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Caso MPS: domande e risposte sulla crisi del Monte dei Paschi di Siena

Caso MPS: domande e risposte sulla crisi del Monte dei Paschi di Siena

La vicenda della banca più antica del mondo spiegata in breve

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    Caso MPS: domande e risposte sulla crisi del Monte dei Paschi di Siena


    Facciamo un riassunto per spiegare in breve il caso MPS a chi non è esperto di economia. Domande e risposte sulla crisi e il salvataggio del Monte dei Paschi di Siena, la banca più antica del mondo a rischio default prima dell’intervento del governo con il decreto Salvarisparmio.

    MPS è l’acronimo del Monte dei Paschi di Siena, la banca più antica del mondo con alle spalle ben 544 anni di attività. Fondata nel 1472 come monte di pietà per aiutare le classi disagiate senesi, è diventata una delle principali banche italiane.

    La crisi comincia a gennaio 2013, quando la banca finisce al centro di uno scandalo finanziario legato alla precedente gestione di Giuseppe Mussari e all’acquisizione della Banca Antonveneta. I due nuovi manager Alessandro Profumo e Fabrizio Viola cercano di risanare i conti attraverso aumenti di capitale e modifiche all’azionariato, facendo diventare la banca una “public company”. Tra i soci entra infatti anche lo Stato italiano con una quota pari al 4%. Nel 2014 i problemi sembrano finiti (“Siamo tornati a essere una banca normale e risanata”, afferma Profumo) ma non è così. A giugno 2016 MPS piomba di nuovo in una forte crisi con i bilanci che presentano le cosiddette “sofferenze”: si tratta di crediti ormai deteriorati che con ogni probabilità alla scadenza non avranno rimborso. Insomma, soldi bruciati. La BCE ordina alla banca di vendere quasi 10 miliardi di “sofferenze”, ma questo potrebbe provocare conseguenze ancor più negative nei conti. A luglio 2016 MPS viene bocciata allo stress test dall’Eba (l’Ente bancario europeo), risultando la peggiore tra le 51 banche europee coinvolte. Lo stress test è una verifica sulla solidità patrimoniale e sulla resistenza delle banche europee in caso di arrivo di una forte recessione e crisi economica. Nei mesi successivi il rischio default si fa sempre più concreto e si tenta, invano, la via dell’aumento di capitali con i privati. Risulta alla fine decisivo l’intervento dello Stato.

    Il decreto Salvarisparmio viene varato nella tarda serata di giovedì 22 dicembre durante una riunione d’emergenza del Consiglio dei Ministri, già in allerta dopo il fallimento dell’aumento di capitale con i privati, per dare il via libera all’utilizzo del fondo salvabanche per il salvataggio di Monte dei Paschi di Siena. “Abbiamo approvato il decreto che abbiamo definito il decreto salvarisparmio che si basa sull’autorizzazione ricevuta dal parlamento con ampia maggioranza a costituire un fondo di 20 miliardi per intervenire a tutela del risparmio”, dichiara il premier Paolo Gentiloni al termine del Cdm.

    Con il fondo salvabanche lo Stato mette sul piatto 20 miliardi di euro per aiutare le banche in crisi, tra cui MPS. È in pratica una stampella pubblica per gli istituti di credito a rischio fallimento. Si tratta di un fondo di indebitamento aggiuntivo da utilizzare per la ricapitalizzazione precauzionale.

    Lo Stato diventa di fatto il primo azionista di MPS, passando dal 4% a una quota di maggioranza assoluta. La prima cosa da fare sarà redigere un nuovo piano industriale per sanare i conti dell’istituto di credito e metterli in sicurezza una volta per tutte.

    Solo allora le quote potranno tornare sul mercato.

    No, il piano prevede il meccanismo del “burden sharing“, ossia la condivisione tra azionisti e obbligazionisti subordinati di rischi e perdite. Si evita così il bail-in, il salvataggio attraverso le risorse interne della banca, temuto perché i costi sarebbero ricaduti su azionisti, obbligazionisti e correntisti con conti superiori a 100mila euro. Essi avrebbero infatti mantenuto i 100mila euro ma perso la parte eccedente.

    Non dovrebbero correre alcun rischio coloro che hanno depositato il loro conto corrente nel Monte dei Paschi di Siena. Sarebbero stati penalizzati, in caso di bail-in, i correntisti con più di 100mila euro sul conto.

    Sì, ma solo a livello temporaneo: secondo la BRRD (la normativa europea sulla risoluzione delle crisi bancarie) una banca può essere nazionalizzata solo per un tempo limitato, in quanto gli interventi di sostegno pubblico “hanno carattere cautelativo e temporaneo”. MPS dovrebbe rimanere in mano al Tesoro per un anno o al massimo un anno e mezzo.

    Dopo il fallimento dell’aumento di capitale di 5 miliardi da parte di privati l’intervento dello Stato si è reso inevitabile. Perché è importante salvare una banca dal fallimento? Innanzitutto per salvare correntisti, azionisti e risparmiatori, tutti i cittadini che abbiano il loro conto con MPS. Il governo preferisce parlare infatti di “salvarisparmio” più che di “salvabanche”, proprio per mettere in luce l’azione di salvataggio verso i risparmiatori. Il fallimento di una banca minerebbe inoltre la credibilità di tutto il sistema bancario italiano agli occhi dei mercati internazionali.

    È la lista dei grandi debitori che hanno portato la banca sull’orlo del crac. Tra loro grossi imprenditori, immobiliaristi e aziende che hanno cumulato milioni di debiti con Mps senza restituirli, svuotandone così le casse. Il Governo sta studiando come rendere pubblici i nomi.

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