Volontari italiani uccisi nel mondo: quando fare del bene diventa pericoloso

Volontari italiani uccisi nel mondo: quando fare del bene diventa pericoloso
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    Le tre missionarie saveriane uccise nella loro missione di Kamenge erano in Burundi per donare la propria vita al prossimo ed alleviare le troppe sofferenze che ancora esistono nel continente africano. Olga Raschietti e Lucia Pulici sarebbero morte in “circostanze ancora oscure: sembra che il loro omicidio sia il tragico esito di una rapina da parte di uno squilibrato“. Successivamente la Farnesina ha confermato l’uccisione di una terza religiosa, suor Bernadetta Boggian, che sarebbe morta in un secondo momento.

    Il tragico annuncio è stato fatto dalla Diocesi di Parma, di appartenenza delle due religiose, sul sito web. Il vescovo ha espresso la sua vicinanza alle famiglie. “Ancora oscure“, si legge sul sito, le circostanze esatte e la dinamica dell’accaduto. Anche se, in base alle prime informazioni raccolte dalle fonti ecclesiastiche, “sembra che il duplice omicidio sia il tragico esito di una rapina da parte di una persona squilibrata“.

    Nel loro convento di Kamenge, in un quartiere settentrionale di Bujumbura le religiose erano impegnate nel sostenere un Centro per i giovani fondato dai Padri saveriani che promuove la convivenza tra etnie diverse.

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    Un cooperante italiano, Francesco Bazzani, e una suora croata furono uccisi in Burundi a causa di un attacco da parte di uomini armati contro una missione religiosa nella località di Ngozi. L’irruzione nella missione comportò anche il ferimento di una religiosa italiana, suor Carla Brianza, di origini bresciane, che fu sottoposta in seguito ad intervento chirurgico. Dopo le prime ricostruzioni dell’episodio, si evidenziò che il cooperante fu prima sequestrato, insieme alla suora ferita, e poi ucciso. Lo scopo, anche in quel caso, era una rapina.

    Dapprima sono state pronunciate due condanne all’ergastolo dal tribunale militare controllato da Hamas in relazione all’omicidio di Vittorio Arrigoni, l’attivista e giornalista italiano impegnato a dare voce ai dimenticati nella Striscia di Gaza. Ma in seguito, Tamer Hassasna e Mahmoud al-Salfiti hanno avuto un cambio pena per il sequestro e l’assassinio di Vittorio Arrigoni avvenuto il 15 aprile 2011. La sentenza di appello ha regalato un significativo sconto ai due salafiti responsabili. La cooperante italiana Meri Calvelli partecipò all’udienza, e disse: “Tutto era stato deciso prima, il processo di appello è durato cinque minuti“. “Non c’è stato dibattimento – ha raccontato la cooperante – i giudici si sono limitati a comunicare di aver accolto l’appello presentato dai condannati“. Khader Jiram è stato quindi condananto a 10 anni di reclusione per rapimento, e Amer Abou Houla e stato condannto a un anno di carcere per aver fornito la casa in cui Arrigoni fu impiccato.

    Nel 2006 sono morti avvelenati due cooperanti italiani trovati nella loro residenza a Kabul, capitale dell’Afghanistan. Iendi Iannelli e Stefano Siringo erano entrambi romani, poco più che trentenni: Iendi Iannelli, abitava a Guidonia; Stefano Siringo, era originario della capitale.

    Risiedevano a Kabul da poco più di un anno, impegnati in Afghanistan nel progetto sulla giustizia per conto dell’Idlo (organizzazione impegnata in progetti per la ricostituzione del sistema giudiziario e la formazione dei giudici negli stati in via di sviluppo). I corpi senza vita dei due italiani, avvelenati con eroina purissima, sono stati trovati nella guesthouse dell’Idlo, un complesso sorvegliato dall’Unops, l’agenzia delle Nazioni Unite destinata ad offrire assistenza alla realizzazione di progetti di sviluppo. PeaceReporter, l’agenzia collegata ad Emergency, ipotizzò da subito che la morte dei due italiani fosse causata da avvelenamento. C’era anche un movente per toglierli di mezzo. Iannelli, responsabile amministrativo a Kabul della Idlo, organismo Onu finanziato anche dal ministero degli Esteri, aveva scoperto che alcuni fondi stanziati per l’Afghanistan erano stati utilizzati in modo irregolare: false fatturazioni, anomalie di bilancio e un ammanco di più di un milione di euro.

    L’anno 2013 è stato un anno nero per volontari e cooperatori a causa del triste record di morti e feriti sul campo. I volontari uccisi nel mondo sono stati con 155 decessi, 171 feriti e 134 rapiti tra le persone che cercavano di aiutare gli altri in alcuni dei luoghi più pericolosi del mondo. I dati sono pervenuti grazie a uno studio pubblicato in occasione del World Humanitarian Day, il 19 agosto, nel quale si legge anche che 79 operatori umanitari sono morti finora nel 2014.

    Le statistiche relative al 2013, elaborate con la collaborazione della ong Humanitarian Outcomes, mostrano un aumento del 66% degli attacchi mortali rispetto all’anno precedente, con l’Afghanistan – dove sono stati uccisi 81 operatori umanitari – che rimane il luogo più pericoloso per le operazioni di soccorso alla popolazione. In totale sono avvenuti 251 attacchi che hanno coinvolto 460 operatori umanitari in 30 nazioni, tre quarti di loro hanno avuto luogo in soli 5 paesi: Afghanistan, Siria, Sud Sudan, Pakistan e Sudan.

    Come negli anni precedenti, le strade si sono dimostrate i luoghi più pericolosi, visto che più della metà di tutti gli incidenti sono imboscate o attacchi lungo la strada. E sebbene le sparatorie e i rapimenti sono ancora le forme più diffuse di violenza, l’uso di esplosivi è quasi raddoppiato tra il 2012 e il 2013: durante i dodici mesi passati ci sono stati infatti 18 episodi di bombardamenti aerei e attacchi di granate, 4 attentati suicidi, 8 attacchi per strada, 8 esplosioni di autobombe e 6 detonazioni di mine diretti contro operatori umanitari.

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