Pensioni di vecchiaia a 67 anni nel 2019, a 70 anni nel 2025: le previsioni ISTAT

Cresce la speranza di vita e aumenta l'età pensionabile. Secondo quanto illustrato dal presidente dell'Istat, Giorgio Alleva, in audizione alla Camera, se non si inverte la tendenza gli italiani vanno verso un aumento dell'età della pensione di vecchiaia: a 67 anni nel 2019 e a 69 anni e 9 mesi nel 2025.

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    Pensioni di vecchiaia a 67 anni nel 2019, a 70 anni nel 2025: le previsioni ISTAT

    Cresce tra gli italiani lo spauracchio del futuro aumento dell’età pensionabile per accedere alla pensione di vecchiaia, soprattutto dopo che i media hanno riportato le parole del presidente dell’Istat Giorgio Alleva durante un’audizione in Commissione Affari Costituzionali alla Camera, che ha chiarito che, se le norme sull’adeguamento all’aspettativa di vita non dovessero cambiare, e, considerando gli scenari demografici, i requisiti per accedere alla pensione potrebbero slittare di diversi anni in avanti. E così: “Dai 66 anni e 7 mesi in vigore per tutte le categorie di lavoratori dal 2018 si passerebbe a 67 anni a partire dal 2019, quindi a 67 anni e 3 mesi dal 2021. Per i successivi aggiornamenti, a partire da quello del 2023, si prevede un incremento di due mesi ogni volta, con la conseguenza che l’età pensionabile salirebbe a 68 anni e 1 mese dal 2031, a 68 anni e 11 mesi dal 2041 e a 69 anni e 9 mesi dal 2051″.

    Ma quello che molti media non hanno evidenziato è che si parla al condizionale, dato che Alleva ha sì delineato “la futura traiettoria dei requisiti d’accesso al pensionamento”, ma lo ha fatto nell’ambito dell’esame delle proposte di legge recanti modifiche all’articolo 38 della Costituzione per assicurare l’equità nei trattamenti previdenziali e assistenziali.

    Questo significa che si sta lavorando proprio per migliorare le condizioni dei lavoratori favorendo un accesso al trattamento pensionistico più equo e dignitoso. Anche perché sembra assurdo ostinarsi a fare lavorare di più gli anziani mentre i giovani sono a spasso, disoccupati o con carriere discontinue a causa dell’ancora troppo diffusa precarietà.

    ALLARME PENSIONI LAUREATI PRECARI

    I giovani che scelgono di conseguire un titolo di studio alto rischiano maggiormente la precarietà. Secondo i dati raccolti dall’Istat la probabilità di un lavoro precario cresce all’aumentare del titolo di studio, il 21,2% per chi ha concluso la scuola dell’obbligo e il 35,4% per chi ha conseguito una laurea. Anche se va detto che il fenomeno non riguarda solo i giovani, tanto che nel 2016 un terzo degli atipici aveva tra 35 e 49 anni e il 40% delle lavoratrici precarie era madre.

    La quota dei precari è infatti in crescita dal 1997. Dal 2008 al 2016, tra i 15 e i 34 anni, la quota di dipendenti a termine e collaboratori è cresciuta dal 22,2% al 27,8% e oggi sono uno su 4. Il presidente dell’istituto di statistica ha infatti spiegato che i laureati italiani fanno fatica a inserirsi nel mondo del lavoro rispetto alle generazioni che li hanno preceduti: “Nonostante la ripresa dell’occupazione in atto – ha affermato Alleva – le condizioni del mercato del lavoro rappresentano un elemento di criticità per le storie contributive delle nuove generazioni, caratterizzate da carriere lavorative discontinue e da un ingresso sul mercato del lavoro differito rispetto a quanto sperimentato dalle precedenti generazioni”.

    GIOVANI DI OGGI E PENSIONI DI DOMANI: CHI PAGHERA’?

    “In Italia oltre tre quarti della forza lavoro della fascia 15-34 anni è costituita da giovani che hanno 25 anni che – ha evidenziato – avendo completato gli studi si affacciano sul mondo del lavoro”. Si tratta, ha detto Alleva, di “generazioni che rischiano di non avere una storia contributiva adeguata con importi pensionistici più bassi”. Le pensioni di domani dei giovani di oggi, se non si inverte la tendenza, potrebbero risultare di importo inferiore rispetto ai padri e ai nonni che hanno potuto contare su carriere lavorative regolari, con salari adeguati e una certa continuità nel versamento dei contributi previdenziali.