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La Cina vieta i trapianti di organi presi dai condannati a morte

La Cina vieta i trapianti di organi presi dai condannati a morte
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    La Cina vieta i trapianti di organi presi dai condannati a morte

    Il 2015 segna una inversione di tendenza per quanto riguarda i trapianti di organi in Cina. Sono stati infatti vietati i trapianti di organi dai condannati a morte. L’annuncio è stato dato dal direttore del Comitato cinese per i trapianti e le donazioni di organi, Huang Jiefu, e le associazioni per la difesa dei diritti umani che hanno sempre criticato Pechino per la scarsa trasparenza in materia di donazioni e soprattutto per questa pratica, hanno espresso la loro soddisfazione. Resta comunque il problema che riguarda la pratica della donazione, che in Cina è quasi inesistente. E infatti era questo il motivo per cui si ricorreva agli organi espiantati ai detenuti giustiziati per eseguire le operazioni.

    Dalle stime ufficiali, si calcola che in Cina si eseguono 10mila trapianti l’anno, mentre le liste d’attesa sono molto più lunghe (300mila persone). Lo 0,6 dei cinesi su un milione sono donatori volontari (contro i 37 della Spagna e i 19,6 dell’Italia). Almeno fino al 2012, gli organi dei condannati giustiziati rappresentavano il 64 per cento dei trapiantati. Alcuni hanno addirittura insinuato il sospetto che le tempistiche delle condanne a morte fossero direttamente influenzate dalla necessità di organi degli ospedali.

    La carenza di organi aveva portato anche a un fiorente mercato nero che il governo aveva provato a limitare nel 2007 proibendo il trapianto da esseri viventi che non siano famigliari diretti di chi ne ha bisogno. Ancora nel 2012 venne alla luce un traffico d’organi (reni venduti a 2500-3500 euro) reso possibile dalla connivenza di medici corrotti.

    Da quando la Cina ha aperto alla donazione volontaria di organi nel 2010, hanno donato appena 1500 persone. Secondo Huang Jiefu si nota la tendenza in aumento del numero dei donatori, ma sembra necessario un progetto di sensibilizzazione verso la pratica, che non viene recepita in genere per motivi di carattere religioso o culturale.

    Se i cinesi sono culturalmente restii a donare gli organi, però, sembra non abbiano alcun problema morale o filosofico, nell’usare le cellule di feti abortiti per la creazione di cosmetici antirughe. L’argomento è stato oggetto nel 2004 di una inchiesta-shock del quotidiano britannico ‘The Guardian’, in cui oltre al macabro utilizzo dei feti nell’industria cosmetica cinese, veniva denunciata anche la pratica di estrarre collagene dalla pelle dei cadaveri dei condannati a morte. ‘The Guardian’ puntualizzava che non ci fossero prove che nei negozi occidentali fossero stati messi in vendita prodotti con estratto di cadavere. Tuttavia era sicuramente provato che l’azienda in questione avesse commerciato con l’Europa altri tipi di cosmetici.

    La Cina attualmente applica la pena di morte a 55 reati, ma sta lavorando per ridurne il numero a 46. Il numero dei condannati giustiziati ogni anno è tenuto segreto dallo Stato, ma secondo la fondazione Dui Hua, una nonprofit con sede a San Francisco, nel 2013 ci sono state 2400 esecuzioni (contro 778 del resto del mondo), un 20% in meno rispetto all’anno precedente e quasi l’80% in meno rispetto al 2002, quando si calcola che in Cina siano state giustiziate 12mila persone.

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