Emigrazione italiana: quando i disperati eravamo (e siamo ancora) noi

Emigrazione italiana: quando i disperati eravamo (e siamo ancora) noi
da in Immigrazione, Mondo, Nord America, Stati Uniti d'America, Sud America
Ultimo aggiornamento: Martedì 22/11/2016 16:52

    L‘Italia oggi è diventata terra di migrazione, il luogo in cui centinaia di migliaia di persone arrivano dal cosiddetto Sud del Mondo per trovare lavoro o fuggire da guerre e violenze. Il nostro Paese però è stato per 140 anni terra di emigrazione e quasi nella totalità di emigrazione “economica”, persone cioè che lasciano la loro terra natia per cercare fortuna e scappare dalla povertà. Il fenomeno fu di tale portata che cambiò per sempre la società italiana e quella internazionale: secondo una stima di diversi studi sull’emigrazione italiana, sono stati circa 30 milioni gli italiani emigranti tra il 1876 e il 1970 e circa 80 milioni sono gli oriundi (coloro cioè che hanno almeno un antenato emigrato) nel Mondo. L’emigrazione italiana ha riguardato tutte le Regioni e tutti i gruppi sociali, dai contadini alla media borghesia, fino agli intellettuali e ai talenti: oggi, il viaggio dei nostri connazionali continua ancora e con numeri sempre in crescita.

    L’emigrazione italiana è un fenomeno complesso e dai numeri enormi, ma che ha delle caratteristiche comuni in tutte le sue diverse fasi temporali. Per convenzione, gli studi prendono come anno zero il 1876, quando la Direzione Generale di Statistica pubblicò il primo studio sull’emigrazione. Il flusso di italiani in partenza per Paesi stranieri ha registrato un’inversione di tendenza dopo il 1970, quando i movimenti diventano più interni (da Sud a Nord) e quando iniziano ad arrivare i primi stranieri, ma senza mai fermarsi del tutto. Oggi, l’Istat con l’ultimo Bilancio Demografico pubblicato qualche giorno fa, ha certificato la crescita zero della popolazione e, soprattutto, il saldo negativo della “fuga di cervelli”: sono emigrati 60mila giovani giovani talenti in più rispetto a quelli rientrati in Italia. Che sia fine ’800 o il 2015, la motivazione rimane la stessa: la ricerca di un futuro migliore. Certo le condizioni sono diverse. Allora intere famiglie fuggivano dalle campagne, dalla povertà e dalla fame più nera; oggi sono soprattutto laureati e giovani a cercare fortuna all’estero, scappando da precarietà e stipendi miseri. La molla è uguale, è quella voglia di migliorare la propria condizione economica e sociale, di vivere degnamente e garantire un futuro diverso a sé e ai propri cari.

    Come già detto, il fenomeno dell’emigrazione italiana è complesso anche perché attraversa 140 anni di storia, dall’avvento delle prime democrazie occidentali fino alla caduta del muro di Berlino. Per comodità, gli studiosi hanno individuato quattro fasi: Dal 1876 al 1900; Dal 1900 alla Prima Guerra Mondiale; Tra le due guerre; Dal secondo Dopoguerra agli anni ‘60/’70. In particolare, fino agli anni 30 del Novecento, si identifica la cosiddetta Grande Emigrazione, il periodo di maggior flusso verso le Americhe; dagli anni ’50 si parla di Emigrazione europea, con i Paesi confinanti (Belgio, Francia, Germania e Svizzera in primis) come mete preferite.

    Le prime partenze di massa iniziano a registrarsi già prima del 1876. Le mete sono le Americhe, terre di grandi possibilità e di conquista: le difficoltà economiche in cui versano le campagne italiane spingono i più poveri a partire in cerca di fortuna, ma sono “gli ultimi” della società, i saltimbanchi, i mendicanti, i miseri a fare da apripista. Sono loro, abituati a viaggiare per sopravvivere, a imbarcarsi sulle prime grandi navi in America e sono sempre loro a riportare storie di redenzione e di riscatto in patria. Sono però anche i primi italiani che conoscono gli americani e questo fa nascere una serie di stereotipi che si consolideranno negli anni a seguire. Dal 1876, complici una serie di carestie devastanti, le campagne del Nord, in particolare Friuli, Veneto e Piemonte, iniziano a spopolarsi. Gli italiani partono per il Sudamerica o il Nord America: secondo i dati raccolti dalla Cei sulla diaspora italiana nell’omonimo studio, in soli 15 anni, tra il 1860 e il 1885 10 milioni di italiani partirono per le Americhe e il Nord Africa, arrivando a 19 milioni di partenze nel 1900.

    Il flusso migratorio continua anche nei primi del Novecento. Anche il Sud Italia vede intere famiglie partire verso Brasile, Argentina, Australia o Stati Uniti, alla ricerca di fortuna: Campania, Calabria, Puglia e Sicilia sono le regioni maggiormente interessate al fenomeno, con numeri altissimi che arrivano a spopolare intere zone interne, campagne e montagne nello specifico. I progressi della cantieristica navale portano sempre più persone a imbarcarsi sulle navi. I numeri sono tali che anche le istituzioni italiane devono intervenire e dare una parvenza di legislazione a un flusso che fino ad allora era gestito da privati (l’usura era una pratica comune tra gli organizzatori dei viaggi che si arricchivano alle spalle dei più poveri, allora come oggi). Si stringono i primi accordi bilaterali con i Paesi interessati dall’emigrazione italiana e si cerca di controllare la gestione dei viaggi (nel 1901viene creato il Commissariato Generale dell’emigrazione per bloccare le speculazioni). È la Grande Emigrazione, con oltre il 45% degli italiani diretti negli States.

    Con l’avvento del Fascismo e le due Guerre, il flusso migratorio rallenta, senza mai scomparire del tutto. L’ideologia fascista punta sulla costruzione di una nuova Italia per mano degli italiani, partono bonifiche e riforme agricole e Benito Mussolini chiude le frontiere a chi vuole andare all’estero. Sono soprattutto i rifugiati politici e gli oppositori del regime a cercare la via straniera, preferendo l’Europa (Francia soprattutto) ma anche il Nord America.

    Con la fine della Seconda Guerra Mondiale, le cose cambiano. L’Italia è in ginocchio e nel Meridione la situazione è ancora più grave: per questo, negli anni Cinquanta gli italiani emigrano nei paesi del Nord Europa, alla ricerca di lavoro e di un futuro diverso. Belgio, Svizzera, Francia e Germania sono le destinazioni preferite: nel paese fiammingo i nostri connazionali trovano impiego nelle miniere. L’8 agosto 1956 un incendio nella miniera di carbone Bois du Cazier a Marcinelle uccide 262 uomini, di cui 136 italiani e 95 belgi. L’anno prima, Italia e Germania firmano un patto per l’emigrazione che porta quasi 3 milioni di italiani a varcare le Alpi in cerca di lavoro. Negli anni Sessanta il nostro Paese torna a crescere: è il periodo del Boom e le partenze calano sensibilmente, pur senza mai fermarsi.

    Gli anni Settanta e Ottanta vedono ancora molti italiani partire verso America del Nord (USA e Canada), ma è soprattutto l’emigrazione interna a cambiare il volto della società italiana in direzione Sud-Nord. Con gli anni Novanta iniziano i primi sbarchi massicci di extraeuropei su suolo italiano e, negli ultimi vent’anni, il nostro Paese diventa terra di approdo per chi vuole vivere in Europa. Paesi dell’Est prima, Nord Africa e paesi del Corno d’Africa poi, con mediorientali e asiatici: la società nostrana inizia a diventare multietnica, ma le partenze non si fermano. Sono soprattutto i giovani under 30 a lasciare l’Italia verso gli States, l’Inghilterra e la Germania. Cercano opportunità di lavoro che qui non trovano, fuggono dalla precarietà e da una società del lavoro che non premia il merito. Ancora oggi, nel 2015 noi italiani rimaniamo un popolo di emigranti, senza più la valigia di cartone, magari con il pc sotto braccio ma sempre in viaggio per poter vivere meglio.

    Gli italiani oggi sono una delle comunità più importanti in tutte le Americhe e in Australia, ma fino a non molto tempo fa la situazione era molto diversa e il razzismo verso gli italiani era la norma. Sul suolo americano in particolare, le prime reazioni della popolazione locale furono molto negative e, nel corso degli anni, lo sviluppo della malavita di stampo mafioso non ha certo aiutato a cancellare gli stereotipi. Per chiarire qual era il sentimento più diffuso, riportiamo la vignetta anti italiana che sta girando molto negli ultimi tempi. Pubblicata su quotidiano di New Orleans The Mascot nel 1888, si intitola “Per quanto riguarda gli italiani” e indica, con tanto di disegni, come liberarsi degli immigrati: uccidendoli.

    L’emigrazione ha segnato la storia e l’identità italiana. Ogni cittadino oggi ha almeno un parente o un conoscente che ha deciso di andare all’estero; ogni famiglia ha le sue storie di migrazione, che sia dall’altra parte del mondo o dal piccolo paese alla grande città del Nord. La cultura stessa è impregnata di storie di emigrazione. Le canzoni popolari e d’autore raccontano lo strazio di lasciare la propria terra per andare incontro a un futuro incerto, innumerevoli sono i film che hanno narrato le vicende degli italiani in viaggio e delle loro difficoltà in ogni epoca, dall’Alberto Sordi “magliaro” in Germania, al magistrale Gian Maria Volontè in Sacco e Vanzetti, fino alla “Merica” di Ferrone. L’emigrazione ha costruito la nostra identità di popolo e ha contribuito a farci conoscere nel mondo, tra le luci e le ombre di una società complessa e affascinante come è quella italiana. Di ieri e di oggi.

    1903

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