Perché la Corea del Sud non ha paura della Corea del Nord e continua ad aiutarla

Perché la Corea del Sud non ha paura della Corea del Nord e continua ad aiutarla
Giornalista, videomaker e sportivo in Asia, Cina, Corea del Nord, Corea del Sud, Kim Jong-un, Mondo, Russia
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    Perché la Corea del Sud non ha paura della Corea del Nord e continua ad aiutarla

    L’altro giorno mia nonna aveva letto con grande preoccupazione dell’intensificarsi della tensione tra Corea del Nord e Corea del Sud ed era ansiosa che la guerra riprendesse, che chiudessero tutti gli aeroporti e, quindi, di non vedermi mai più o assistere al mio sbarco in orizzontale. D’altra parte, per una persona che ha vissuto la seconda guerra mondiale, è qualcosa di molto strano se non incomprensibile che a Seoul, che si trova a 60 km dal confine di una guerra che non è mai finita, si viva così serenamente e nella sicurezza più totale. Qual è la vera situazione? Come vivono i coreani il confilitto? Fino a quanto è reale il pericolo di Kim Jong-un?

    Gli ultimi fatti sono sulle prime pagine di tutti i giornali internazionali con gli incontri presso il villaggio di confine di Panmunjeom tra delegazioni di ambo le nazioni (qui sopra, il deputato permanente all’ONU, An Myong Hun del Nord). Che cosa sta succedendo? Si cerca di raffreddare gli animi dopo che Seoul ha attivato gli altoparlanti per la propaganda contro la dittatura (rimasti spenti per 11 anni) a ridosso della zona demilitarizzata in seguito a un incidente che ha visto due militari del Sud feriti da una mina. Essendo un vecchio modello di fattura sovietica, il pernsiero è subito andato ai vicini di casa (ma poi chi altro poteva essere stato?), ma non si sa se era lì dalla fine della guerra oppure se è stata piazzata di recente. Senza dimenticare qualche scambio di artiglieria privo di conseguenze nelle settimana scorse. Come al solito, Pyongyang ha negato e ha anzi chiesto subito di spegnere gli altoparlanti che diffondono la verità sulla reale condizione del Nord direttamente ai soldati avversari. Ci dobbiamo preparare a un conflitto senza pietà? Niente affatto, sono solo manfrine e nessuno in Corea del Sud è spaventato, anzi c’è da dire che la gente ascolta queste notizie alla TV quasi con noia. Infatti è delle scorse ore l’aggiornamento sullo spegnimento degli altoparlanti e sul “rincrescimento” per i ferimenti dei soldati espresso dal Nord. Cerchiamo di capire meglio la situazione facendo un passo indietro di 60 anni.

    Anzi, un salto di un secolo: la Corea è rimasto uno stato unico fino all’arrivo dei giapponesi che l’hanno colonizzata combinando le peggiori cose dalla deportazione dei giovani per diventare soldati o minatori al rapimento delle ragazze per trasformarle in prostitute obbligate a “confortare” (da qui il nome comfort women, un’accezione abominevole) i combattenti anche a centinaia ogni giorno. Senza parlare del regime di terrore, delle esecuzioni di massa, della considerazione della vita coreana come qualcosa di prossimo allo zero per una spirale di violenza e di barbarie che i nipponici hanno messo in pratica peraltro anche in Cina e nel Pacifico senza mai scusarsi ufficialmente.
    Ad ogni modo, avanzando per sommi capi: dopo la sconfitta del Giappone nella Seconda Guerra Mondiale e dopo il ritiro dalle nazioni occupate, la Corea è stata arbitrariamente divisa a metà usando il 38esimo parallelo come confine ossia dove gli eserciti americani e russi si erano incontrati. Il Nord è stato affidato al blocco comunista sovietico e il Sud agli americani. In pochi anni, quella che era una grande famiglia con identico passato (anche di soprusi), stesse religioni e tradizioni, è stata squarciata e si sono creati i presupposti per un conflitto. Entrambe le potenze dietro le parti volevano l’unità, ma se il Sud era mosso da una voglia di libertà e di sviluppo, il Nord era interessato più alla questione territoriale per scacciare questo puntello filo-americano in territorio asiatico, un avamposto molto più preoccupante del Giappone ormai pienamente sotto l’ala statunitense.
    La situazione interna era drammatica perché, di fatto, si annullò la sovranità del popolo ripristinando le gerarchie con i colonizzatori giapponesi e i loro collaboratori coreani riportati al proprio posto oltre che con una certa impunità di questi autori di crimini efferati per mancanze di prove schiaccianti. Il malcontento era sempre più crescente, ci si sentiva presi in giro e mal governati, in un paese ancora tutto da ricostruire, con una condizione igienica disastrosa. Il clima ideale per insurrezioni e rivolte. Un terreno fertile per la guerra civile.
    Il Sud e gli USA hanno rispettato gli accordi post-WW2 con i liberatori che sono gradualmente usciti dal territorio quasi in toto e si sono cacciati i comunisti anche col sangue come nel caso dell’Insurezione di Jeju con ben 30.000 morti. Il Nord, al contrario, ha preparato un’invasione nei minimi dettagli con generali addestrati dal regime sovietico e con truppe sempre più numerose (oltre che un’intera popolazione militarizzata), ben equipaggiate e organizzatissime.

    Riassumere la Guerra di Corea in poche righe è un insulto, ma un velocissimo riepilogo è questo: il 25 giugno 1950 il Nord attacca il Sud la domenica dichiarando guerra solo sette ore dopo, usando un pretesto fasullo per motivare come un contrattacco quella che in realtà è una discesa quasi senza difese. Seoul è occupata, il fronte si allunga a dismisura invadendo 3/4 del territorio mal difeso da truppe non preparate e scarse di numero. Si arriva a poca distanza da Pusan, l’ultimo baluardo, la seconda città coreana. Qui gli americani creano un cuscinetto di difesa, ricevono i rinforzi anche dall’ONU, attuano una strategia vincente aggirando i nordcoreani e costringendoli alla fuga (ovviamente ritirandosi sono numerosissimi gli omicidi di massa e gli stupri a danno della popolazione inerme, sangue dello stesso sangue) sfruttando un fronte troppo allungato e non ben rifornito. Gli americani guidati dal generale Douglas MacArthur liberano Seoul e ricevono il permesso di invadere a loro volta il Nord arrivando al confine con la Cina. In questo momento della guerra il Nord è ormai sconfitto, senza più esercito: gli emissari volano a chiedere aiuto a Mosca ricevendo una porta sbattuta in faccia mentre a Pechino si creano le giuste condizioni.

    I cinesi acconsentono e sono motivati a intervenire anche perché MacArthur si fa prendere un po’ troppo la mano, andando anche oltre i permessi elargiti dal suo presidente Truman e giungendo al confine. Oltre alla richiesta formale di usare bombe atomiche contro la Cina (richiesta ovviamente rifiutata), non si cura del fatto che l’esercito di Pechino sia presente con numerosissime truppe appena a qualche chilometro. Infatti arriva l’intervento che sfrutta una superiorità numerica, una serie di offensive alla morte di decine di migliaia di soldati usati come gocce di un’onda e attacchi notturni sfruttando cunicoli.

    In buona sostanza, i cinesi costringono gli americani a una delle più repentine ritirate della loro storia, liberano il Nord e proseguono oltre il 38esimo parallelo invadendo nuovamente Seoul. Ma il loro fronte si allunga, l’armata è stanca e mal rifornita e viene ricacciata a nord ri-liberando Seoul. La storia si ripete. Da questo momento in poi, la guerra diventa meno roboante come spostamenti, ma molto più logorante con il fronte che si sposta a ridosso del parallelo con centinaia di migliaia di morti, devastazione ovunque e uno stallo che porta, il 27 luglio del 1953, all’armistizio per americani e cinesi e non-armistizio per i coreani. Nella pratica la guerra non finisce mai, si crea un cuscinetto di 4 km – la zona demilitarizzata più lunga al mondo – che ha tagliato e diviso inesorabilmente le nazioni lungo l’ultimo fronte.

    In mezzo secolo, il Nord che è più grande territorialmente e che contava su maggiori risorse, si è ridotto in una situazione attuale davvero straziante. Abbandonato da subito dai sovietici e gradualmente dalla Cina, ha visto il fiorire di una dittatura assoluta attraverso la famiglia Kim con Kim Il-sung poi Kim Jong-il e, appunto, Kim Jong-un. Dittatura che è sfociata in una sorta di religione con i dittatori che sono stati elevati al rango di divinità assolute. La popolazione nordocreana è stata ridotta sul lastrico, senza più risorse, senza libertà e senza conoscenza della reale condizione dato che la comunicazione è bloccata entro i confini.

    In buona sostanza si crede che la Corea del Nord sia la nazione più evoluta e temuta al mondo e se non lo si crede è meglio non esplicitarlo perché si rischia di venire subito eliminati.

    Con un servizio di leva di 10 anni e quasi 6 milioni di soldati (quarto esercito al mondo), tutto giro intorno al settore militare. Tuttavia, è più quantità e esibizione che reale pericolo perché buona parte dell’armata è formata da giovani sottonutriti ed equipaggiati con tecnologia datata. Per capirci, la Corea del Sud, che ha circa 5.2 milioni di soldati (quinti al mondo) e un esercito molto più potente sulla carta (anche perché strettamente legato a quello USA), avrebbe il favore nel pronostico in un eventuale conflitto.
    A seguito della guerra non ci sono stati veri e propri combattimenti se non isolati episodi come il siluramento della corvetta Cheonan presso l’isola di Baengnyeong con la morte di 46 persone e numerosi colpi di artiglieria sia al confine continentale sia presso le isole a ovest.

    In generale, il Nord è un po’ come quei cani fastidiosi che abbaiano furiosamente da dietro il loro cancello ben consci, tuttavia, che senza la protezione delle sbarre potrebbero dare qualche profondo morso, ma sarebbero poi inesorabilmente spediti all’inferno con un bel calcione nel deretano. Tutte le volte che il Nord spara colpi di cannone, si esibisce in esercitazioni o fantomatiche esternazioni di nuove e pericolosissime armi, lo fa per attirare l’attenzione. Di chi? Del Sud, soprattutto, perché esige più aiuti.
    Un attimo, calma: il Sud aiuta il Nord nonostante siano in guerra? Sì: ogni anno Seoul passa tonnellate e tonnellate di aiuti umanitari, medicinali e soldi. Aiuti indispensabili senza i quali la nazione collasserebbe. Se a ridosso della DMZ si vedono solo campagne oppure l’assurda bandiera da 250kg che si agita a 160 metri di altezza a Kijong-dong, se ci si sposta al confine con la Cina (praticamente c’è solo una rete) si vedono baracche a perdita d’occhio, una popolazione esanime, denutrita e devastata da scarsità di cibo e sanità. I contadini devono usare le proprie feci come fertilizzanti e il governo sta vendendo un po’ per volta territorio proprio alla Cina per racimolare un po’ di budget per l’esercito e per le folli spese del dittatore, che ama il lusso. L’elettricità vera è propria è garantita solo nella capitale, dove però sono frequenti i black-out.
    L’altra via è quella del turismo organizzato, che è soprattutto di curiosità: ormai è facile visitare la Corea del Nord (a meno che si sia del Sud) per osservare, però, un qualcosa che non esiste. Tutto è organizzato per coprire la realtà, offrendo un’immagine di pulizia, ordine e benessere. Ma se solo si potesse far due passi in autonomia si vedrebbe l’esatto contrario.
    La Corea del Sud vuole l’unità nazionale e considera la popolazione del nord come di fratelli (perché di fatto è così) ci sono decine di migliaia di famiglie spaccate che si rivedono solo in occasione di incontri autorizzati, peraltro rarissimi. Si spediscono palloni aerostatici con ogni genere di carico verso il Nord dai dolci ai medicinali, da lettere a foto che raccontano la vera situazione. I rapporti tra le due Coree hanno avuto fasi altalenanti soprattuto a seconda del presidente sudcoreano di turno o dai test e esercitazioni nordcoreane.

    Di certo ora i rapporti diplomatici sono quasi nulli. Ipotizzare una tavolata con Kim Jong-un (김정은) è utopia perché il giovanissimo dittatore ha dimostrato di avere intrapreso una politica vecchio stampo. Classe ’83 (ma la data di nascita non è nota, potrebbe anche essere dell’84), è ormai noto per il suo comportamento ma prima ancora per l’aspetto piuttosto in carne. Non è uno stupido: ha studiato in Svizzera e conosce molto bene i costumi occidentali, è appassionato di basket (chiedete a Dennis Rodman, ex-stella NBA, che lo visita regolarmente) e sa come va il mondo. Sa, ad esempio, che bloccare le comunicazioni ai giorni d’oggi significa annullare Internet e i social network prima ancora che le TV. Sa che più è eccentrico più la gente lo guarderà con curiosità invece che con preoccupazione, con il risultato che sono centinaia di migliaia i turisti che visitano il Nord più che altro per poter poi dire “Ah, guarda il mio album su Facebook, sono stato in una dittatura”, salvo essere stati semplicemente in una sorta di parco divertimenti più che fasullo. Sa, in più, quando fare i capricci per mantenere sempre attivo l’occhio del mondo su di lui, ad esempio quando sparò nell’oceano alcuni missili proprio in occasione della visita del Papa l’anno scorso.

    Appena salito al potere a 28 anni, designato dal padre morente, ha immediatamente messo le cose in chiaro: ha dichiarato guerra nucleare alla Corea del Sud e agli USA e ha iniziato a far fuori tutti quelli che non gli stavano a genio, compreso lo zio Jang Song Thaek oppure, più recentemente, il responsabile della Difesa Hyon Yong-chol, giustiziato da un plotone assurdo con tanto di cannone antiaereo. Ha una squadra di hacker ben addestrati che hanno dimostrato di saper lavorare bene in occasione del lancio di The Interview, film che lo prende in giro e che parte con buoni propositi, ma che termina come la peggiore delle americanate con gli statunitensi che arrivano, distruggono tutto, considerano le vite altrui in modo escrementizio e se ne vanno festeggiando una libertà e una democrazia che non esiste. Anzi, lasciando una situazione peggiore della precedente.

    Sul dittatore circolano leggende in bene e in male dal fatto che non debba espletare i propri bisogni e che sia campione di qualsiasi sport alla sua passione incontrollata per treni di lusso con tanto di vasche giganti per il trasporto di aragoste fresche, di cui è ghiotto. È invece vero che è sempre circondato da alti ufficiali che scrivono sul tacchuino, perché? Perché tutto ciò che dice è come fosse la parola del Signore e perché se ti distrai e non sei pronto a rispondere e seguire il discorso fai una brutta fine. Ma lui ride, ride sempre ed è circondato da donne che piangono e lo rincorrono e dal popolo in giubilo per la gioia della prolifica agenzia di propaganda.

    Insomma, Sud e Nord hanno seguito due direzioni agli antipodi e non sembra esserci dubbio che un’unità potrà arrivare solo dopo enorme fatica. Se la Cina è, solo in parte, abbastanza disinteressata, al contrario gli USA esplicitano il loro appoggio. Ma con un leader del genere e così giovane e con questo stallo, una soluzione diplomatica potrebbe richiedere lunghissimo tempo. La soluzione militare, di certo più risolutiva e efficace sulla carta, è da scartare a priori perché potrebbe creare disastri ad ambo le popolazioni che è meglio nemmeno immaginare. Dunque, rimane la chiave più nascosta, quella spionistica con la creazione e l’appoggio di dissensi intestini e, magari, una rivolta dell’alta dirigenza.

    Brutta faccenda, che se per i sudcoreani di fatto è qualcosa di così vicino nel cuore e così lontano nel pericolo delle minacce, per i nordcoreani è questione di vita o di morte ogni giorno.

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    SCRITTO DA Diego Barbera Giornalista, videomaker e sportivo Segui autore:
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