Armare i curdi contro l’Isis? L’Occidente non impara dal passato

Armare i curdi contro l’Isis? L’Occidente non impara dal passato
    Armare i curdi contro l’Isis? L’Occidente non impara dal passato

    Lo scopo ufficiale è neutralizzare l’Isis in Iraq e Siria, per questo motivo l’Italia ha in agenda di distribuire armi in Iraq, al Governo regionale del Kurdistan, ai peshmerga curdi, per una copertura finanziaria dell’operazione di consegna pari a circa 1.900.000 euro. Ma l’Occidente – ovvero gli Stati Uniti, la Nato – ha spesso usato questa prassi nel tentativo di risolvere conflitti lontano dai suoi territori. Una metodologia, quella di mandare armi ai ‘nemici dei nemici’, che con gli anni si è spesso rivelata fallimentare, e che anzi ha portato a maggiore instabilità politica.

    I curdi che combattono lo Stato Islamico, e che riceveranno aiuti in armi dagli Stati Uniti e da diversi governi europei (Australia, Francia, Italia e Gran Bretagna), sono un gruppo eterogeneo di militanti che hanno messo da parte le loro divisioni per unirsi contro il nemico comune rappersentato dall’Isis. Ma accanto alle forze governative del PDK, nella regione autonoma del Kurdistan, combattono contro i jihadisti dell’Isis anche le forze dell’UPK, l’Unione Patriottica del Kurdistan, e anche gli uomini del PKK, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, che l’alleato statunitense non ha nai visto di buon occhio. Il PKK, infatti, è considerato un gruppo terroristico sia dagli Usa che dall’Unione Europea, per la lotta armata in territorio turco (sospesa nel 2013) mirata alla creazione di uno stato curdo che comprendesse parte del sud della Turchia.

    L’avanzata dello Stato Islamico, finanziato dai Paesi del Golfo e dalle risorse petrolifere sottratte a Iraq e Siria, ha dunque unito in un unico fronte i guerriglieri curdi di Siria, Iraq e Turchia, nonostante le diverse appartenenze politiche. L’appoggio da parte degli Stati Uniti e dell’Europa è indirizzato alle forze governative del PDK iracheno, ma l’apporto alla battaglia contro lo Stato Islamico riguarda anche tutti gli altri combattenti curdi, che hanno come scopo finale l’indipendenza per il popolo curdo. Come finirà il tutto? Una volta ‘sfruttati’ per i loro scopi, anche i curdi verranno poi, a loro volta, bombardati dall’Occidente che ora gli concede le armi? I precedenti disastrosi non mancano.

    Non è passato molto tempo da quando l governo siriano, nella persona del presidente Bashar al-Assad, fu immediatamente accusato di avere organizzato il micidiale attacco con armi chimiche (il sarin) avvenuto nelle periferie di Damasco, che fece centinaia di morti. Obama presentò l’intervento militare come necessario. Come era avvenuto in Iraq ai tempi di Bush jr., mancavano tuttavia prove evidenti delle colpe di Assad, e la Casa Bianca fu accusata di voler cercare una qualsiasi scusa per realizzare l’attacco. In effetti dietro all’attentato col gas sarin c’era la Turchia, membro della Nato.

    Il piano Usa per calmierare la situazione in Siria prevedeva il trasferimento di grandi quantità di gas nervino, finiti nelle mani del Fronte Al-Nusra, la fazione jihadista interna al movimento anti-Assad. Erdogan era tra i principali fornitori (tramite l’azienda turca Zirve Export), le consegne erano organizzate in accordo con Arabia Saudita e Qatar, assistiti da Usa e servizi britannici. L’obiettivo era indebolire l’Iran, alleato chiave di Damasco, e a questo scopo Washington consentì a incanalare armi chimiche in provenienza dagli arsenali di Gheddafi in Libia. In seguito a un ripensamento della Casa Bianca, la Turchia organizzò l’eccidio con le armi chimiche, e fece credere a Washington che la Siria doveva essere ‘punita’. La guerra in Siria saltò all’ultimo istante, ma il fallimento della Nato e dell’alleanza made in Usa si è rivelato sempre più evidente.

    Durante la guerra d’aggressione all’Iran da parte del Rais, gli Stati Uniti erano complici del dittatore iracheno; le truppe di Saddam Hussein impiegarono in maniera estesa le armi chimiche proibite, ma gli Stati Uniti invece di denunciarne l’uso, aiutarono proprio gli iracheni ad usarle con maggiore efficacia. Lo scopo era attaccare l’Iran, non importava a quale scopo. La guerra d’aggressione, scatenata senza preavviso da Saddam, durò otto anni, durante la quale i paesi occidentali fornirono armi all’Iraq all’evidente scopo di stroncare la neonata repubblica khomeinista. Come abbiamo appreso negli anni a venire,le stessa presenza di armi di distruzione di massa in Iraq, però, fu poi ‘usata’ contro lo stesso Saddam, proprio dagli Usa, che non gradirono la sua decisione di invadere il Kuwait. L’operazione Desert Storm servì a distruggere il suo esercito, provocando la perdita di mezzo milione di soldati.

    Egitto, Bahrain, Libia, Yemen e Siria. La rivolta delle popolazioni arabe e mediorientali, e la repressione violenta che ne è seguita, sono state poste al centro di un’indagine che Amnesty international ha condotto sul commercio di armi verso questi cinque Stati campione. Presentandone i risultati nel rapporto “Trasferimenti di armi in medio oriente e Africa del Nord: le lezioni per un efficace Trattato sul commercio di armi”, l’organizzazione non governativa ha denunciato il contributo che, attraverso l’ininterrotto traffico di armamenti, l’Occidente sviluppato ha dato agli stessi regimi che tuttavia ora condanna e combatte. “Pur avendo le prove che quelle forniture avrebbero potuto essere usate per compiere gravi violazioni dei diritti umani“, si legge in apertura del dossier, “Stati Uniti, Russia e altri Paesi europei hanno fornito grandi quantità di armi ai governi repressivi prima delle rivolte di quest’anno“. Dal 2005 i soli Stati Uniti hanno venduto all’Egitto armi per un valore di un miliardo e trecento milioni di dollari ogni anno. Nella lista delle transazioni, l’Italia spicca per essere partner di tutti e cinque i Paesi analizzati. Le imprese italiane avrebbero fatturato, in dollari, centinaia di milioni in armi leggere, veicoli, munizioni e bombe venute in Siria, in Barhain, in Egitto, in Libia e in Yemen.

    Non possiamo, a questo punto, ignorare il fatto che una così esposta Italia, possa trovare a sperimentare qualche falla nella sicurezza. “Vi è la possibilità, che alcune delle crisi” in atto, “e penso in primo luogo alla crisi in Libia, possano degenerare ulteriormente, con effetti potenzialmente gravi sulla sicurezza dell’Italia“, afferma al proposito il ministro della Difesa, Roberta Pinotti, che conclude: “Dobbiamo mantenere alta la nostra capacità di far fronte ad eventi imprevisti e, al tempo stesso, dobbiamo continuare a contribuire alla sicurezza internazionale, in particolare nelle aree per noi più critiche“.

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