Olocausti dimenticati nella storia del mondo

Olocausti dimenticati nella storia del mondo
da in Diritti, Mondo, Nazismo, Stragi, Terrorismo
Ultimo aggiornamento: Martedì 24/02/2015 19:03

    L'eroe che salvò 669 bimbi ebrei durante l'Olocausto

    Olocausti dimenticati nella storia del mondo, ovvero guerre civili e genocidi sparsi, non solo shoah. Gli stermini nazisti non furono e non sono gli unici accaduti. Anche se ogni anno con la Giornata della Memoria, in molti pensano che ricordare gli orrori di Auschwitz basti a evitare che l’uomo uccida l’uomo, a scongiurare la deriva assassina. Certo, è importante tenere memoria degli orrori che sono accaduti durante il Terzo Reich, in anni in cui non soltanto gli ebrei furono deportati in massa nei campi di concentramento. Assieme a loro ricordiamo le migliaia di disabili cancellati con l’Aktion T4, i dissidenti politici massacrati, i Rom e Sinti uccisi, gli omosessuali, i testimoni di Geova. Purtroppo il mondo è stato ed è ancora disseminato di guerre e sanguinosi conflitti che, senza il clamore mediatico che contraddistingue altri tipi di notizie, proseguono senza indignare nessuno, perchè talvolta non si sa nemmeno della loro esistenza. Di seguito, ecco alcuni degli olocausti dimenticati nella storia del mondo.

    Ancora oggi in Turchia parlare del genocidio degli Armeni è considerato un reato, un attentato all’unità nazionale. Molti intellettuali, e letterati per averlo fatto hanno dovuto subire processi, sono stati condannati, alcuni sono stati costretti l’esilio. Medz Yeghern, ovvero il Grande Male, si compie, nell’area dell’ex impero ottomano, in Turchia, dal 1915 al 1923. Gli armeni guardavano a Occidente, proclamando ufficialmente la propria fede cristiana. I due terzi degli armeni dell’Impero Ottomano, circa 1.500.000 di persone, furono sterminate. Molti furono i bambini islamizzati e le donne inviate negli harem. La deportazione e lo sterminio del 1915 vennero preceduti dai pogrom del 1894-96 voluti dal Sultano Abdul Hamid II e da quelli del 1909 attuati dal governo dei Giovani Turchi.

    L’origine della questione israelo-palestinese risale ai primi del ’900, e riguarda la nascita del movimento sionista prima, e la successiva creazione dello Stato di Israele poi, in quel territorio considerato invece dal movimento panarabo come appartenente, ormai da circa 14 secoli, ai palestinesi (siano essi musulmani, cristiani, drusi o di altre fedi), e che il popolo ebraico invece forza ad andare via con l’installazione di nuove colonie. In un mese e mezzo, durata del progetto israeliano ‘Protective Edge’ del 2014, sono morte oltre 2.200 persone. Una vera e propria pulizia etnica cui l’intera popolazione palestinese, a partire dal 1948, è stata sottoposta, attraverso la cancellazione e la distruzione di interi villaggi, e con la deportazione forzata di persone verso i vicini paesi arabi. Le guerre tra Israele e i paesi arabi confinanti, del 1948 al 1973, hanno causato la morte di oltre 100mila persone. Duemila morti palestinesi sono caduti nella prima Intifada, dal 1987 al 1992. Dall’inizio della seconda Intifada (settembre 2000) al 20 giugno 2007, hanno perso la vita 4626 palestinesi e 1050 israeliani. La guerra nella Striscia di Gaza del dicembre 2008/gennaio 2009 è di circa 800 palestinesi morti, quasi tutti civili, e 11 vittime israeliane.

    Il Darfur si trova a ovest del Sudan, nel deserto del Sahara. Mentre nel sud la popolazione è animista, la maggioranza nera originaria della regione e la minoranza araba nomade sono in guerra. Dal 2003 il Darfur è teatro di un feroce conflitto tra i Janjaweed, un gruppo di miliziani reclutati fra i membri delle locali tribù e la popolazione non Baggara della regione. Il governo sudanese, pur negando pubblicamente di supportare i Janjaweed, ha fornito loro armi e assistenza e ha partecipato ad attacchi congiunti rivolti sistematicamente contro i gruppi etnici Fur, Zaghawa e Masalit. 450.000 i morti ufficiali e oltre 2,7 milioni di profughi dal 2006. I mass media usarono il termine ‘pulizia etnica’ per definire il conflitto.

    Dopo l’invasione di Timor Est da parte dell’Indonesia furono sterminate oltre 250.000 persone in meno di cinque anni. L’esercito invasore puntava all’annientamento di Timor Est massacrando la popolazione a più riprese, provocando carestie e tramite la sterilizzazione forzata delle donne. Si è condotta la distruzione ragionata del sistema agricolo e intere famiglie di contadini, che prima abitavano sparsi sul territorio e sulle montagne, sono state trasferite in villaggi strategici per essere meglio controllate ed affamate. Il conteggio delle vittime risulta difficoltoso a causa del serrato blocco sull’informazione imposto dal regime di Giakarta. Nel 1975 si parlava del 10% della popolazione uccisa, nel 1979 del 15% mentre nel 1988 la cifra si attestava a circa il 30%. Il Dipartimento di Stato stima le perdite in numero compreso tra 100.000 e 200.000 morte di fame od a causa degli effetti degli agenti chimici e defolianti.

    Il Ruanda è abitato da Tutsi e Hutu. La divisione dei due gruppi non non ha origini etniche ma economiche: i Tutsi sono storicamente allevatori, gli Hutu agricoltori e dunque considerati socialmente inferiori. In epoca coloniale, dal 1885 al 1962 i Tutsi diventano l’élite del paese e per volontà dei Belgi governatori, solo uno dei due gruppi ha accesso alla scolarizzazione e alle professioni. Da qui nasce un odio reciproco che sfocia in conflitto armato nel 1990 e poi nel genocidio. Fra aprile e giugno 1994, un milione fra Tutsi e Hutu moderati cadono sotto i colpi di machete degli estremisti, senza che la comunità internazionale faccia nulla per impedire la strage. Su una popolazione di 7.300.000, di cui l’84 % hutu, il 15 % tutsi e l’1 % twa, le cifre ufficiali diffuse dal governo ruandese parlano di 1.174.000 persone uccise in soli 100 giorni. Tra loro il 20% circa è di etnia hutu. Migliaia le vedove, molte stuprate e oggi sieropositive. 400.000 i bambini rimasti orfani, 85.000 dei quali sono diventati capifamiglia.

    Il popolo Nuba che vive in Sudan è tristemente famoso per le persecuzioni che ha subito con la pulizia etnica voluta dal governo integralista islamico di Khartum, nella zona del Kordofan meridionale, al centro-sud del paese. Il popolo è stato assoggettato a una politica di assimilazione forzata. A lungo protetta dal naturale isolamento sui monti Nuba, nel cuore del Sudan, la popolazione dei Nuba ha subito l’annichilamento. Interessi economici si sono intrecciano con motivazioni religiose (la conversione all’Islam) nel genocidio di questo popolo che nonostante tutto non dimentica le proprie tradizioni e continua a decorare il suo corpo con tatuaggi, piercing e scarificazioni.

    Con il termine Holodomor si intende il genocidio ucraino: con il termine moryty holodom, che significa ‘infliggere la morte attraverso la fame‘ si intende la carestia di origine dolosa che colpì l’Ucraina dal 1929 al 1933, e che causò milioni di morti. Fu il regime di Stalin a macchiarsi di questo crimine contro l’umanità. Secondo il progetto del regime, la ricchezza prodotta dall’agricoltura doveva essere interamente trasferita all’industria, il vero motore dell’economia pianificata. Per questo, le terre e tutta la produzione dovevano passare sotto il controllo dello stato. Ma l’Ucraina aveva una lunga tradizione di fattorie possedute individualmente, e si oppose; ecco perchè fu ‘punita’.

    Nella Seconda Guerra Mondiale la Cina fu il paese che soffrì il maggior numero di perdite: quasi 20milioni di cinesi persero la vita e il dato agghiacciante è che tre quarti di essi erano civili. Una vera ecatombe. Storicamente i giapponesi hanno sempre avuto il pallino della conquista verso il continente. Durante l’ultima invasione della Cina si abbandonarono a saccheggi, stupri, esecuzioni di massa e violenze disumane, anche contro donne, vecchi e neonati. Sul web si possono trovare agghiaccianti immagini di soldati giapponesi che smembrano neonati o che li utilizzano come tiro al bersaglio. Solo a Nachino, allora capitale cinese caduta in mano ai giapponesi, in una serie di saccheggi furono stuprate 20.000 donne (tra le quali anche bambine e anziane). Per quanto riguarda invece il numero dei morti, le stime variano molto. I cinesi ne contano 300.000. Alcuni storici giapponesi minimizzano parlando di qualche centinaio di vittime, altri arrivano a parlare di 200mila morti.

    Indiani d’America, pellerossa, indios o amerindi: chiamateli come volete, perché questi nativi americani furono sterminati dai bianchi colonizzatori europei (francesi, inglesi, spagnoli, portoghesi, olandesi e italiani) giunti in queste terre alla fine del XIV secolo, periodo in cui si ritene che un numero tra i 50 e i 100 milioni di indigeni morirono in guerre di conquista, a causa della perdita del loro ambiente e quindi delle risorse, per le malattie portate dall’uomo bianco, mentre molti furono oggetto di deliberato sterminio, poiché considerati barbari, come i nativi aztechi e inca. All’arrivo dell’uomo bianco l’America del Nord era popolata da tre milioni di indiani: Moicani e Irochesi nelle foreste del Nord Est, nelle praterie del Nord i Sioux e i Cheyenne, gli Apache e i Navajo nelle pianure del Sud. Con la resa dell’ultimo indiano ribelle, Geronimo, nel 1886 i suoi Apache vengono spediti in Oklahoma, il deposito dei popoli indiani, mentre lui viene mandato in prigione in Florida. Nel 1890 rimanevano 250.000 individui, tutti confinati nelle riserve.

    1816

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