Crisi Alitalia, confessioni di una ex hostess: «Aragoste, champagne e hotel di lusso»

La crisi di Alitalia parte da lontano, dagli anni Sessanta, tempi di sprechi e lussi a bordo degli aerei Alitalia e fuori. Il racconto di una ex hostess: «Quello stile non poteva durare. Troppo champagne, troppe aragoste, troppi benefit».

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    Crisi Alitalia, confessioni di una ex hostess: «Aragoste, champagne e hotel di lusso»

    La crisi di Alitalia parte da lontano, molto lontano. Erano gli anni Sessanta, quelli del boom economico, in cui in Italia si pensava di poter conquistare il mondo grazie ai soldi pubblici. Erano i tempi in cui i dirigenti di Alitalia garantivano, a piloti e hostess, una bella vita fatta di aragoste e champagne a bordo, hotel di lusso e spiagge private fuori. Una pacchia che oggi, con l’Alitalia che rischia il crac, appare assurda.

    Ma erano altri tempi, e li ha raccontati al Giornale una ex hostess, oggi settantenne. Aveva 20 anni quando lesse un annuncio di lavoro di Alitalia, che cercava personale. Essendo una delle poche italiane in quegli anni a conoscere bene l’inglese, fu assunta subito. Per due anni è stata hostess di Alitalia (poi ha lasciato la compagnia di bandiera italiana per amore dell’uomo che avrebbe sposato): «Vita impegnativa, faticosa anche, soprattutto sul lungo raggio, per via del fuso orario, dopo un po’ non capivo più se per il mio corpo era giorno o notte. Ma sull’altro piatto della bilancia c’era uno stipendio che faceva di me, tra tutti i miei coetanei, una privilegiata. E un sacco di altri vantaggi che spesso erano ancora più consistenti dello stipendio».

    Quali vantaggi? La hostess rivela al Giornale la carrellata di privilegi, lussi e sprechi che, tanti anni dopo, avrebbero portato alla crisi di Alitalia: «La diaria di missione era così ricca che non riuscivamo a spenderne neanche un terzo, eravamo già spesati di tutto, mangiavamo a bordo. Come hostess in teoria avevamo diritto ai vassoi, quelli della classe turistica. Ma il cibo per la prima classe veniva imbarcato in quantità tali che ne avanzava sempre in abbondanza, e noi potevamo servirci. E che cibo. In Africa aragoste, in Europa caviale. Si pasteggiava a champagne».

    E poi c’erano gli alberghi di lusso: «Credo che Alitalia si facesse una questione di immagine di non scendere sotto al cinque stelle. A Milano ci faceva dormire al Gallia, che all’epoca era uno degli alberghi più lussuosi della città; d’estate, quando c’era il volo su Rimini, si dormiva al Grand Hotel, quello di Fellini. Ma il bello era quando si andava all’estero. Le mete preferite per noi personale di bordo erano quelle sudamericane, soprattutto d’inverno, quando lì è estate. Prima di ripartire per l’Italia avevamo diritto a quattro o cinque giorni di pausa, praticamente una vacanza tutta spesata. Se atterravamo a Caracas venivamo ospitati in un albergo indimenticabile, con la piscina e la spiaggia privata, non oso immaginare quanto costasse. Ma come si poteva andare avanti così?».

    E infatti, così non si poteva andare avanti. Alitalia oggi rischia (di nuovo) di fallire: «Sì, mi fa malinconia vedere Alitalia fare questa fine. Ma con un po’ di distacco emotivo dico anche che non poteva reggere. Era chiaro da tempo che sarebbe finita così. Io sui suoi aeroplani ho vissuto due anni fantastici. Ma quello stile non poteva durare. Troppo champagne, troppe aragoste, troppi benefit».