Guerra in Libia, Gentiloni: ‘Sì a soluzione politica, ma il tempo non è infinito’

Guerra in Libia, Gentiloni: ‘Sì a soluzione politica, ma il tempo non è infinito’
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    Guerra in Libia, Gentiloni: ‘Sì a soluzione politica, ma il tempo non è infinito’

    Il tempo a disposizione non è infinito e rischia di esaurirsi molto presto”. Così il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni ha riferito alla Camera sulla situazione in Libia nel corso di un’informativa urgente. Confermata la linea di una soluzione politica, ma la situazione impone un’accelerazione. “Chiediamo alla comunità diplomatica di aumentare gli sforzi. Non vogliamo avventure, né crociate, ma l’unica soluzione alla crisi è quella politica e impone un cambio di passo da parte della comunità internazionale”, chiarisce il titolare della Farnesina. Per questo “il governo è impegnato a tutti i livelli a promuovere” il cambiamento e “terrà costantemente informato il Parlamento, maggioranza e opposizione, degli sviluppi sul terreno”. In ogni caso, chiarisce Gentiloni, l’Italia è pronta a prendersi responsabilità “di primo piano”. “Siamo pronti a contribuire al monitoraggio del cessate il fuoco, al mantenimento della pace, a lavorare per la riabilitazione delle infrastrutture, per l’addestramento militare, per sanare le ferite della guerra e a riprendere il vasto programma di cooperazione sospeso la scorsa estate a causa del conflitto”, ha concluso.

    Da parte del M5S è arrivato un duro attacco all’esecutivo nel corso del dibattito. “La guerra in Libia sarebbe il nostro Vietnam: se Gentiloni e Pinotti vogliono fare i marines, si accomodino pure. Spenderemo i loro stipendi da casta per cose più utili”, ha tuonato il deputato pentastellato Alessandro Di Battista

    Lo stesso Matteo Renzi aveva frenato su un possibile intervento militare in Libia. “La situazione è difficile ma non è tempo per una soluzione militare“, spiega il premier in un’intervista al Tg5. Vero che il paese nordafricano è “fuori controllo“, ma questo non porta necessariamente a una soluzione armata e, in ogni caso, deve essere l’Onu a muoversi. “Da tre anni in Libia la situazione è fuori controllo, lo abbiamo detto in tutte le sedi e continueremo a farlo“, ricorda. A muoversi deve essere la comunità internazionale che “se vuole, ha tutti gli strumenti per poter intervenire. La proposta è di aspettare il Consiglio di sicurezza Onu. La forza delle Nazioni unite è decisamente superiore alle milizie radicali“. Il Libia, conclude, “non c’è un’invasione dell’Isis, ma alcune milizie che già combattevano lì si sono appoggiate a loro“.

    Il mattinata Renzi ha auto anche un lungo colloquio telefonico con il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi. Il Paese ha reagito militarmente con diversi attacchi aerei dopo l’esecuzione di 21 egiziani copti. Al centro del colloquio, c’è stata la lotta al terrorismo con in particolare la situazione della Libia e le azioni da intraprendere per “riportare sicurezza e pace nel Paese“, si legge in una nota di Palazzo Chighi.

    L’intervento del premier arriva a stemperare i toni e le dichiarazioni giunte dai ministri Gentiloni e Pinotti secondo cui l’Italia è pronta a intervenire in Libia per fermare l’avanzata dell’Isis alla guida di una coalizione sotto l’egida dell’Onu.

    La situazione nel paese nordafricano e le minacce arrivate dai jihadisti dell’Isis hanno accelerato la discussione in corso nel nostro Paese, ora ancora più nel mirino del cosiddetto califfato. Per questo, sia il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni sia la collega alla Difesa, Roberta Pinotti, ora parlano chiaramente della possibilità di inviare militari italiani in Libia. Si tratta ancora di un’ipotesi, hanno spiegato, qualsiasi azione deve essere decisa dal Parlamento, ma le forze armate sono già pronte.

    Il primo a ipotizzare l’intervento armato in Libia sotto la guida delle Nazioni Unite è stato Paolo Gentiloni. Il 13 febbraio, quando le milizie Isis erano entrate nel paese, il ministro ha dichiarato che l’Italia è “pronta a combattere in un quadro di legalità internazionale”. Parole che hanno portato alla reazione dei jihadisti che, dalla radio ufficiale, definiva il titolare della Farnesina “ministro dell’Italia crociata”, indicandolo come un bersaglio da colpire.

    Quello che è certo è che l’Italia si è già mossa in una direzione: ha richiamato i connazionali, ha chiuso l’ambasciata in Libia ed è costantemente minacciata dall’Isis. “Prima ci avete visti su una collina della Siria. Oggi siamo a sud di Roma, in Libia”, dicono i miliziani nell’ultimo video dell’orrore con le decapitazioni di 21 egiziani copti.

    Matteo Renzi ha cercato di smorzare i toni per non far esplodere una situazione già critica, ma l’avanzata delle truppe di Abu Bakr al-Baghdadi e la presa di Sirte hanno tolto ogni dubbio. “Il peggioramento della situazione richiede ora un impegno straordinario e una maggiore assunzione di responsabilità, secondo linee che il governo discuterà in Parlamento a partire dal prossimo giovedì 19 febbraio. L’Italia promuove questo impegno politico straordinario ed è pronta a fare la sua parte in Libia nel quadro delle decisioni delle Nazioni Unite”, si legge in una nota emessa dalla Farnesina.

    La conferma arriva dalla Pinotti. Intervistata da Il Messaggero, la ministra chiarisce che “l’Italia è pronta a guidare in Libia una coalizione di paesi dell’area, europei e dell’Africa del Nord, per fermare l’avanzata del Califfato che è arrivato a 350 chilometri dalle nostre coste”.

    Ancora non è stabilito come e quando, ma il ministero si sta muovendo da tempo e non si è fatto trovare impreparato. “Se in Afghanistan abbiamo mandato fino a 5mila uomini, in un paese come la Libia che ci riguarda molto più da vicino e in cui il rischio di deterioramento è molto più preoccupante per l’Italia, la nostra missione può essere significativa e impegnativa, anche numericamente”.

    Tutto è ancora in via ipotetica, si dovrà passare dal Parlamento e muoversi nell’ambito di una coalizione internazionale, ma “l’Italia immagina d’avere un ruolo di leadership in Libia come l’abbiamo avuto in Libano, per motivi geografici, economici, storici”.

    A livello politico, l’ipotesi di un intervento militare sta prendendo sempre più piede. Silvio Berlusconi ha dato il suo appoggio ufficiale. “Un intervento di forze militari internazionali, sebbene ultima risorsa, deve essere oggi un’opzione da prendere in seria considerazione”, ha fatto sapere l’ex Cavaliere che precisa di “accogliere con favore l’intento del governo di non abdicare alle responsabilità che ci derivano dal ruolo che il nostro paese deve avere nel Mediterraneo”.

    Il primo no secco è arrivato dal M5S che, in una nota, ha espresso la totale opposizione a qualsiasi interventi militare in Libia. “La storia ci insegna che la guerra in passato ha sempre contribuito ad alimentare il terrorismo e l’attuale scenario mediorientale, con l’insorgere di nuove e pericolose organizzazioni terroristiche come lo Stato Islamico, ne è la più chiara e nitida dimostrazione”, scrivono i deputati delle Commissioni Esteri e Difesa. Anche la Lega Nord ha sollevato dei dubbi. “Il governo parla a vanvera di guerra“, ha dichiarato Matteo Salvini.

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