nostra unità e la pace nel nostro Paese“, ma la tensione nel Paese è altissima: quando i ministri della Sanità e dell’Interno si sono recati sul luogo dell’attentato, sono stati contestati da centinaia di persone anche con lanci di bottiglie. Le autorità turche sono convinti che la strage sia opera dell’Isis e le prime indagini avrebbero portato a identificare uno dei due attentatori suicidi: si tratta di un uomo di 20-25 anni. Secondo alcuni organi di stampa, come il quotidiano filo-governativo turco Yeni Safak, gli inquirenti avrebbero recuperato frammenti di impronte digitali dai resti dell’ordigno. Secondo invece il giornale Haberturk, l’attentatore sarebbe stato identificato come il fratello più grande del kamikaze della strage di Suruc, al confine con la Siria, dove il 20 luglio scorso morirono 34 persone.

    Mentre le indagini ufficiali sono in corso, in Turchia migliaia di persone sono scese in piazza per esprimere la rabbia contro il premier Erdogan, accusato di fomentare l’odio e la violenza, e ricordare le morti dela strage. Le foto delle vittime vengono portate in alto, tra lo sventolare delle bandiere dei partiti e dei sindacati: il popolo turco chiede giustizia e verità per un attentato che lo ha colpito al cuore. A livello politico, la situazione è ancora più ingarbugliata. Erdogan e le autorità sono certi che sia opera dell’Isis, ma nel Paese circolano sospetti su una “mano occulta” di stampo filo governativo dietro i jihadisti. Le indagini sono in corso e l’ipotesi più probabile è che sia davvero opera del presunto Califfato; la Polizia turca ha arrestato 36 persone in diverse province del Paese, accusate di avere contatti con l’Isis, ma non è confermato che siano fermi legati alla strage. Nel frattempo, il Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) ha annunciato il cessare del fuoco fino al 1° novembre, giorno delle nuove elezioni, se non per azioni di autodifesa. Questo non ha fermato gli attacchi contro i guerriglieri curdi da parte del governo turco: a meno di 24 ore dalla strage contro i manifestanti filo-curdi, l’esercito ha annunciato di aver ucciso 49 persone legate alla guerriglia curda nel sudest del Paese.

    Se fosse confermato, l’attentato di Ankara non sarebbe il primo colpo inferto dall’Isis al Paese e, in particolare ai curdi. Come avevamo già spiegato, l’esercito turco e le milizie curde sono in prima linea contro i jihadisti di al-Baghadi, ma la posizione di Recep Erdogan non è mai stata molto chiara e netta. I curdi sono la più grande minoranza etnica del Paese e hanno sempre rappresentato una spina nel fianco per l’attuale premier, almeno fino al 2013, quando governo e Pkk hanno siglato una tregua. Con l’avanzata dell’Isis, le popolazioni curde (in particolare i peshmerga della regione autonoma del Kurdistan iracheno e l’YPG del Rojava, regione a nord della Siria ) hanno imbracciato le armi. Donne e uomini hanno strappato città e territori ai miliziani del presunto Califfato e continuano a resistere, nonostante siano stati lasciati soli dalla comunità internazionale e lo stesso governo turco non perde occasioni per attaccarli. L’Isis dunque avrebbe voluto punire chi li contrasta sul campo nel solo modo che conosce: con il terrorismo.

    L’attenzione è ora puntata sul premier Recep Erdogan. Il governo turco ha confermato le elezioni del 1° novembre, a soli 4 mesi dal voto di giugno che ha visto il suo Partito per la giustizia e lo sviluppo (l’Akp), partito islamico-conservatore, perdere dopo 13 anni di dominio. Dopo oltre un decennio di potere quasi incontrastato, Erdogan non è riuscito ad avere una maggioranza assoluta, mentre le opposizioni laiche e di sinistra, come i curdi moderati dell’Hdp di Selattin Demirtas, hanno conquistato un maggior peso politico. Da qui la scelta di tornare al voto, in uno scenario che vede Erdogan in ribasso: la sua politica autoritaria ormai non fa più presa nel Paese e le immagini di piazza Taskim e Gezi Park sono ancora impresse nella popolazione, specie nei giovani. La strategia del premier è stata quella di soffiare sul nazionalismo e rilanciare l’offensiva militare contro i guerriglieri curdi. Una scelta che non ha funzionato tanto che la manifestazione di Ankara nasceva per chiedere la fine degli attacchi governativi. Al momento Erdogan sta addossando tutta la colpa all’Isis, lancia appelli di unità, mentre continua imperterrito a uccidere guerriglieri curdi. Voci insistenti vedrebbero proprio sostenitori del premier dietro la strage di Ankara; davvero Erdogan potrebbe essere responsabile della morte di oltre 120 persone solo per la paura di perdere le elezioni? L’ipotesi è ardita e probabilmente non vera; rimane l’Isis come presunto (e quasi certamente reale) colpevole, ma la situazione per Erdogan non migliora. Il premier deve spiegare come è stato possibile che due jihadisti siano entrati nel cuore di Ankara, armati di bombe e perché nessuno li abbia fermati prima di uccidere civili innocenti che chiedevano solo pace.

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