La Turchia di Erdogan tra scandali e violente repressioni degli oppositori

La Turchia di Erdogan tra scandali e violente repressioni degli oppositori
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    Turchia, bloccato l'accesso a YouTube

    Le elezioni della ‘sopravvivenza’ per Recep Tayyip Erdogan si sono concluse con una vittoria schiacciante del partito islamico Akp. Con il 50% delle schede scrutinate, il partito del premier è il primo con il 46,8%. Le amministrative in Turchia hanno sancito la vittoria del premier turco uscente, nonostante la campagna elettorale sia stata scandita dalle polemiche. Erdogan è stato accusato di corruzione, nepotismo, autoritarismo, ma la sua vittoria gli ha dato ossigeno, e le dichiarazioni rilasciate appena capito di aver vinto, sono state: “Oggi il popolo ha smascherato i piani e le trappole immorali” ha detto il premier turco, e “ha dato all’opposizione uno schiaffo ottomano“. E ancora: “La politica dei registrazioni e delle cassette oggi è stata sconfitta“, e poi ha aggiunto: “I politici immorali hanno perso“.

    Sono mesi che la Turchia è attraversata da sommosse popolari che sfociano in manifestazioni di piazza, violentemente represse dalla polizia. Le proteste dei giovani turchi nei confronti del primo ministro Recep Tayyip Erdogan sono state scandite dalle ripetute richieste di dimissioni del premier. In relazione a questo, scontri tra cittadini con le forze di sicurezza turche si protraggono fin dalla primavera dell’anno scorso, sia a Istanbul che in Ankara. A livello politico, Erdogan da mesi è al centro di uno scandalo che potremmo paragonare alla Tangentopoli che spazzò via la Prima Repubblica in Italia.

    Criticato per il rimpasto di governo natalizio (presentò una nuova lista di ministri, dopo le dimissioni dei titolari dell’Interno, dell’Economia e dell’Ambiente, per uno scandalo legato a licenze edilizie che aveva portato all’arresto dei loro figli), è stato scredidato in questi giorni per una presunta relazione extraconiugale con l’ex Miss Defne Samyeli. Per tutta risposta Recep Tayyip Erdogan ha ordinato oggi il blocco di YouTube dopo quello di Twitter deciso venerdì scorso, in seguito alle nuove scottanti rivelazioni sui possibili piani di intervento militare provocato in Siria.

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    L’odore di elezioni si è sentita, nell’aria in Turchia. Da giorni l’opposizione accusa Erdogan, impantanato negli scandali di corruzione, di puntare a un diversivo militare in Siria per distrarre l’attenzione degli elettori dalla tangentopoli turca. Dopo che su YouTube sono apparse delle registrazioni di compromettenti conversazioni fra alcuni dirigenti turchi, fra cui il ministro degli esteri Ahmet Davutoglu, il capo dei servizi segreti Hakan Fidan e il vicecapo di stato maggiore Yasar Guler, si è abbattuta la censura sulla piattaforma di condivisione di file. L’autenticità delle registrazioni non ha potuto essere verificata da fonti indipendenti. Ma Erdogan ha promesso una reazioni dura.

    Nella registrazione pubblicata su YouTube, Fidan propone di mandare in Siria “quattro uomini per lanciare missili” contro il territorio turco o di organizzare un attacco contro la tomba di Suleyman Shah, una enclave turca a 30 km in territorio siriano. La voce attribuita a Fidan precisa che “non è un problema, una giustificazione può essere creata, fabbricata“. Davutoglu invece riferisce nella riunione che “il primo ministro ha detto che nell’attuale congiuntura l’attacco potrebbe essere una opportunità per noi“. Davutoglu ha parlato di una dichiarazione di guerra alla Turchia, senza precisare da parte di chi. Erdogan ha di nuovo puntato il dito contro i nemici (ex-alleati) della confraterniata islamica di Fetullah Gulen, influente in tutti gli organi dello stato.

    Poco dopo le rivelazioni sulla Siria, l’accesso a YouTube è stato bloccato in tutta la Turchia, in nome della sicurezza nazionale. Il premier aveva già minacciata più volte di bloccare Youtube e Facebook, oltre che Twitter.

    Sulle reti sociali da settimane sono pubblicate ogni giorno rivelazioni compromettenti per il premier e per gli uomini di governo. La presa di posizione di Erdogan si scontra con la decisione del tribunale amministrativo di Ankara, che ha infatti ordinato la cancellazione dell’ordinanza emessa su richiesta dell’Autorità turca delle telecomunicazioni (Tib), giovedì sera. L’authority turca per le telecomunicazioni ha annunciato che rispetterà l’ordine della corte quando ne riceverà una notifica formale, ma si riserva il diritto di presentare un ricorso. Lo ha fatto sapere il vice primo ministro turco Bulent Arinc.

    Dopo sei giorni di negoziazioni con il governo“, anche Twitter ha ora deciso di ricorrere per vie giudiziarie e sul blog dell’azienda è comparso l’annuncio ufficiale. L’azienda di San Francisco ha seguito alcune richieste del governo, bloccando ad esempio sul territorio turco alcuni contenuti di alcuni specifici account. Ma ha rifiutato di fornire nominativi, indirizzi IP o di bloccare i suoi utenti, nel rispetto della politica di rispetto della privacy e della libertà di espressione degli utenti che ha sempre guidato Twitter. “Ci aspettiamo che il governo riavvii immediatamente l’accesso al servizio in modo da permettere il libero dialogo tra i cittadini in vista delle elezioni di marzo“.

    Il 3 marzo 2014 si è aperto a Kayseri, nella Turchia centrale, il processo in cui alla sbarra sono presenti otto persone, fra cui 4 poliziotti accusati di avere picchiato a morte Ali Ismail Korkmaz, un giovane manifestante di 19 anni che si trovava il 2 giugno 2013, a Gezi Park. Il ragazzo era stato bloccato in una strada poco illuminata a Eskisehir mentre cercava di sfuggire alla polizia ed era stato picchiato fino alla morte. Era morto dopo 38 giorni in coma. La dura repressione delle manifestazioni di Gezi Park in maggio e giugno aveva provocato sei morti.

    Nel giugno 2013 la polizia turca si ritirò dalla piazza principale di Istanbul rimuovendo barricate e permettendo a migliaia di manifestanti di sfollare, per calmare le tensioni dopo le proteste anti-governative furiose che avevano trasformato il centro della città in un campo di battaglia. Successivamente la polizia caricò violentemente un sit-in di manifestanti in piazza Taksim, che protestavano rabbiosamente contro il primo ministro Recep Tayyip Erdogan, che molti turchi vedono come sempre più autoritario e sprezzante nei confronti degli oppositori.

    Per non dimenticare la protesta per la difesa di Gezi Parki, un’area verde nel centro di Istanbul, e per ricordare la repressione violenta da parte delle forze dell’ordine, un quartiere centrale di Ankara ha dedicato sei alberi proprio alle vittime delle proteste dei mesi scorsi

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