Boko Haram: la testimonianza di un immigrato in Nigeria vittima del fondamentalismo islamico

Boko Haram: la testimonianza di un immigrato in Nigeria vittima del fondamentalismo islamico
Corrispondente dagli Stati Uniti in Boko Haram, Jihad Islamica, Mondo, Nigeria
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Lunedì 12/01/2015 in Boko Haram, Jihad Islamica, Mondo, Nigeria
    Boko Haram: la testimonianza di un immigrato in Nigeria vittima del fondamentalismo islamico

    Patrick è scappato dalla Nigeria dopo che la polizia lo imprigionò per la prima volta. Crescendo, ha sempre sognato di diventare un poliziotto. A Port Harcourt è come se un pesce volesse diventare un pescatore. Ho avuto il piacere di intervistare Patrick quattro anni fa, a Milano. Un giovane uomo robusto mi raccontò l’incredibile storia della sua vita: una diatriba passata tra i rapimenti di ingegneri bianchi alle raffinerie di Port Harcourt e il viaggio dalla Nigeria alla Libia e poi attraverso il mar Mediterraneo fino alla Sicilia e all’Europa.

    Port Harcourt è una città nel sud della Nigeria, lontana dalla devastante realtà che oggi affligge il nord del paese. Il movimento islamico radicale conosciuto con il nome di Boko Haram fa il bello e il brutto tempo in una regione che comprende gli stati Nigeriani del nord est, tra cui Kano, Yobe e Borno, e pezzi di deserto al confine con il Chad e il Niger. A sud di quest’area, i disperati che decidono di intraprendere il pericoloso cammino per l’Europa, scappando dalla vita grama che si lasciano alle spalle, dovranno attraversare il territorio di Boko Haram il più in fretta possibile. Alle porte del deserto del Sahara, dovranno pagare il passaggio attraverso le sabbie roventi a gruppi affiliati ai movimenti islamici radicali e ai predoni del Chad, mettendo la loro vita nelle mani di banditi senza scrupoli. Patrick mi ha raccontato del ruolo di questi gruppi nella sua incredibile Odissea, quando una delle loro occupazioni principali era il trasporto di essere umani attraverso il deserto.

    Patrick ha lasciato Port Harcourt poco più che ventenne. Aveva con se 2000 dollari americani e l’indirizzo di un parente a Londra. Sua madre lo baciò in fronte prima di dirgli addio. Il primo passo del suo cammino è attraverso la regione controllata da Boko Haram, nel nord del paese, dove vive la maggioranza della popolazione musulmana nigeriana. A Kano, una delle regioni del nord, Patrick incontra Sekemi: una ragazza che è già riuscita ad arrivare in Libia l’anno prima per poi essere arrestata e rimpatriata dalla polizia libica. Diventano amici, condividendo il peso e gli oneri del viaggio e tenendosi compagnia. Patrick cerca di mantenere alti gli spiriti facendo battute su dove ha dovuto nascondere i suoi soldi, ma Sekemi sembra essere sempre stanca e avvilita. Non ride e non piange. Sa che tipo di persone aspettano il loro arrivo a nord, al confine con il deserto. È già stata in quella zona una volta e il suo spirito è rassegnato ad una vita maledetta.

    Non so dire con esattezza quanti anni avesse Patrick quando l’ho intervistato. Ci incontrammo diverse volte, discutendo il suo viaggio per intero. Ritengo con una dose di certezza che ha attraversato il nord est della Nigeria e quindi il deserto tra il 2009 e il 2010, quando Boko Haram intraprendeva i suoi primi violenti passi. Fino ad allora, Patrick non lasciò mai Port Harcourt. Ricorda la differenza tra il nord e il sud del paese con una pesante testimonianza: “qua la gente muore di fame” Patrick racconta di Kano, “pensavo che la situazione fosse critica a Port Harcourt… ma almeno avevamo da mangiare.” Con Sekemi, Patrick ha percorso la strada fino a Borno, dove le fitte foreste dell’Africa sub-sahariana fanno spazio al deserto. In un villaggio da qualche parte a Borno, ora roccaforte di Boko Haram, Patrick decide di utilizzare un po’ dei suoi soldi per offrire il pranzo a Sekemi. Le mosche non lo lasciano in pace, ronzando intorno al magro pasto. Patrick e Sekemi mangiano in silenzio, guardando con cautela il capannello di bambini denutriti che si sta creando intorno a loro. Non passa molto tempo prima che Patrick non riesca più a ingoiare un boccone, il suo stomaco chiuso da un magone di disperazione.

    Al primo accenno che compie nel passare il cibo ai bambini, questi gli si lanciano addosso. Il cibo cade insieme a i magri corpicini che si avventano nella sabbia, ingerendo manciate di pane e terra. “La corruzione e la violenza nel sud è insopportabile, ma almeno avevamo il cibo”, mi spiega Patrick, “non c’è niente qua (a Borno) se non morte e disperazione.”

    La regione è un terreno ideale per la crescita di un gruppo islamico radicale come Boko Haram che dal 2009 ha ucciso più di 5000 civili ed è stato riconosciuto dalle Nazioni Unite come un’organizzazione terroristica nel maggio del 2014. Da quando gli inglesi hanno abbandonato la Nigeria alla sua caotica esistenza nel 1960, il nord del paese è diventato teatro di sanguinosi conflitti tra milizie di diverse etnie.

    Mentre il sud della Nigeria è stato venduto pezzo per pezzo alle compagnie petrolifere, il nord è stagnato nella violenza e nel disordine. Boko Haram, che ha come obiettivo la creazione di uno stato islamico governato dalla Sharia nel nord della Nigeria, ha radici nella tratta di esseri umani.

    Da qualche parte tra Borno e il Chad, Patrick e Sekemi si uniscono ad altri disperati per lo più provenienti dal Camerun. Mentre il gruppo di persone sedute per strada si infoltisce, una camionetta si avvicina. Alcuni uomini armati offrono un passaggio per la Libia attraverso il deserto a bordo di grossi camion. Il prezzo è caro per molti, ma Patrick ha con se abbastanza soldi per pagare il biglietto per se stesso e per Sekemi, a cui si è affezionato con il passare del tempo. Pagati gli uomini, Patrick e Sekemi si arrampicano su un camion insieme a chi ha potuto permettersi il viaggio. “Il deserto è incredibile. Ho visto l’oceano parecchie volte a Port Harcourt, ma non ho mai visto un mare di sabbia!” rievoca Patrick mentre mi racconta della carovana che viaggia a tutta velocità nella notte sahariana. Sekemi dorme tranquilla, adagiando la testa in grembo a Patrick mentre lui guarda le stelle sognando l’Europa e un mondo senza ingiustizie.

    Tutto il viaggio di Patrick è fatto di trafficanti di persone disposte a portare la gente da un punto A a un punto B per un prezzo solitamente esorbitante. Tra il 2007 e il 2010, Boko Haram è già attivo nel rapimento di donne per sfruttamento sessuale (UNODC). Oggi nessuno è al sicuro nelle zone controllate dal gruppo, che ad aprile ha rapito più di 200 ragazze a Chibok, nella stessa regione percorsa ogni giorno da decine di disperati in fuga dal loro paese come Patrick. L’autofinanziamento di un gruppo come Boko Haram prevede di tutto: dalle rapine in banca ai sequestri di persone. Non c’è prova di un diretto coinvolgimento di Boko Haram nella tratta di persone attraverso il deserto del Sahara, ma è plausibile che milizie orbitanti intorno al gruppo si dedichino a questa attività da diversi anni. È fuori discussione che Boko Haram faccia quello che vuole nella regione, incontrastato dal corrottissimo governo nigeriano che non ha compiuto passi significanti nel combattere il terrorismo domestico.

    Gli uomini che si sono offerti di accompagnare il gruppo attraverso il deserto parlano una lingua molto diversa dal pidgin english di Patrick, ma lui capisce immediatamente cosa sta succedendo. Intravede un’oasi all’orizzonte: massi rocciosi delineano uno specchio d’acqua nel mezzo del deserto. Attorno allo stagno, Patrick scorge le sagome di tende, camion e uomini armati. Le guide si urlano pareri l’un l’altro e le donne della compagnia sono terrorizzate. Patrick mi racconta del suo ultimo incontro con il fondamentalismo islamico senza incrociare il mio sguardo. I suoi occhi fissi su un albero dietro alla panchina del parco delle Basiliche di Milano su cui sediamo. “Gli uomini ci han fatto cenno di scendere dai camion e formare una fila. Hanno preso tutti i nostri soldi e hanno iniziato a discutere animatamente con le nostre guide,” mi dice Patrick, “non ho capito cosa stesse succedendo finché uno dei guerriglieri non ha strattonato una delle donne che erano con noi, trascinandola nella sabbia. Il compagno della donna si è subito avventato contro l’uomo che stava portando via sua moglie, o sua sorella, non lo so… Il suo tentativo si è fermato a mezz’aria, investito da una raffica di Kalashnikov. Una delle guide parlava un po’ di inglese e mi ha spiegato che le ragazze e le donne sarebbero rimaste qua. Ho iniziato a piangere quando il sangue di un altro uomo che ha tentato di proteggere la sua compagna ha imbevuto le sabbie del Sahara.” Patrick non ricorda come è salito sul camion senza Sekemi, ma ricorda chiaramente la sensazione di non poter fare nulla. “Sarei rimasto anche io a faccia in giù nella sabbia rovente. Non ho altro da dire al riguardo.”

    Quel giorno, un camion si lanciò a tutta velocità verso nord. Gli uomini a bordo, silenziosi, si separarono da un pezzo del loro cuore, lasciandolo in una terra governata dal fanatismo e dall’estremismo, dove la ragione non riesce a farsi spazio tra la povertà e la miseria. Nella vita corta e terribile di Patrick, lasciare Sekemi nelle mani dei guerriglieri non è stata la cosa più difficile, ma il dolore nei suoi occhi ricorda un mondo a noi sconosciuto e un peso che nessuno dovrebbe essere costretto a portarsi dietro.

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    SCRITTO DA Giorgio Ausenda Corrispondente dagli Stati Uniti Segui autore:
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