Stupri nei college: viaggio nel lato oscuro dell’università americana

Stupri nei college: viaggio nel lato oscuro dell’università americana
Corrispondente dagli Stati Uniti in Mondo, Stati Uniti d'America, Stupri
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Mercoledì 04/02/2015 in Mondo, Stati Uniti d'America, Stupri
    Stupri nei college: viaggio nel lato oscuro dell’università americana

    La violenza sessuale che ha luogo nei campus statunitensi è un prodotto della società. È figlia di istituzioni permissive che nel corso dei decenni passati non solo hanno chiuso un occhio ma hanno concesso l’aumento dei fattori che facilitano lo stupro tra gli adolescenti nei college. Si è nascosta tra il sipario della tradizione, facendo capolino solo allo spegnersi delle luci. L’abuso violento prospera e spadroneggia nel perfetto terreno di caccia che si crea nelle feste fuori controllo organizzate dalle confraternite e tollerate dalle Università, molte delle quali hanno le caratteristiche di società d’affari anziché di luoghi accademici e di scambio culturale.

    Alexandra lavora come consulente per le vittime di abusi sessuali in una nota università fuori città. Ha accettato di aiutarci a far luce su quel che succede nel buio di una stanza di una fraternity house. Lo scenario è lo stesso da quasi cinquant’anni: un festone colossale nella casa in cui vive una confraternita, ovvero un gruppo di studenti unitosi attraverso vari riti di iniziazione spesso oltre il confine del bullismo più violento.

    Durante la festa, ci spiega Alexandra, le ragazze invitate giocano fuori casa e vengono separate tra di loro con destrezza. Dopo una vita passata in una società in cui il consumo di alcolici tra adolescenti è vietato fino ai 21 anni di età, si trovano davanti ad un tavolo colmo di bottiglie di vodka, gin, whiskey, rum e tequila. Una volta che la curiosità e la voglia di andare contro un tabù prendono il sopravvento, il gioco è quasi fatto. La pressione del gruppo si unisce all’odore della birra sul pavimento e in un secondo la festa cambia i colori, perde la brillantezza e la luce che ha nei film e si trasforma in un incubo.

    Molti ragazzi e ragazze, iniziato il percorso universitario, decidono di unirsi ad una fraternity o sorority, organizzazioni di convivenza proprietarie di edifici in cui i giovani adulti vivranno insieme gli anni accademici. Alcune di queste confraternite hanno più di un secolo di storia, la prima, Phi Beta Kappa del College of William and Mary, risale al 1776, e sono ben radicate nello scenario universitario. Molte vantano illustri membri, o brothers, come si rivolgono tra loro per il resto della vita, e chi di loro avrà avuto molto successo ricorderà gli anni goliardici con laute donazioni alla confraternita e all’università. La fraternity è presente ed esaltata anche in famiglia, dove i figli sono spinti a seguire le orme dei padri nelle stesse università e gruppi. Le loro feste sono celebri in tutto il mondo grazie ad Hollywood e a film come “Animal House”, presenti nell’immaginario collettivo come eventi caratterizzati da eccessi tutto sommato innocui.

    Negli ultimi mesi, oltreoceano, è tornato a galla l’argomento dello stupro nei college americani in seguito al gesto di una studentessa della Columbia University di New York. La ragazza, dopo aver denunciato uno stupro ed essere stata ignorata, si è presentata a lezione con il materasso su cui sostiene di essere stata violentata, portandolo con se per diversi giorni ovunque andasse, scatenando così l’interesse dei media. L’argomento non è nuovo: il primo studio sull’abuso sessuale nei campus risale al 1987, quando Mary Koss, pioniera nel suo campo, investigò le violenze formulando le prime statistiche. Da allora queste stime non sono cambiate di molto: una ragazza su quattro sarà vittima di violenza sessuale durante gli anni universitari, l’80% delle vittime conosce il suo stupratore e il 60% delle violenze è causato dall’abuso di alcool (Department of Justice, Bureau of Justice Statistics. CDC, Department of Health and Human Services.)

    Alla luce di questi numeri raccapriccianti, gli stessi da decenni, verrebbe da pensare che le università si siano quindi mosse in massa per impedire che una ragazza su quattro subisse violenza durante l’esperienza accademica. Non è così, e il motivo è lo stesso per cui nel mondo vengono perpetrati più o meno tutti i crimini e le ingiustizie: il denaro. L’università americana è un business, vende un servizio e per questo ha bisogno di domanda, ovvero di persone intenzionate ad iscriversi a quella università. Passare per “l’università dello stupro” non fa bene agli affari: nessun padre vorrà pagare migliaia di dollari per mandare la figlia in un posto così. Durante gli anni, le università hanno messo a tacere anziché investigare. “Oggi non è l’alcool a causare lo stupro di una ragazza”, mi racconta Alexandra, “ma i college che adottano una politica che non incoraggia a denunciare uno stupro. Per esempio non viene garantita un’immunità alle vittime che, al momento della violenza, erano ubriache sotto i 21 anni. Una ragazza che rivelasse di aver bevuto e poi essere stata stuprata verrà prima di tutto accusata proprio per aver bevuto!”. In molte scuole, questo può comportare l’espulsione diretta.

    Steven (nome di fantasia) ha accettato di parlare con me a condizione dell’anonimato.

    La sua fraternity è stata bandita dalla scuola a settembre dopo l’accusa di stupro da parte di uno dei brothers. Secondo l’accusa, un ragazzo ha condotto una ragazza semincosciente nella sua stanza, ha chiuso la porta e l’ha violentata. “Ora che questo argomento è tornato di moda”, racconta Steven, “l’università ha pensato bene di chiamare una signora con un passato di fervente femminista a svolgere il ruolo di giudice, giuria e carnefice. Non sto dicendo che la violenza non sia stata commessa, ma che la nostra associazione è stata bandita senza un’investigazione imparziale. La ragazza ha denunciato il fatto in un momento in cui l’università era pronta ad ascoltare e da un giorno all’altro abbiamo chiuso. Noi rispettiamo le donne, le nostre amiche non potevano credere che una cosa simile fosse successa da noi.” Steven racconta anche che esistono certe confraternite che addirittura si vantano delle violenze commesse su ragazze incoscienti, che drogano le invitate a loro insaputa e che basano la loro esistenza sulla violenza di genere. Evitando di guardarmi negli occhi, Steven ribadisce che non è il caso della sua confraternita: “Non possono chiuderci, è contro la costituzione che garantisce ad ogni americano il diritto di riunione.” Steven e i suoi brothers, con l’aiuto economico di ex membri, hanno fatto causa all’università e hanno vinto recentemente.

    Quando ho iniziato la mia ricerca sullo stupro nei campus americani, ho pensato che fosse un avvenimento più comune alle università di seconda categoria rispetto ai grandi nomi dell’educazione a stelle e strisce. Immaginavo college nel profondo degli Stati Uniti dove la squadra di Football Americano è più importante di qualsiasi programma accademico. Mi sono dovuto ricredere in poco tempo, quando ho conosciuto Adriana. Appena trasferitasi a New York dopo la laurea, Adriana mi racconta la sua esperienza, sempre su richiesta dell’anonimato, davanti ad una tazza di caffè. La sua disavventura ha le caratteristiche di tante altre, ma l’università non è tra le più comuni. Adriana si è laureata in un’università dell’Ivy League, di cui fanno parte le più prestigiose d’America (Harvard, Yale, Brown, Georgetown, Princeton, Cornell, Dartmouth e Pennsylvania). L’incredibile felicità e soddisfazione che una giovane donna può provare ad essere ammessa ad un’università come quella di Adriana è sicuramente indescrivibile. “Ma l’euforia è svanita in fretta”, si sfoga Adriana, “ricorderò per sempre gli anni dell’università come i peggiori della mia vita. Non ho mollato solo per poter scrivere il nome del college sul curriculum, ma mi chiedo se essere rimasta lì non mi abbia rovinato sul piano psicologico. Il primo mese sono stata stuprata e quando la mattina dopo ho denunciato il mio stupratore, sono stata accusata di mentire e di essermi ubriacata.” Adriana mi spiega che il ragazzo in questione è il rampollo di una ricchissima famiglia che le ha immediatamente fatto causa a seguito della denuncia. “Non c’è stata alcuna investigazione, non c’è stata alcuna espulsione. Mi sono salvata dall’esser espulsa io stessa grazie al Title IX”, ovvero parte di una legge del 1972 contro la discriminazione nelle scuole in base al genere sessuale. “Ho visto il mio stupratore ogni giorno per tre anni. Io sono stata accusata di mentire, su basi inesistenti, mentre lui è diventato rappresentate degli studenti nella sua facoltà all’ultimo anno.

    È la prima volta che mi sono trovato di fronte al silenzio americano. Ho fatto fatica a rintracciare persone disposte a raccontarmi le loro esperienze e chi lo ha fatto ha voluto mantenere l’anonimato. La società negli Stati Uniti è costruita intorno ad una sorta di estremismo economico dove la costante ricerca di nuovi metodi per far soldi sconfigge l’umanità ad ogni passo. Il terribile peso che una vittima di stupro si porterà sulle spalle tutta la vita viene aggravato dal sistema e dalle istituzioni. Gli episodi di violenza vengono insabbiati da decenni nel costante tentativo di non diminuire la rendita del business dell’educazione, un mercato che vanta un giro d’affari di miliardi di dollari.

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    SCRITTO DA Giorgio Ausenda Corrispondente dagli Stati Uniti Segui autore:
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