La grande famiglia coreana, lo stress e il senso civico

La grande famiglia coreana, lo stress e il senso civico
Giornalista, videomaker e sportivo in Corea del Sud, Mondo
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Giovedì 06/08/2015 in Corea del Sud, Mondo
    La grande famiglia coreana, lo stress e il senso civico

    Mi aveva da subito incuriosito l’usanza dei coreani di presentarsi e chiedersi l’età, un’abitudine che all’inizio poteva apparire semplicemente insolita, ma che nascondeva una questione di importanza capitale nella società di questo paese. Due parole: gerarchia e rispetto. Non importa se sei nato a dicembre e il tuo nuovo conoscente è del febbraio successivo perché non appena si sarà svelata l’età si genererà automaticamente una gerarchia piuttosto solida (e un po’ troppo rigida). E così cambia il modo con cui il “giovane” si rivolgerà, con cui chiamerà e con cui ascolterà il “vecchio” e viceversa. È incredibile osservare come le persone possano cambiare completamente modo ci comportarsi. Una roba da uscire fuori di testa? Un pochino sì, ma ha i suoi lati positivi e negativi. Andiamo alla scoperta della famiglia coreana, tra il suo stress da prestazione e un senso civico senza paragoni.

    Nella foto sopra, la folla oceanica a Gwanghwamun Square (광화문광장) Seoul, in occasione del Papa l’anno scorso.

    Partiamo dalla base: come chiamarsi? All’interno di un gruppo di amici e anche di una famiglia tra fratelli-cugini io posso chiamare qualcuno per nome di battesimo oppure non lo posso fare. Ad esempio, se sei uomo e devi rivolgerti a una persona più grande, se è uomo lo chiami Hyung (형), se donna Nuna (누나). Se sei donna, chiami Onni (언니) la donna più grande e Oppa (오빠) l’uomo più grande, Sì, Oppa come nella canzone Gangnam Style. La persona più giovane è Dongsaeng (동생), fratello minore appunto.

    Se si è della stessa età allora ci si comporta alla pari, si può essere amici senza adottare comportamenti strani, usare nomi, agire da sottoposto o da senior e in generale si è un po’ più rilassati e si può essere un po’ più se stessi. In questo caso si parla di Chingu (친구) ed è il motivo per cui a molti coreani non va giù l’usanza occidentale di considerare amici anche i conoscenti, perché i veri amici sono pochi, quelli più intimi.

    Questo non significa che se si diventa legati tra persone di età differenti non si può essere davvero amici e quindi abbandonare questioni gerarchiche. Al contrario (succede anche in una relazione sentimentale), in questi casi tutto questo ambaradan va a farsi benedire senza troppi problemi, per fortuna. In più, da quanto ho visto, con gli stranieri non è richiesto che si comportino in questo modo, si lascia perdere anche perché esistono tanti piccoli gesti di dimostrazione di rispetto che bisogna studiare, come se fosse una Bibbia e che non possiamo conoscere perché non siamo cresciuti dentro questo sistema. Ad esempio, quando si riceve qualcosa è bene prenderla con ambo le mani oppure mettendo una mano sul polso dell’altra oppure quando si beve alcol con una persona più grande ci si deve quasi come nascondere.

    Ovviamente entrambe le regole le ho scoperte quando era troppo tardi. Nel primo caso eravamo andati a visitare un tempio buddista e il monaco più anziano è venuto personalmente a consegnarmi il suo biglietto da visita e l’ho afferrato con una mano sola e meritandomi una ramanzina dalla mia ragazza, mentre nel secondo caso suo padre mi ha offerto del Soju (il liquore più bevuto della Corea e del mondo intero, con 90 milioni di casse ogni anno) e io ho praticamente brindato e dato una sorsata guardandolo dritto negli occhi come si fa in Italia. Tuttavia, sono straniero, quindi non sono stato gettato in mare con stivali di cemento.

    Per capire di più quanto la popolazione coreana sia come una grande famiglia, basti pensare che non solo ci si considera tutti fratelli-sorelle maggiori-minori, ma tutte le persone più grandi di noi possono essere chiamate mamma/papà. Per la precisione nel modo informale Omma e Appa e formale Ommoni e Aboji. Stesso dicasi per nonna, Halmeoni (할머니), e nonno, Harabeoji (할아버지) che in Corea rivestono un ruolo molto importante, come anche nel resto dell’Asia. Per dovere di cronaca, ci sono nomi specifici anche per cugini, zii e zie da parte di madre e padre, nuore, generi… ma è da crampo al cervello leggerli tutti in una volta.

    La famiglia fa una grande pressione sui figli, in Corea ci sono “fasce d’età” entro le quali raggiungere determinati obiettivi come la fine degli studi, un lavoro fisso, crearsi una famiglia. Se si arriva un po’ lunghi si diventa una piccola pecora nera e, soprattutto in occasione delle feste e delle riunioni famigliari, si verrà tartassati di domande in merito alle aspettative non raggiunte.

    In generale, comprendere la famiglia è come comprendere le fondamenta della società coreana perché si vive – in misura domestica – quel che succede a scala nazionale. Qui si hanno spesso gli occhi degli altri a osservare se ci si veste in modo decoroso e come ci si comporta. Un modo per “rigare dritto” e non fare casino oltre a essere sempre a posto, ma anche un peso non indifferente dato che si è sempre preoccupati di cosa potrebbero pensare gli altri. (Che poi tanto ci sarà sempre qualcuno a pensare male anche se si è dei santi).

    Ok, quindi la società italiana è più vivibile di quella coreana e siamo migliori? Niente affatto, non mi sento di elevare una rispetto all’altra perché entrambe hanno pro e contro non indifferenti. Ad esempio, ritornando al discorso della gerarchia, se si è oppa/nuna, non si sarà dittatori escrementizi e spietati e il giovane non sarà sempre chinato ad angolo retto a sottostare a tutto ciò che gli si dice.
    Un “vecchio” solitamente si prenderà molta cura del “giovane” andando spesso e volentieri a pagare per lui, oppure a portarlo a casa in auto anche se vive dall’altra parte di Seoul o, sul posto di lavoro, a offrire qualche bel regalo di ringraziamento per un lavoro ben fatto. Proprio come tra fratelli maggiori e minori.

    Già, perché quel che traspare è il forte legame tra coreani, come se fossero davvero una grande famiglia unita e collaborante. Il rispetto non è solo per chi è più grande, ma anche del bene comune e del condiviso, qualcosa che da noi ormai è stato disintegrato. Credo che per capire se una società funziona si devono visitare i WC pubblici: in Italia – se si trovano – sono mediamente un disastro sia per il discorso pulizie sia per come vengono utilizzati. Uso sempre come esempio il Giro d’Italia, che seguo ormai da 10 anni: i bagni della sala stampa, in meno di due ore passano dall’essere lindi a necessitare di essere brillati con una carica esplosiva, ormai irrecuperabili e indescrivibili (e si parla di un numero non esagerato di giornalisti, giaccaincravattati, molti con stipendi sontuosi e per niente parchi di giudizi severi sulla società e sulla morale comune, giudizi che poi sono i primi a meritarsi).

    Ebbene, ogni volta che torno in Italia dalla Corea mi manca questo rispetto del bene condiviso, la cura con cui non si dimentica la più piccola aiuola, l’ordine delle code e la professionalità di qualsiasi lavoratore dal distributore di benzina al chiosco delle pannocchie, dalla banca alle poste, tutto funziona perché c’è educazione e rispetto dell’altro, del luogo e del momento. E non sto a parlare del fatto che la criminalità praticamente è inesistente, furti e omicidi sono molto rari.

    Come sempre, il giusto sta nel mezzo e allora sarebbe ideale una società con il rispetto e il senso civico coreano con un po’ più di spensieratezza e di cuor leggero (in senso buono) dell’Italia, un’informalità da non confondere con la maleducazione. Ma i mondi perfetti non esistono e così si cerca di rimanere in equilibrio dondolando con i piedi sui piatti della bilancia. – FINE SECONDA PARTE.

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    SCRITTO DA Diego Barbera Giornalista, videomaker e sportivo Segui autore:
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