Vittime di errori giudiziari USA scarcerate dopo decenni

Vittime di errori giudiziari USA scarcerate dopo decenni
da in Giustizia, Mondo
Ultimo aggiornamento: Martedì 18/10/2016 07:17

    Vittime di errori giudiziari, strappati dal braccio della morte o liberati dopo decenni di carcere. La realtà giudiziaria americana nasconde nelle sue pieghe storie che sembrano incredibili, uomini che hanno trascorso parte della loro vita chiusi dietro le sbarre per omicidi che non hanno mai commesso. Le pagine di cronaca sono piene di casi di questo tipo. Molti detenuti sono stati rilasciati dopo anni di prigione per crimini non commessi, grazie all’esame del Dna: 101, secondo i dati del registro, sono i detenuti salvati dal braccio della morte. La prova scientifica infatti, in questi casi è stata fondamentale per determinare l’innocenza di persone che sono state condannata sulla base di mezzi indizi, supposizioni, pregiudizi. Secondo il registro nazionale degli Stati Uniti dedicato agli “innocenti”, sono circa 2mila i casi di errori giudiziari. Vediamo nelle schede successive gli ultimi episodi più eclatanti.

    Dopo 43 anni trascorsi in una cella di isolamento in Louisiana, negli Usa, Albert Woodfox, che ora ha 68 anni, sarà rilasciato. Il giudice federale James Brady ha stabilito la sua innocenza, rovesciando gli esiti di altri due procedimenti giudiziari, al termine dei quali era stato ritenuto colpevole dell’omicidio della guardia carceraria Brent Miller, avvenuto nel 1972 ad Angola, il penitenziario di Stato della Luoisiana, durante una rivolta. Anche Amnesty International aveva aiutato a rendere nota questa causa. I processi, alla luce di quanto successivamente emerso, si sono rivelati poco equi e impostati sul pregiudizio razziale e politico, dal momento che Albert Woodfox, che aveva sempre dichiarato la sua innocenza, era impegnato nel gruppo delle Pantere Nere.

    Glenn Ford, a 64 anni, è stato scarcerato dopo 30 anni, quasi la metà della sua vita, trascorsi nel braccio della morte in attesa dell’esecuzione per un crimine che non ha commesso. E sono circa 144 i detenuti che dal 1974 sono stati scarcerati dal braccio della morte. Un calvario inimmaginabile per lui, che si è sempre professato innocente, per la sua famiglia, ma anche per i familiari della vittima. Tutto inizia nel 1984 quando Ford viene condannato a morte per l’omicidio di Isadore Rozeman, un gioielliere di 56 anni, freddato durante una rapina. Ford si proclama innocente da subito, ma la giuria lo condanna alla pena capitale. Entra nel braccio della morte nel 1988, i ricorsi e gli appelli servono solo a procrastinare l’esecuzione della condanna, nessuno sembra credere a lui e ai suoi legali: Glenn non solo non ha ucciso, ma non era nemmeno presente alla rapina. Tutto cambia nel 2014 quando un giudice della Lousiana riconosce che il processo è “compromesso da avvocati inesperti e dal fatto che alcune prove sono state dichiarate inammissibili, incluse informazioni fornite da un testimone”. Tornato in libertà, Glenn ora riceverà 330mila dollari di risarcimento, il massimo previsto dalla legge, per aver trascorso 30 anni in prigione, nel braccio della morte: troppo poco per un’intera vita passata dietro le sbarre.

    Paul House fu condannato nel 1985 per lo stupro e l’omicidio di Carolyn Muncey, in Tennesse. L’uomo era il vicino di casa della vittima e aveva già scontato una condanna per aggressione sessuale. Quando gli inquirenti trovarono tracce di sangue appartenenti al gruppo A, il suo gruppo sanguigno, non ebbero dubbi. Poco importava che fosse il gruppo sanguigno più comune: House venne condannato a morte. Nel 1999, dopo quasi 15 anni nel braccio della morte, House chiese e ottenne l’esame del Dna: le analisi scoprirono che l’omicida era il marito della donna, che aveva proprio il gruppo sanguigno A. House uscì dal carcere a 47 anni nel 2008, malato di sclerosi multipla, dopo 22 anni di prigione per un delitto non commesso.

    Anche Robert Dewey è stato liberato grazie al test del Dna, dopo 17 anni di prigione in Colorado, per l’omicidio di Jacie Taylor, 19 anni, trovata strangolata con un guinzaglio per cani in una vasca piena d’acqua. Il suo avvocato è riuscito a riaprire il caso dopo la condanna all’ergastolo usando la maglietta di Robert, macchiata solo del suo sangue e senza tracce di quello della vittima. Quando le tracce biologiche di sangue e sperma trovati sulla scena del crimine, vennero analizzate il Dna scagionò l’uomo: non era lui l’omicida di Jacie.

    Anche la battaglia giudiziaria di Henry Skinner, condannato a morte in Texas nel 1995 per l’omicidio della compagna Twila Busby e dei due figli di lei, sta avviandosi verso una fine diversa dall’iniezione letale. L’uomo trovò la donna e i figli massacrati in casa al suo rientro da una serata a base di alcol e droga: proclamatosi sempre innocente, ha chiesto per anni il test del Dna sugli oggetti ritrovati vicino ai corpi delle vittime. Altre analisi avevano rilevato il suo Dna in casa, ma, sostengono i suoi legali, era più che probabile che venisse trovato visto che l’uomo viveva in quella casa. A settembre i test sul coltello usato per gli omicidi e su altre tracce sul luogo del delitto hanno rilevato il Dna di un’altra persona, forse lo zio della donna, contro cui Henry aveva puntato il dito perché violento e già protagonista di tentativi di avance nei confronti della nipote nel corso di una festa tenuta la notte prima dell’omicidio. La giacca dell’uomo, trovato sulla scena del crimine, non venne mai analizzata e ora è scomparsa. Il test del Dna però potrebbe lo stesso scagionare Henry dopo 19 anni di carcere in attesa della morte.

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