Jihadisti italiani e europei: chi sono i membri dell’Isis in Occidente?

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    L’allarme terrorismo riecheggia anche in Europa, e fa aumentare la paura di una rappresaglia jihadista nei Paesi che sono in qualche modo coinvolti nella guerra all’Isis, al fianco degli Stati Uniti, in Siria e in Iraq. Il coordinatore europeo contro il terrorismo, Guilles De Kerchove, ha parlato di attacco terroristico ‘inevitabile’ in Europa, dove i numeri parlano di oltre tremila uomini europei che sono entrati nelle fila dell’Isis. Intanto in Spagna sono stati arrestati nove presunti jihadisti sospettati di far parte di una cellula terroristica. Il rischio di un attacco terroristico in Europa è dunque alto, anche perchè l’Isis ha diffuso un comunicato per dire che ci sarebbero state rappresaglie contro la coalizione, e la decapitazione del turista francese avvenuta in Algeria non fa che confermare un quadro piuttosto allarmante.

    Non solo: secondo quanto dice il Guardian, citando un dossier europeo sul terrorismo: “La crescita (dell’Isis) potrebbe spingere al-Qaeda a far qualcosa per mostrare che conta ancora“. Secondo le stesse fonti, l’Europa non starebbe riuscendo a rispondere in maniera adeguata alle possibili minacce. Intanto nove persone accusate di terrorismo e di appartenenza a una cellula della jihad collegata allo Stato islamico (Isis) sono state arrestate all’alba di oggi a Melilla e Nador, in Spagna.

    Cosa sta facendo l’Italia?

    Com’è la situazione in Italia? Recentemente, con una lettera al Corriere, il ministro Angelino Alfano, a pochi giorni dalla decapitazione di David Haines, spiegava che per contrastare il pericolo fondamentalista in Italia e in Europa è necessario “l’affinamento di strumenti normativi di prevenzione e di contrasto“, iniziando dalla prevenzione, proseguendo con l’aggiornamento del quadro normativo e terminando con l’attivazione di una task force europea. Alfano ha citato l’articolo 4 del Codice Antimafia da usare contro i jihadisti, che può essere applicato a coloro che sono indiziati di commettere reati con finalità di terrorismo, interno o internazionale, “o di porre in essere atti preparatori in tal senso“.

    La cellula terroristica veneta

    La jihad in Siria e Iraq si nutre anche di giovani combattenti italiani che partono per la Guerra Santa grazie a una rete di reclutatori che agisce nel nostro Paese, soprattutto al Nord. La realtà del terrorismo islamico in Italia diventa sempre più complessa, sotto l’occhio attento dei servizi segreti e dei corpi speciali.

    Da Padova arriva la prima conferma di una lunga e delicatissima indagine che ha portato all’iscrizione nel registro degli indagati di cinque persone. La procura distrettuale di Venezia, competente per reati di terrorismo, in collaborazione con il Ros di Padova sta chiudendo il cerchio: il reato ipotizzato è il 270 bis sulle associazioni con finalità terroristiche. Oltre duecento le persone sotto osservazione in tutto il Veneto in un’indagine complessa che potrebbe svelare nomi e volti dei reclutatori, coloro che trovano le persone, spesso immigrati disperati, li indottrinano e li fanno partire per i campi di addestramento con un solo scopo: morire per la jihad.

    L’indagine in Veneto mette in luce un aspetto del terrorismo islamico in Italia che differenzia il nostro Paese da altre situazione occidentali. Sul nostro territorio si troverebbero le personalità di raccordo tra l’Italia e i teatri di guerra in Medio Oriente. Persone in rientro dai campi di addestramento che trovano, indottrinano e fanno partire i futuri jihadisti, organizzando un viaggio di sola andata per la Guerra Santa.

    Chi sono i 50 italiani dell’Isis

    I “foreign fighters”. Così vengono definiti dai servizi segreti i cinquanta italiani che partono per la jihad. Maschi, tra i 18 e 35 anni, vengono da Brescia, Torino, Ravenna, Padova, Bologna e Veneto, ma anche da Roma e Napoli; l’80% sono italiani convertiti, con molti immigrati di seconda generazione. I 50 italiani dell’Isis sono partiti per la Siria, reclutati da personaggi che riescono a entrare e uscire dal nostro Paese con facilità, sfruttando le tragedie del loro popolo.

    L’allarme di infiltrazione tra gli sbarchi è stato minimizzato, ma rimane il timore che i reclutatori possano nascondersi in mezzo ai tanti profughi siriani che arrivano sui barconi della speranza. Circa 200 i nomi messi sotto controllo dai servizi che non perde d’occhio i sospetti con il duplice scopo di evitare attentati sul suolo italiano e scoprire i nuclei del fondamentalismo. Usando il web ma anche le moschee, i reclutatori indottrinano le giovani menti con tecniche “persuasive e rapide”, apprese nei campi di addestramento in Medio Oriente.

    Tra i primi a tracciare un profilo dei “combattenti per la Guerra Santa” c’è Lorenzo Vidino, esperto di terrorismo islamico, nel libro “Il jihadismo autoctono in Italia: nascita, sviluppo e dinamiche di radicalizzazione” – prefazione di Stefano Dambruoso, edito da Ispi ed European Foundation For Democracy – che traccia un identikit del jihadista italiano, partendo dai casi di cronaca degli anni ’90, quando Milano “era un punto di partenza per la Guerra Santa in Bosnia e non solo. Poi, all’inizio del 2000, mentre tutta Europa la minaccia dei network jihadisti aumentava sempre di più, le cose cambiano e lo scenario italiano diventa più tranquillo”.

    C’è da dire che il jihadismo di matrice europea in Italia ha un volume ridotto rispetto ad altri Paesi europei come Gran Bretagna, Francia, Belgio e Olanda. Qui l’immigrazione ha una storia diversa. Le grandi città europee hanno “quartieri ghetto” con prevalenza di immigrati che non riescono a integrarsi del tutto con la società locale. Con l’esplosione di internet, dei social network e la permanenza di problemi sociali legati all’integrazione però ora il fenomeno potrebbe cambiare.

    L’identikit del terrorista islamico italiano

    Nel libro Vidino traccia un primo identikit del terrorista islamico italiano. Per lo più maschi (le donne sarebbero vicine al 16%), di età compresa tra i 16 e 30 anni, spesso non parlano arabo perché italiani di seconda o terza generazione: la maggior parte si è convertita e tutti si sono avvicinati alla jihad tramite internet, spinti da un senso di rifiuto e di mancata integrazione che li fa sentire soli nel loro paese.

    Un ritratto complesso, confermato anche dalla testimonianza di Domenico Quirico, il giornalista italiano rapito in Siria: intervistato da Rainews 24, il reporter de La Stampa ha raccontato di aver visto con i suoi occhi ragazzi di origine occidentale, nati e cresciuti nelle nostre città europee, imbracciare i fucili per diventare martiri della Guerra Santa. “Sono la dimostrazione del fallimento delle politiche di integrazione nel nostro Paese e in Europa”, ha affermato.

    Perchè questi nuovi cittadini italiani si trasformano in terroristi pronti a morire in terre lontane che non hanno mai visto in nome della Guerra Santa? Scrive Vidino, che i nuovi terroristi non arrivano alla jihad tramite le moschee: “È su internet che il loro fanatismo si nutre e si forma”. I terroristi sanno sfruttare le potenzialità del web ed è semplice oggi entrare in contatto con questa realtà: chi decide di diventare un martire di Allah lo fa di sua spontanea volontà, non viene arruolato da nessuno, si “autoarruola” nelle brigate jihadste prima dietro lo schermo di un pc, poi di persona, recandosi nei paesi dove la Guerra Santa è in corso.

    Entrare in un gruppo terroristico non è semplice. Una volta giunti in Siria, magari tramite la Turchia con scalo a Gaziantep, a poca distanza dal confine, bisogna avere un contatto che presenti la propria candidatura ai jihadisti. “Entrare in Al Qaeda, ha detto qualcuno, è un po’ come entrare ad Harvard”, spiega Vidino.

    Due casi

    Anas el Abboubi

    I casi raccontati da Vidino nel libro sono emblematici. Anas el Abboubi, nato in Marocco nel 1992 e in Italia all’età di 7 anni, vive a Brescia con la famiglia. È un rapper, canta con accento bresciano, e in rete entra in contatto con la jihad. Frequenta il gruppo belga Sharia4Belgium, vuole creare Sharia4Italy, vuole diventare un martire di Allah e cerca prima obiettivi sensibili da colpire nella zona. La Polizia lo arresta in base all’articolo 270 quinquies che prevede l’arresto per chi pratica attività di addestramento ad attività con finalità di terrorismo anche internazionale. Due settimane e viene liberato: nel 2013 Anas entra in contatto con un gruppo albanese e arriva in Siria. Cambia il nome anche su Facebook, viene ritratto in qualche foto, poi si perdono le sue tracce.

    Ibrahim Giuliano Delnevo

    La storia di Anas ricorda da vicino quella di Giuliano Delnevo, un ragazzo italiano classe 1983. Giuliano soffre per la separazione dei suoi, è timido e problematico e a 18 anni si converte all’Islam. Conosce la jihad sul web perché nessuno della comunità islamica di cui fa parte lo aiuta in questa radicalizzazione del credo. Ancora una volta non è nella moschea che sente parlare della Guerra Santa: sui social network e su internet cerca e trova i contatti che gli servono per fare il grande passo. Parte una prima volta per la Siria e viene fermato; rientra in Italia e sembra che si sia placato, ma dopo pochi mesi riparte per ad Aleppo con la “Brigata dei Difensori e dei Migranti” del ceceno Abu Omar, senza più fare ritorno. Sarà una voce in inglese, tramite Skype, ad informare il padre sei mesi dopo che il figlio “è morto da martire”.

    La prima donna jihadista europea

    Non solo uomini. Il fenomeno in Europa è molto più esteso rispetto all’Italia, specie in Inghilterra dove si registra anche la prima donna jihadista di origine britannica a uscire allo scoperto. È Khadijah Dare, 22enne inglese convertita all’Islam, che dal suo profilo Twitter ha osannato la decapitazione di James Foley e ha invitato altre ragazze a raggiungerle in Siria dove si trova per realizzare il suo obiettivo: diventare la prima donna a giustiziare un ostaggio occidentale. Secondo il Telegraph, la 22enne, madre in un figlio, sarebbe arrivata in Siria nel 2012 per raggiungere il marito, Abu Bakr, svedese di origine turca, nel paese come combattente dell’Is.

    Sul profilo, bloccato “per tutti i giornalisti che agiscono come i cani alla ricerca di 4 ossa“, la giovane ha pubblicato una foto con il marito al suo fianco, entrambi muniti di kalashikov, e quella del figlio piccolo anche lui armato di fucile. “Any links 4 da execution of da journalist plz. Allahu Akbar. UK must b shaking up ha ha. I wna b da 1st UK woman 2 kill a UK or US terorrist!”, in cui gioisce per la morte del giornalista, invita la Gran Bretagna a scuotersi e spera di essere la prima donna a uccidere un terrorista inglese o americano.