Scozia indipendente: il Primo Ministro Salmond si dimette, scontri a Glasgow

Scozia indipendente: il Primo Ministro Salmond si dimette, scontri a Glasgow
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    La Scozia ha votato per l’unione e resta nel Regno Unito. I risultati definiti confermano che i cittadini hanno detto no al referendum sull’indipendenza (il 55,30% contro il 44,70%), con un’affluenza altissima, dell’84,59%. Il Primo Ministro della Scozia Alex Salmond, leader indipendentista, ha annunciato le dimissioni. Le motivazioni che l’hanno portato alla sua decisione sono state spiegate dallo stesso Salmond, il quale ha riferito che Cameron si è rifiutato di impegnarsi in una seconda lettura di una legge, che avrebbe potuto dare maggiori poteri alla Scozia entro il 2015. Eppure, come ha avuto modo di sottolineare lo stesso Salmond, si trattava di una promessa che era stata fatta nella campagna referendaria. Le dimissioni del Primo Ministro della Scozia saranno messe in atto in pratica nel mese di novembre. Intanto sei persone sono state arrestate durante violenti scontri fra i sostenitori del no e quelli del si nel referendum per l’indipendenza della Scozia a Glasgow, quando un gruppo di giovani unionisti ha aggredito degli indipendentisti.

    Tira un sospiro di sollievo il premier David Cameron, mentre Salmond accetta la sconfitta.

    Da Downing Street arrivano le rassicurazioni su quanto promesso alla vigilia del referendum in fatto di autonomia.

    Era un passo di democrazia che andava fatto. Uniti siamo migliori“, ha dichiarato Cameron, promettendo entro gennaio l’approvazione del pacchetto di riforme per la devolution non solo alla Scozia, ma anche alle altre regioni del Regno Unito.

    La Scozia ha deciso a maggioranza di non diventare per il momento un paese indipendente. Accetto il verdetto del popolo“, è la dichiarazione di Salmond dopo lo scrutinio.

    L’Europa ha atteso con ansia i risultati sul referendum visto l’effetto che avrebbe potuto avere la storica e clamorosa separazione della Scozia dalla Gran Bretagna, dopo 307 anni.

    Il successo del no è stato un segnale positivo anche per le istituzioni europee, anche perché la campagna elettorale è stata spesso vista a favore degli indipendentisti.

    Il premier britannico David Cameron è soddisfatto, nei giorni scorsi ha infatti provato in tutti i modi a convincere gli scozzesi a votare no per il referendum sull’indipendenza e relativa uscita dal Regno Unito. “L’uscita della Scozia sarebbe per sempre“, e parlando di “divorzio doloroso” dalle “pesanti conseguenze“, ha evidenziato come, in caso di indipendenza, la Scozia dovrà rinunciare alla sterlina, probabilmente essere divisa da confini con l’Inghilterra e non avere più lo stesso esercito. La sanità pubblica e il welfare sarebbero a rischio, e metà dei mutui scozzesi saranno gestiti da banche in un Paese straniero; i tassi di interesse in Scozia non verranno più regolati dalla Bank of England. “Vi prego di non fate a pezzi questa famiglia di nazioni. Non ci sarà modo di tornare indietro. Venerdì, la gente potrebbe vivere in un Paese diverso, con un differente ruolo nel mondo e un futuro differente davanti. Sarà per sempre. Parlo per i milioni di persone in Inghilterra, Galles, Irlanda del Nord e molti anche in Scozia, a cui si spezzerebbe il cuore se ci fosse una disgregazione del Regno Unito“.

    Da Buckingham Palace sono arrivate la dichiarazione di neutralità da parte della monarchia, a proposito del referendum sull’Indipendenza della Scozia: Elisabetta II, si è detta più volte “preoccupata” e ed ha seguito con aggiornamenti quotidiani l’andamento della campagna.

    Se da una parte quindi Buckingham Palace ha mantenuto la sua linea ufficiale professandosi neutrale rispetto al dibattito sul futuro status della Scozia, fonti di palazzo hanno rivelato al domenicale Sunday Times che “la regina è unionista… e adesso monta la preoccupazione“. Prima di lei anche David Cameron, preoccupato nei giorni scorsi, cercava di rassicurare i cittadini: “Il nostro atteggiamento non cambia, conta il voto nel referendum“, aggiungendo di non essere intenzionato a dimettersi neanche in caso di sconfitta. Ma la regina Elisabetta si è espressa sulla questione, con un monito ai cittadini scozzesi: “Spero che la gente penserà con molta attenzione al futuro“, ha detto la sovrana. Dopo i risultati del referendum, la Sovrana è intervenuta con una dichiarazione conclusiva. “Ora andiamo avanti” ha detto Elisabetta II in una nota personale inviata dalla residenza di Balmoral in Scozia. Nonostante la differenza di opinioni “abbiamo in comune un amore duraturo per la Scozia, che è una delle cose che aiuta a tenerci uniti“.

    Borghezio: appello in gaelico per l'indipendenza della Scozia

    La sfida non ha riguardato solo Scozia e Inghilterra: l’Europa temeva che una vittoria degli indipendentisti avrebbe portato un’ondata di richieste di simili referendum. Anche in Italia, Lega Nord e separatisti sardi hanno seguito con attenzione gli sviluppi. L’europarlamentare leghista Mario Borghezio ha rivolto un appello in gaelico per invitare gli elettori scozzesi a votare ‘sì’ al referendum per l’indipendenza della Scozia. Borghezio esortava a scegliere la secessione con lo slogan “tagh duine, tagh gu an saorsa, alba saor” (vota sì, vota per la libertà. Scozia libera). Borghezio rimarcava che “il governo inglese è completamente in mano alle lobby finanziarie internazionali e la regina e la famiglia reale inglese sono solo un costoso ornamento degli interessi finanziari oscuri. Da loro potete aspettarvi solo fame e povertà, mentre l’indipendenza potrà restituirvi la dignità e l`orgoglio che gli inglesi vi hanno tolto“. Lo spot realizzato dallo studio di Klaus Davi, si conclude con l’appello in gaelico al voto per l’indipendenza.

    L’indipendenza della Scozia è storicamente sostenuta politicamente soprattutto dal Partito Nazionale Scozzese, ma anche da altri partiti come il Partito Verde Scozzese, il Partito Socialista Scozzese e Solidarietà – Movimento Socialista Scozzese, o altre organizzazioni ed associazioni come l’Esercito di Liberazione Nazionale scozzese e gli ultranazionalisti del Siol nan Gaidheal. I vari movimenti però non sono uniti sulla forma di governo da attuare: mentre l’SNP vorrebbe che diventasse un Reame del Commonwealth, il Partito Socialista Scozzese e Solidarietà – Movimento Socialista Scozzese vogliono la creazione di una repubblica indipendente. L’indipendenza della Scozia è, innanzitutto, una questione di principio. Gli scozzesi vogliono tornare ad essere liberi dall’Inghilterra, con la quale fanno parte del Regno Unito da soli tre secoli. Inoltre, tra le rivendicazioni dei secessionisti c’è pure la volontà di gestire la politica interna e l’esigenza di mantenere le risorse economiche più vicine al territorio (il petrolio del Mare del Nord che fa gola all’Inghilterra).

    Lo Scottish National Party (SNP) è il maggior partito che si è più battuto per questo referendum, soprattutto dopo la vittoria elettorale alle elezioni politiche del 2011. Il gruppo politico non è nuovo al tema. Le richieste di un’indipendenza politica della Scozia dal Regno Unito risalgono al 1979, quando l’SNP organizzo un referendum per la formazione di un parlamento scozzese, ma non raggiunse il quorum. Nel 1997 venne proposto alla cittadinanza un secondo referendum, che portò alla formazione di un parlamento locale scozzese, che si riunì in prima seduta il 12 maggio del 1999. Nella consultazione del 18 settembre 2014, hanno votato anche i cittadini minorenni, a patto che abbiano compiuto 16 anni. Secondo quanto annunciato dalla stampa britannica, è stato invece bocciato il secondo quesito che voleva Edimburgo: una “devoluzione dei poteri”, cioè un decentramento amministrativo in subordine alla secessione. Di conseguenza, il referendum per Edimburgo si tradurrà in Siete d’accordo che la Scozia diventi una nazione indipendente?, anche se nell’ambito del Commonwealth.

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