Corea: il matrimonio, le religioni e l’etichetta in pubblico

Corea: il matrimonio, le religioni e l’etichetta in pubblico
Giornalista, videomaker e sportivo in Corea del Sud, Mondo, Religione, UNESCO
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Venerdì 21/08/2015 in Corea del Sud, Mondo, Religione, UNESCO
    Corea: il matrimonio, le religioni e l’etichetta in pubblico

    Il dittatore nordcoreano si chiama Kim Jong-un, Kim (che vuol dire alga) è il cognome, Jong-un è il nome di battesimo. In Corea i cognomi sono pochi, meno di 300, e quelli più diffusi sono Kim (circa 10 milioni), Lee (7) e Park (4) ossia un terzo della popolazione. Secondo l’articolo 809 del Codice Civile Coreano, non era possibile sposarsi tra persone dello stesso “clan famigliare”, ma dal 1998 è stato di fatto eliminato questo tabù che tendeva a considerare tutti come consanguinei. In realtà, soprattutto i cognomi più importanti, sono a loro volta divisi dalla provenienza geografica. Ad esempio tra i Kim possono esserci Gimhae Kim e Gyeongju Kim, con Gimhae e Gyeongju che sono due località non lontane da Pusan. Come funziona il matrimonio? Come ci si comporta in pubblico? Scopriamolo insieme a un piccolo extra sull’alfabeto.

    Dopo la piccola premessa sui cognomi, andiamo a vedere come funziona il matrimonio in Corea. Prima di tutto: ci si sposa dopo i 18 anni e – come già spiegato – non è ammessa la convivenza o “peggio ancora” avere bambini prima di sposarsi. Ebbene, non solo la cerimonia è un qualcosa di particolarmente complesso, ma anche tutto ciò che la precede parte da molto lontano. Da noi in Italia, quando due persone decidono di sposarsi scelgono un appartamento/casa in affitto/acquisto con o senza mutuo, possono utilizzare qualcosa già di proprietà, occupare/ampliare una parte di una casa di famiglia, ricevere o meno aiuto da parte dei genitori. Insomma, non c’è una regola ben precisa. In Corea, semplificando, è così: la famiglia dello sposo si occupa dell’acquisto della casa, quella della sposa di tutto ciò che ci sarà dentro. Si capisce dunque bene che avere un figlio maschio comporta molto più impegno economico.

    Un tempo il matrimonio aveva una cerimonia molto elaborata e affascinante, che riguardava il luogo e il modo in cui veniva celebrato: si allestiva un percorso illuminato da lanterne che collegava le due case la notte precedente e la famiglia dello sposo portava un cesto di regali per l’altra famiglia. Tra gli oggetti simbolici, una coppia di anatre mandarine di legno rappresentava ad esempio pace, fedeltà e buon augurio.
    La sposa vestiva una versione speciale dell’hanbok. Più semplice il vestito dello sposo, con una giacca, pantaloni e una sorta di soprabito, immancabile il cappello nero.

    Oggi questi abbigliamenti sono ancora utilizzati nelle cerimonie moderne che associano la cerimonia tradizionale dopo quella più attuale in cui il vestiario è internazionale cioè abito bianco per la sposa e completo elegante per lo sposo, per intenderci. Ci si può sposare nelle chiese, cattoliche o protestanti che siano e, soprattutto, ci si sposa nei wedding hall ossia in questi inquietanti saloni all’interno di hotel o altri luoghi (giardini ad esempio). Danno l’idea di produzione di serie e in parte è così perché spesso non solo una cerimonia segue l’altra a stretto giro di posta, ma ne vengono celebrate diverse contemporaneamente in sale diverse. Sono un po’ anonime e hanno un sapore vagamente sovietico senza parlare della sfumatura pacchiana, ma lì dipende sempre dal buon gusto delle famiglie. Già, le famiglie: la celebrazione del matrimonio è più un affare loro e gli sposi sono quasi degli ospiti-protagonisti, ma le trame dell’allestimento, invitati (molti sono sconosciuti alla nuova coppia) e tutto quanto è gestita dai genitori.

    Ultimamente, si tende a evitare di spendere cifre impossibili e si tende a premiare la semplicità, un trend piuttosto universale. Come da noi, se un tempo le famiglie caldeggiavano potenziali partner (per non dire proprio imponevano, ma si deve andare molto indietro nel tempo in Italia, non così indietro in Corea), ora avviene tutto in modo naturale ed è dimostrato anche dal crescente numero di matrimoni tra coreani e non coreani.

    In Italia, quando gli sposi escono dalla cerimonia, si tira il riso, in Corea del Sud invece, parenti e genitori tirano castagne e jujube (una sorta di noce) come da foto nel vestito della sposa aiutata dallo sposo, come augurio di prosperità e di figliare a pieno regime dato che sono due piante che producono molti frutti. Se 5 castagne e jujube arrivano a bersaglio significa che si avranno 5 figli!

    A proposito di questo, soprattutto nelle zone rurali i contadini faticano a conoscere donne e così ci si affida sempre più a agenzie matrimoniali / servizi online per trovare moglie che arriva soprattutto dal sud-est asiatico come Vietnam o Cambogia se non da Indonesia e Malesia. E i matrimoni omosessuali? Così come in Italia, anche in Corea non sono ancora legali, ma questo non significa che i gay debbano nascondersi: nelle grandi città così come anche ormai in TV, sono sempre più le persone che dimostrano le proprie preferenze senza più paura. Insomma, è solo questione di tempo anche qui prima che i diritti siano estesi a tutte le persone che si amano, senza distinzione. Ad esempio il regista Peter Kim alias Kim Jho Gwangsoo ha celebrato in settembre 2013 una cerimonia pubblica – seppur non legale, come spiegato – di matrimonio con il proprio partner, David Kim Seung-hwan. Il tutto è diventato poi un documentario intitolato My Fair Wedding a opera di Jang Hee-sun e uscito quest’anno.

    Infine, i divorzi: un matrimonio su tre in Corea naufraga e tra le prime cause c’è il cattivo rapporto tra la sposa e la suocera (come spesso raccontato dai Drama). Curiosità: per divorziare più in fretta, la futura ex-coppia vola fino a Reno in Nevada (USA) per accelerare le pratiche.

    Prima del matrimonio, dunque, non si convive (almeno, non lo si fa in modo così libero come da noi, vedi anche lo stress sociale) e come vivono due fidanzati in Corea? In generale, anche tra coppie sposate, si tende a esplicitare quasi niente in pubblico: vedere un bacio anche solo “a stampo” è impossibile. Di più: in metropolitana a Seoul si può passare il tempo osservando un grazioso filmato che illustra cosa è meglio non fare ossia baciarsi, strusciarsi, sedersi in braccio, ecc… e, sì, la clip è ovviamente censurata nemmeno fosse un video per adulti. Questo perché i coreani preferiscono esplicitare in privato, sono molto riservati soprattutto da questo punto di vista. E qui ritorna sempre il nostro amico Psy che in Gangnam Style appunto vuole una ragazza che sia ineccepibile fuori, ma molto calorosa dentro le mura domestiche.
    In tutto questo è bizzarro che in un paese così pudico i video musicali del K-Pop non seguano questo trend, soprattutto nei gruppi femminili con vestiti molto corti e molto aderenti, movenze decisamente sensuali e molto più che ammiccamenti: in effetti sono video che si lasciano guardare con molto piacere, ma pensare di venire in Corea ed essere accolti da ragazze così affettuose e simpatiche è pura utopia.

    Non c’è una vera e propria religione di stato in Corea, ma se in Italia si nasce cattolici e poi magari non si è praticanti, qui lo stesso avviene con il buddismo, che è predominante sugli altri culti anche se ciò non implica che sia seguito alla lettera da tutti coloro i quali vedono la luce in una famiglia che lo professa. Il buddismo era stato più volte soppresso durante la dinastia Joseon (che è durata fino all’invasione giapponese), con la risalita del confucianesimo, divenuto religione di stato. E il cattolicesimo? La Corea del Sud è una delle poche nazioni in cui è sbocciato spontaneamente e non grazie ai missionari: merito del ritorno a casa di persone che avevano conosciuto questa religione, si erano convertite e avevano allargato il culto in patria. Alla fine del 19esimo secolo, i cattolici erano numerosi soprattutto tra le classi intellettuali. Oggi, è particolarmente fiorente il protestantesimo con chiese che spuntano ovunque e che si riconoscono per l’imponenza e la modernità delle strutture e per la croce rossa luminosa. È una comunità molto ricca, poiché può contare su una percentuale dei beni personali che ogni adepto versa non appena si converte. I cattolici sono in minoranza e si radunano presso chiese molto più discrete e – solitamente – a forma a diamante più che a croce. Curiosità: nelle funzioni religiose cattoliche coreane tutti cantano in modo vigoroso, le donne indossano un velo bianco, si consegnano le offerte chiuse dentro libretti e il momento dello scambio dell’augurio di pace si fa a mani unite con un inchino.
    In Corea del Nord, viene proibita ogni pratica religiosa pubblica, visto che viene imposto l’ateismo: anzi no, il culto è quello del dittatore è della sua famiglia.

    Consiglio: se viaggiate in Corea provate assolutamente il Temple-stay ossia il soggiorno presso un tempio buddista che può durare da uno a diversi giorni. Sarete completamente immersi negli orari, tradizioni e routine dei monaci dunque levataccia in piena notte, i 108 inchini, meditazione, pasti vegetariani e – se possibile – visita della montagna che solitamente fa parte del tempio stesso. Nella foto sopra, ero con un monaco indonesiano poliglotta che sapeva parlare ben 8 lingue.

    Cerimonie pubbliche e private, religioni e comportamenti, tutto è scritto e l’alfabeto coreano è l’hangul (한글 – alfabeto coreano/grande), patrimonio UNESCO. Si riconosce dal giapponese e dal cinese perché ogni lettera si può tradurre comodamente con una lettera o un suono dell’alfabeto latino. Infatti, si può imparare molto facilmente: ora come ora so leggere senza problemi il coreano, poi certo non capisco il 95%, ma questo è un altro discorso. La sua creazione è opera del Re Sejong il Grande del XV secolo che promosse un alfabeto più semplice da imparare e da leggere in contrapposizione a quello cinese, ideale per il popolo. Oggi, gli ideogrammi Kanji si possono principalmente trovare sui documenti, in alcuni cartelli o loghi.

    1920

    SCRITTO DA Diego Barbera Giornalista, videomaker e sportivo Segui autore:
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