Inchieste Eni: 30 anni di scandali

Inchieste Eni: 30 anni di scandali
da in Corruzione, Mondo, Tangenti
Ultimo aggiornamento: Martedì 21/10/2014 18:51

    L’Eni è una multinazionale creata come ente pubblico nel 1953. Enrico Mattei ne fu lo storico fondatore nonché il presidente finché la morte non lo colse nel 1962 a causa di un disastro aereo dai contorni ancora oscuri. L’Eni è diventata società per azioni nel 1992. L’attuale ripartizione delle azioni mostra una proprietà al 42% italiana. La società è presente in circa 90 Paesi ed è il sesto gruppo petrolifero mondiale per volume d’affari. Negli anni Eni è stata coinvolta in diverse inchieste che riguardano evasione fiscale, tangenti, corruzione e danni alla salute dei cittadini.

    L’Eni avrebbe pagato una tangente per ottenere un contratto petrolifero con la società di Stato dell’Arabia Saudita. Inizialmente il Governo arabo sarebbe stato d’accordo con il pagamento, ma, quando esplose lo scandalo, l’Arabia Saudita sospese la fornitura, negando ogni coinvolgimento. Giorgio Mazzanti, direttore generale dell’Eni, fu costretto a dimettersi e il Governo Cossiga pose sulla vicenda il segreto di Stato. Le indagini sulla questione sono state riprese nel 1982, in seguito al ritrovamento di documenti in possesso di Licio Gelli. Si scoprì in questo modo che c’era stato un mediatore del contratto tra Eni e Petromin. Fu proprio quest’ultimo ad ammettere che il denaro era andato tutto ai sauditi, tranne una piccola parte che era stata destinata a lui. Collettivamente si continuò a credere che la vicenda potesse nascondere anche dei guadagni in denaro per i partiti italiani, tramite la loggia massonica P2, alla quale lo stesso Mazzanti aveva aderito.

    Nel febbraio 2013, la Procura di Milano e la Guardia di Finanza hanno avviato un’inchiesta che coinvolge Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’Eni. Al centro dell’inchiesta una presunta tangente che sarebbe stata pagata al Governo algerino. Il tutto avrebbe avuto come obiettivo la possibilità di aggiudicare all’Eni e a Saipem delle commesse miliardarie. L’intermediario sarebbe stata una società di Hong Kong. La commessa sarebbe stata di 11 miliardi di dollari e sarebbe stata ottenuta attraverso una mazzetta di 197 milioni di euro, che avrebbero incassato alcuni esponenti della politica algerina. Oltre all’amministratore delegato, gli indagati sarebbero 7. Le autorità hanno effettuato delle perquisizioni presso gli uffici di Roma e di San Donato Milanese di Eni e Saipem. Oltre alla Guardia di Finanza, è intervenuta anche la Polizia tributaria. E’ stata perquisita anche l’abitazione milanese di Scaroni e sono stati oggetto di attenzione anche gli uffici del manager. Dal decreto di perquisizione si evince che ci si è concentrati soprattutto sui dispositivi elettronici e sulla posta elettronica.

    Nell’ottobre di quest’anno la Procura di Roma ha aperto un’indagine su un’evasione fiscale di milioni di euro, che sarebbe servita per accumulare fondi neri. L’inchiesta riguarda le forniture di carburante dell’Eni. Sono indagati per associazione a delinquere finalizzata all’evasione due manager e un imprenditore, che sono ritenuti responsabili, perché avrebbero falsificato le bolle per non pagare le accise. Gli uomini indagati sono Angelo Caridi, dipendente di Eni Servizi, il manager Angelo Fanelli e l’imprenditore Roberto Turrisiani. Il meccanismo che gli indagati avrebbero attivato avrebbe dato loro la possibilità di mettere a punto un vero e proprio danno nei confronti dell’Erario, che si è protratto per alcuni anni. Dai depositi uscivano dei camion con carburanti in quantità maggiore rispetto a quella dichiarata. L’Eni si faceva pagare il costo reale dei carburanti, ma dichiarava una quantità inferiore del materiale. In questo modo non versava le tasse che doveva e metteva da parte il denaro risparmiato. Le autorità hanno fatto scattare delle perquisizioni nella sede di San Donato Milanese e nelle proprietà di Caridi.

    L’ordine di perquisizione spiega che dal 2007 al 2012 si sarebbe verificata una commercializzazione in eccedenza di oltre 3 milioni di litri di gpl. L’accisa evasa sarebbe stata pari a più di 444.000 euro. Coinvolti anche 572.000 litri di benzina, 1 milione e mezzo di litri di gasolio e 221.000 litri di gasolio ecologico. In questo caso l’accisa evasa sarebbe stata corrispondente a più di 1 milione e 550.000 euro. L’evasione fiscale complessivamente supererebbe i 2 milioni di euro, anche se si stima che i danni per lo Stato potrebbero essere stati maggiori. Gli investigatori stanno cercando di capire in quali attività potesse venire impiegato il denaro occultato. Gli inquirenti ritengono che i soldi potrebbero essere stati utilizzati per attività illecite, in quanto sono frutto di un reato. In particolare ci si sta concentrando su Eni Servizi, che è una società partecipata al 10% dall’Eni. Dalle indagini sono emerse delle responsabilità a carico della divisione Refining & Marketing dell’Eni a Roma. Proprio qui alcune persone avrebbero evaso le accise sui carburanti, che sono stati caricati in eccedenza, per poi essere smistati sia a distributori appartenenti alla rete Eni che, eventualmente, anche ad altri. Il tutto, secondo l’ordine di perquisizione firmato dal Pubblico Ministero Mario Palazzi, sarebbe frutto non di un delitto occasionale, ma di un accordo ben preciso, che è finalizzato all’attuazione di un programma criminoso.

    L’Eni è indagata per il reato di corruzione internazionale, che riguarda l’acquisizione, nel 2011, di un giacimento petrolifero al largo della Nigeria. Questo giacimento ha un valore di 1 miliardo e 300 milioni di dollari. Indagati sono Claudio Descalzi, amministratore delegato, Luigi Bisignani e Paolo Scaroni. Nel periodo a cui risalgono i fatti, il nuovo ad di Eni si trovava al vertice della Divisione Exploration & Production della società. Attraverso la mediazione di Gianluca Di Nardo e di Bisignani, sarebbe stata versata una tangente di 1 miliardo e 92 milioni di dollari. Eni avrebbe fornito questi soldi a Dan Etete, ministro nigeriano del petrolio, in modo da acquisire la concessione dell’Opl-245. E’ proprio questa una grandissima area di esplorazione per il petrolio al largo della Nigeria. Tutto sarebbe avvenuto per mezzo della società Malabu. Da ciò che è risultato dalle indagini, i manager dell’Eni avrebbero pagato 190 milioni di dollari, per ottenere il via libera alle loro ricerche. Secondo alcune fonti, 110 milioni di dollari di questa tangente sarebbero stati già sequestrati dalla magistratura svizzera. L’amministratore delegato dell’Eni avrebbe agito su indicazioni del suo capo di allora e avrebbe partecipato anche ad una cena con il ministro nigeriano Dan Etete. La posta in gioco è molto alta, perché l’area comprende un vastissimo potenziale minerario e conterrebbe riserve di petrolio per circa 500 milioni di boe (barili). Gianluca Di Nardo avrebbe agito come referente italiano che avrebbe messo in pista Luigi Bisignani, il quale avrebbe contattato Paolo Scaroni. Le trattative sarebbero andate avanti per un lungo periodo, fino al novembre del 2010.

    Descalzi è nato nel 1955 a Milano. E’ entrato a far parte dell’Eni più di 30 anni fa, all’inizio lavorando come ingegnere di giacimento, dopo aver conseguito la laurea in Fisica al Politecnico di Milano. Nel corso degli anni ha ottenuto diversi incarichi rilevanti ed è stato anche project manager per lo sviluppo delle attività sui mercati esteri. Ha anche assunto il ruolo di direttore generale per la Cina e per il Medio Oriente. Dopo il 2005 è stato nominato direttore generale della Divisione Exploration & Production. Fra i suoi titoli ci sono anche quelli di vicepresidente di Confindustria Energia e di presidente di Assomineraria.

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