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Vittoria di Cameron in Gran Bretagna: avanza il fronte degli euroscettici

Vittoria di Cameron in Gran Bretagna: avanza il fronte degli euroscettici
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    La vittoria dei conservatori di David Cameron alle elezioni 2015 in Gran Bretagna apre una nuova fase per la vita politica di tutta l’Europa. Uno dei punti su cui il premier ha fatto leva durante la campagna elettorale, facendo sua una richiesta dell’Ukip di Nigel Farage, è stato il referendum sull’uscita dall’Europa, da indire entro il 2017. Per la Gran Bretagna è dunque vicino il momento in cui scegliere se rimanere dentro l’Unione Europea o uscirne, con tutte le conseguenze del caso. Quello che è successo sulle sponde del Tamigi non è che l’ultimo soffio della tempesta euroscettica che si è abbattuta sull’Unione e potrebbe essere la classica goccia che fa traboccare il vaso.

    Cameron si trova a gestire una fase delicata sia all’interno che all’esterno del Paese. Da una parte ha colto le istanze anti europee fatte proprie dall’Ukip e ha fagocitato il partito di Farage, portando alle dimissioni dello stesso leader (un solo seggio conquistato in queste elezioni). Lo ha fatto anche grazie ai laburisti che hanno espresso pareri più aperti nei confronti di Bruxelles ma che soprattutto non sono riusciti a parlare ai giovani britannici. Così si spiegherebbe anche la grande affermazione dello Scottish National Party di Nicola Sturgeon che ha battuto ogni record, conquistando la quasi totalità dei seggi assegnati alla Scozia a Westminster. Quello che era una roccaforte laburista, è diventata terra di indipendentisti che hanno saputo interpretare meglio le esigenze del classico elettorato di sinistra.

    Storicamente, la Gran Bretagna deve fare i conti con la secessione interna più di altri paesi europei e la Scozia potrebbe davvero arrivare a ottenere un’autonomia vicina alla separazione da Londra, soprattutto se la Gran Bretagna votasse l’uscita dall’Europa. Il pericolo che corre l’Unione è tale che anche intellettuali della sinistra inglese ora chiedono di aprire un dialogo per riformulare la presenza inglese nell’UE, anche puntando a scindere alcuni legami pur di rimanere dentro. Un’Europa senza Gran Bretagna sarebbe un’Europa a metà, con una delle grandi potenze fuori dai giochi e potrebbe essere la prima tessera del domino a cadere, causando la fine della stessa Unione.

    La Gran Bretagna, dicevamo, è solo l’ultimo fronte della protesta anti Europa. In Italia abbiamo almeno da tre anni due formazioni che fanno dell’uscita dall’euro il loro cavallo di battaglia: Lega Nord e MoVimento 5 Stelle. Il ritorno alla moneta nazionale implicherebbe la fine della presenza italiana a Bruxelles, la perdita di uno dei paesi fondanti l’Unione: tutto il progetto si sgretolerebbe.

    Le ultime elezioni europee del 2014 hanno evidenziato come questo pericolo sia sempre più vicino, con l’avanzata dei movimenti euroscettici in quasi tutti i paesi membri.

    La Francia ha visto l’eploit del Front National di Marine Le Pen, alleata in Europa con Matteo Salvini in chiave anti-UE. Anche la Germania di Angela Merkel vede crescere movimenti contrari all’Unione come Alternative fuer Deutchsland di Bernd Lucke.

    Il fronte del no proviene in quasi tutti i casi dalle formazioni di destra o estrema destra. È il caso di Gabor Vona e di Jobbik, Movimento per un’Ungheria Migliore, partito xenofobo e antisemita che è riuscito a crescere fino al 20% nell’Ungheria di Viktor Orbàn, euroscettico da sempre a capo del partito Fidesz, sempre di destra. La sua figura controversa, più vicina a Vladimir Putin che a Bruxelles, ha rappresentato e continua a rappresentare un problema per l’Unione, ancora di più dopo la vittoria di aprile. “Ora siamo il più forte partito estremista nell’UE”, ha dichiarato Vona all’indomani del risultato elettorale con Jobbik passato dal 16,7% del 2010 al 21,4%, a un nulla dal 22% dei socialisti.

    In Olanda troviamo un altro esponente di estrema destra, Geert Wilders, leader del Partito per la Libertà, noto per le sue posizioni contro l’immigrazione e contro i musulmani, come portavoce degli euroscettici. In Polonia è Janusz Korwin-Mikke, della Nuova Destra, la voce più autorevole dei contrari: ultra nazionalista, ex consigliere di Lech Walesa in Solidarnosc, incarna l’anima più estrema della destra polacca e le sue affermazioni antisemite hanno fatto storcere il naso anche alla Le Pen.

    Danese e di destra è Morten Messerschmidt del Danish People’s Party, entrato nell’europarlamento alle ultime elezioni per portare avanti la sua politica xenofoba e anti europeista. Ultimo caso un po’ atipico è la Grecia che vede da una parte la formazione di estrema destra, razzista e antisemita Alba Dorata, dall’altro movimenti e partiti della sinistra vicina ad Alexis Tsipras. Lo stesso premier ha un rapporto conflittuale con l’Europa, visti i problemi ancora irrisolti con l’ex troika, ma ha dovuto smorzare i toni per evitare il default del paese.

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