Italiani rapiti in Libia: si teme per quattro connazionali finiti nelle mani dell’Isis

Italiani rapiti in Libia: si teme per quattro connazionali finiti nelle mani dell’Isis
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    Italiani rapiti in Libia: si teme per quattro connazionali finiti nelle mani dell’Isis


    Quattro italiani sono stati rapiti in Libia nei pressi dell’insediamento di Mellitah, nella zona a nord del Paese. Gli italiani lavorano per la Bonatti, una ditta internazionale che si occupa di industria petrolifera. Lo ha reso noto la Farnesina, che ha fatto notare come la zona del rapimento sia molto strategica, perché proprio da lì parte il gasdotto che porta il petrolio direttamente a Gela, in Sicilia. La società per la quale lavorano i quattro rapiti ha sede a Parma. Già la Farnesina si era attivata precedentemente, perché nei mesi scorsi era stata chiusa l’ambasciata italiana in Libia.

    Era stata segnalata una situazione piuttosto pericolosa nel Paese e molti nostri connazionali erano stati invitati a lasciare la Libia. Alcune fonti locali sottolineano che gli italiani sono stati rapiti nei pressi di Zuaia, una città sotto il controllo delle milizie islamiste che appoggiano il governo di Tripoli.

    Secondo ciò che ha dichiarato il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, per il momento è difficile fare delle ipotesi sugli autori del rapimento. Il ministro ha voluto sottolineare che l’unità di crisi della Farnesina sta lavorando con urgenza per fare luce sulla questione. E’ stato il ministro stesso a sottolineare di stare lavorando con i servizi di intelligence e a precisare che per il momento ci si deve attenere alle informazioni che si hanno a disposizione.

    D’altronde la zona di Mellitah è stata già segnalata come una delle zone più esposte alla minaccia dell’Isis, secondo ciò che hanno riferito sia i servizi italiani che quelli libici.

    In Libia ci sono molte tensioni anche per la situazione creata dall’Isis. Non a caso Tunisi ha aumentato le misure di sicurezza per cercare di impedire l’infiltrazione nel Paese di terroristi provenienti dal Paese confinante. Da parte libica non viene accettata la costruzione di un muro divisorio e di un fossato, perché viene ritenuta una violazione della sovranità. Si temono per il futuro incidenti tra le due parti in causa, nonostante le autorità tunisine si siano giustificate con la necessità di combattere il terrorismo. Dietro il sequestro dei tecnici, che stavano rientrando in Libia dalla Tunisia, potrebbero esserci le milizie islamiche di Tripoli. L’obiettivo sarebbe quello di fare pressioni sul governo italiano per il ruolo svolto nei colloqui di pace sulla crisi libica. A sostenere questa tesi è l’incaricato d’affari dell’ambasciata libica presso la Santa Sede, Ali Rugibani.

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