Profughi siriani a Istanbul: i disperati in un Paese senza presente e senza futuro

Giorgio Ausenda Corrispondente dagli Stati Uniti 9 Giugno 2015 alle 16:56 in Guerra in Siria, Medio Oriente, Mondo, Siria
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9 Giugno 2015 alle 16:56 in Guerra in Siria, Medio Oriente, Mondo, Siria
    Profughi siriani a Istanbul: i disperati in un Paese senza presente e senza futuro

    ISTANBUL 3/6/2015. Istanbul è molto cambiata dall’ultima volta che l’ho visitata, nell’estate del 2012. Allora la guerra civile in Siria era iniziata da un anno, ancora lontana dall’essere l’apocalisse che è oggi. Tre anni più tardi la città è un crocevia di disperati provenienti da tutto il Medio Oriente, alla deriva. Sono per lo più Siriani scappati da una guerra che sembra non aver fine e Iracheni che hanno visto le bandiere nere dello Stato Islamico avvicinarsi alla porta di casa. E’ impossibile avere un’idea precisa di quanti siano: alcune associazioni sostengono che si sia arrivati ad un milione di profughi. In una città di 14 milioni di persone diventa facile nascondersi, essere invisibili.

    Dal Corno d’Oro a piazza Taksim si aggirano centinaia di bambini senza scarpe, sporchi. Si rincorrono per le stradine in salita intorno all’imponente Torre di Galata, costruita nel 1348 dai coloni genovesi. Chiedono l’elemosina ai turisti, parlando in arabo. Sanno bene di avere più chances con gli stranieri che con i turchi, i quali iniziano a mostrare segni di insofferenza verso i loro inaspettati ospiti. Negli ultimi anni il Partito del Movimento Nazionalista (MHP) ha avuto gioco facile a far leva su quest’insofferenza; le piazze turche sono diventate teatro di tuonante demagogia nazionalista d’altri tempi. In questa settimana di elezioni, ci si aspetta che i nazionalisti riscuotano un discreto successo.

    Per motivi geografici, l’esodo che ha travolto la Turchia è immensamente maggiore rispetto a quello che si abbatte sulle nostre coste. Il trend nazionalista, a volte neofascista, fa in modo che non vengano stanziati fondi a favore dei profughi. Una volta attraversato il confine orientale con la Turchia, i problemi di chi fugge dalla distruzione non sono certo finiti. Come in Europa, i disperati in fuga non troveranno lavoro. Saranno costretti a rubare, chiedere l’elemosina o prostituirsi.

    Andando a visitare l’SGDD-ASAM (http://www.sgdd.org.tr/), un’associazione che offre aiuto ai profughi e ai richiedenti asilo, ci si accorge subito di quanto i mezzi per far fronte a questa ondata migratoria siano inadeguati. I volontari del centro, che consiste in una stanzina in un edificio fatiscente nel quartiere di Tarlabasi, hanno delle profonde occhiaie. Sono sfiniti quanto le persone che tentano di aiutare, e rispondono alle mie domande in modo vago. La sensazione che ho avuto è che il lavoro di queste persone, per quanto nobile, sia totalmente inefficace su un piano concreto. Viene più che altro offerto sostegno psicologico: alcuni poster sul muro dicono, in arabo, “qui sei al sicuro”. La realtà è che i profughi non sono al sicuro da anni, travolti da avvenimenti al di fuori del loro controllo. I volontari del centro ci hanno tenuto a dirmi che gli straccioni che vedo in fila per ricevere chissà quale tipo di aiuto (probabilmente nessuno) non hanno passato una vita disagiata, nella povertà e nella miseria. Molti di loro erano più che benestanti, in Siria, con una casa per il week end e un paio di macchine. La guerra porta via tutto in un secondo, in un’istante. L’istinto di sopravvivenza porta a scappare, a lasciarsi alle spalle il pericolo e la morte, ma la realtà si presenta spietata: non c’è un posto dove scappare, non c’è un posto dove è possibile ricostruirsi una vita. Fuori dalla casa in cui sei cresciuto, ti accoglierà un mondo pieno di pregiudizi pronto ad elargire una sberla più che una carezza.

    Uscito dal centro accoglienza, se così si può definire, mi incammino per le stradine di Tarlabasi, dove i profughi cercano riparo la notte. In certi punti, la puzza della sporcizia è soffocante. Ad un angolo stretto della strada, mi scontro con un gruppo di ragazzi. Avranno avuto 12 anni, ma la vita di strada invecchia precocemente. Uno di loro ha il naso rotto e la maglietta sporca di sangue. Mi accorgo di essere solo insieme a loro quando uno del gruppo prova a strattonarmi lo zaino. Mi dileguo in fretta e furia, ma non prima di essere bersagliato da una salva di sputi. Nei loro occhi ho visto tutta la disperazione di chi vive per strada, nella sporcizia, nella miseria, lontano da casa, in un paese dove non si è i benvenuti, senza presente e senza futuro.