Made in Italy addio: tutte le aziende italiane vendute all’estero

Made in Italy addio: tutte le aziende italiane vendute all’estero
da in Consumi, Crisi economica, Economia, Fisco, Imprese, Made in Italy, Tasse
Ultimo aggiornamento: Martedì 19/04/2016 16:11

    L’Italia è il Paese dello shopping: non ci riferiamo ai turisti che vengono a spendere nei nostri negozi ma alle aziende del ‘Made in Italy‘ che finiscono nelle mani di holding straniere, finendo per perdere la loro identità (e spesso anche i poli produttivi). I saldi all’italiana, che negli ultimi anni hanno portato quasi 500 marchi nostrani in mano straniera, non accennano a fermarsi. Si ripropone così, sempre più urgente, il quesito sulle conseguenze (da un punto di vista economico ma anche sociale) di questa svendita del patrimonio imprenditoriale italiano. Il Made in Italy è davvero sul viale del tramonto? Soltanto dal 2008 al 2012 ben 437 aziende italiane sono passate nelle mani di acquirenti stranieri: questo il dato più clamoroso del Rapporto ‘Outlet Italia. Cronaca di un Paese in (s)vendita’ presentato dall’Eurispes. Certificazione ulteriore, se ce ne fosse bisogno, di un Made in Italy sempre meno italiano. Certo, i gruppi stranieri sopendono miliardi di euro per portare a casa i marchi italiani, ma sono soldi che vanno alle vecchie proprietà, non portano valore aggiunto alla comunità e, in ogni caso, non valgono certo la perdita dei gioielli di famiglia. Vediamo di seguito quali sono i marchi ”scappati” dal Belpaese negli ultimi anni.

    La Peroni, storica birra un tempo italiana prodotta a Roma, Padova e Bari, nel 2003 finì nelle mani del colosso anglo-sudafricano SabMiller che l’aveva poi ceduta ai belgi di InBev, gli stessi che producono Corona, Budweiser e Beck’s. In febbraio 2016 il produttore giapponese di birra Asahi ha offerto ben 400 miliardi di yen (ovvero una cifra che si aggira intorno ai 3 miliardi di euro) per l’acquisto del marchio. Ad aprile 2016 arriva la notizia che AB InBev ha accettato l’offerta vincolante presentata dal gruppo nipponico per un totale di 2,55 miliardi di euro in contanti.

    Risiko

    A gennaio 2016 l’italiana Editrice Giochi passa alla canadese Spin Master e questo vuol dire che anche il Risiko e lo Scarabeo, così come Cluedo, Dungeons and Dragons (e altri gochi come L’eredità, X Factor e Voyager) non saranno più made in Italy. L’azienda era stata fondata nel 1936 dal lombardo Emilio Ceretti e nel 2009 aveva già ceduto il ”Monopoli” ad Hasbro. La multinazionale di Toronto punta ad aumentare la sua presenza nel mercato italiano del giocattolo, un settore valutato intorno ai 740 milioni di euro nel 2015 e in crescita.

    Pininfarina

    A dicembre 2015 Pininfarina ha annunciato il passaggio alla società indiana Mahindra con un’operazione da circa 50 milioni di euro, cui si sommano garanzie sui debiti per oltre 110 milioni di euro. Nel dettaglio, Mahindra & Mahindra e TechMahindra acquisteranno tutte le azioni ordinarie Pininfarina detenute da Pincar (la holding della famiglia che controlla il 76% di Pininfarina), per un totale di circa 25 milioni di euro; le azioni sono attualmente in pegno alle banche e saranno liberate da tale vincolo alla chiusura dell’accordo. ”Oggi iniziamo a scrivere il prossimo capitolo della storia di Pininfarina. Siamo orgogliosi e felici di entrare a far parte del gruppo Mahindra”, ha commentato l’ad Silvio Pietro Angori. ”Oggi è un giorno splendido, Pininfarina diventa più forte e più globale che mai”. Per il presidente e nipote del fondatore, Paolo Pininfarina, l’accordo con ”un partner industriale solido e globale” permette di rafforzare l’identità della società, che ”è e rimarrà italiana” mentre ”i soldi non hanno passaporto”. E ancora ”L’azienda resta in Italia, restano le maestranze, resta il management. Resta il dna Pininfarina”, ha assicurato il presidente Paolo Pininfarina, presentando in conferenza stampa a Torino l’intesa per il passaggio dell’azienda all’indiana Mahindra. ”Questa operazione – ha aggiunto – ci permette di pensare al futuro. E’ un giorno importante che voglio dedicare alla mia famiglia. Sono sicuro che sia la cosa giusta, che mio nonno, mio padre e mio fratello sono con me e pensano che stia facendo la cosa giusta”.

    Grom, il “gelato più buono del mondo” dal 1° ottobre 2015 passa alla multinazionale olandese Unilever, quella di Algida per intenderci. I due fondatori Federico Grom e Guido Martinetti hanno così ceduto la proprietà dell’azienda che, dalla piccola gelateria di Piazza Paleocapa a Torino, dal 2003 si è trasformata in un colosso del gusto, con oltre 67 punti vendita e 600 addetti tra Dubai, Giacarta, Hollywood, Malibu, New York, Osaka, Parigi e molte altre città. Il gruppo sarà comunque gestito in autonomia dai due fondatori, a cui viene garantita la totale libertà: ad arricchirsi ci saranno però anche il colosso olandese e investitori dal Giappone, dal Qatar e dal gruppo Illy, che detiene il 5% del capitale.

    Italcementi è stata venduta ai tedeschi per il 45%. Il prezzo è stato fissato e corrisponde a 10,6 euro ad azione, per un valore complessivo di 1,67 miliardi. La famiglia Pesenti esce dopo più di un secolo dall’azienda, accettando l’offerta del gruppo tedesco Heidelberg. La famiglia Pesenti diventa il secondo socio. Il nuovo gruppo potrà contare su una capacità produttiva di circa 200 milioni di tonnellate di cemento, con un fatturato di 16,8 miliardi di euro da realizzare in 60 Paesi presenti in 5 continenti.

    Lo storico Palazzo Broggi di piazza Cordusio a Milano è stato ceduto da Idea Fimit sgr, la società che ne deteneva la proprietà, a un fondo internazionale per un importo di 345 milioni di euro. Il fondo internazionale in questione sarebbe Fosu, la più grande compagnia conglomerata privata della Cina. Per 31 anni il palazzo è stato sede della Borsa di Milano e per vario tempo vi ha avuto sede l’Unicredit.

    La svizzera Dufry ha comprato World Duty Free. I Benetton hanno raggiunto un accordo per cedere la loro partecipazione pari al 50,1%. Il prezzo di vendita è stato quello di 10,25 euro per ogni azione, con un importo complessivo pari a 1,3 miliardi di euro. Attraverso questa integrazione si è creato il leader mondiale nel settore del travel retail aeroportuale. La catena dei negozi era in trattativa già da tempo, anche perché i Benetton si erano mostrati aperti a ricevere varie offerte. Dufry già da tempo si era impegnata a sostenere questa operazione, procedendo a portare a termine la competizione.

    E’ stato firmato l’accordo che prevede l’ingresso del colosso chimico cinese ChemChina nella Pirelli, la società leader del settore degli pneumatici. Il gruppo controllato dal Governo di Pechino avrà la maggioranza dell’azienda italiana. Secondo Mauro Tronchetti Provera, tutto ciò rappresenta una grande opportunità, perché ha messo in evidenza come i soci cinesi possano garantire lo sviluppo e la stabilità di Pirelli. In ogni caso è stato stabilito, in base ai termini dell’accordo, che non sarà così facile spostare il quartier generale dell’azienda italiana: per determinare il trasferimento a terzi della proprietà intellettuale di Pirelli dovrà essere necessaria una maggioranza in grado di superare il 90% del capitale. Novità soprattutto per quanto riguarda gli pneumatici industriali, perché la loro produzione sarà integrata con una società partecipata da ChemChina. L’intenzione è quella di raddoppiare i volumi del business.

    Hines Italia Sgr ha stretto un accordo con Qatar Holding per l’acquisto di Porta Nuova, l’area di Milano con i grattacieli più alti d’Italia. Il progetto immobiliare è passato completamente al fondo Qatar Qia. Già quest’ultima aveva acquistato una partecipazione pari al 40% nei fondi di investimento. Questo nel 2013 e adesso Qia ha portato la sua partecipazione al 100%.

    Il colosso giapponese Hitachi ha comprato i Frecciarossa e si prepara a diventare il quarto produttore mondiale di treni. L’affare è stato pari a 36 milioni di euro. Inoltre l’azienda nipponica si è aggiudicata il 100% della Ansaldo Breda, che si occupa della produzione di treni ad alta velocità e dei convogli per la metropolitana senza conducente.

    Il Bologna sarà ceduto agli americani. Il cda ha deciso di accettare la proposta degli Stati Uniti, che consiste in un indennizzo di 6,3 milioni in 3 anni. Entro il 15 ottobre al club saranno versati 6 milioni. La società sarà ceduta all’impresa guidata da Joe Tacopina, brand che ha tra i suoi investitori anche il canadese Joey Saputo. L’azione iniziata qualche settimana fa si è conclusa con la decisione di aprire all’America. I soci sono convinti che l’offerta statunitense sia da tenere in ottima considerazione.

    I giudici di Milano dovranno decidere se le ricchezze sequestrate alla famiglia Riva, la proprietaria dell’Ilva di Taranto, potranno essere utilizzate per risanare la grande fabbrica siderurgica. Piero Gnudi, il commissario scelto dal Governo Renzi, per portare avanti il risanamento, chiede di poter tentare lo scongelamento dei fondi, per riuscire a vendere l’Ilva. Diversi sono i possibili compratori dell’industria. In particolare si sono fatti avanti Arcelor Mittal, colosso franco-indiano, e un altro concorrente, sempre indiano, che si chiama Jindal. L’Ilva, quindi, potrebbe finire nelle mani indiane, anche se c’è un terzo candidato, che ha chiesto la possibilità di studiare le carte. Il nome di questo terzo candidato non è stato, comunque, ancora reso noto e non ci sono ancora offerte vincolanti. La lotta per conquistare l’Ilva di Taranto sta sempre più definendosi.

    Novità anche per l’operazione che porterà all’acquisizione di Indesit da parte di Whirlpool. E’ stato, infatti, raggiunto un accordo tra l’azienda americana e Fineldo, holding di Merloni, che permetterà l’acquisto, da parte degli americani, del 60,4% di Indesit, ad un costo di 758 milioni di euro. Si attendono, quindi, l’approvazione del tribunale di Ancona e le necessarie autorizzazioni dell’Antitrust. Un accordo che ha l’obiettivo, secondo Gian Oddone Merli, amministratore delegato di Fineldo, di “dotare Indesit di tutti gli strumenti per costruire un futuro solido e sostenibile”. Anche Jeff Fettig, presidente e chief executive officer di Whirlpool Corporation, parla positivamente di questa acquisizione: “Ci posizionerà in maniera ideale per una crescita sostenibile in un mercato altamente competitivo e sempre più globale quale quello degli elettrodomestici in Europa”.

    Notizia di qualche mese fa è il passaggio della maison di moda Krizia in mani cinesi, nuova frontiera dello shopping straniero. E’ arrivato, infatti, l’accordo di vendita a Shenzen Marisfrolg Fashion, attiva nel mercato asiatico. Il gruppo cinese è stato fondato nel 1993 da Zhu ChongYun, che ora ricoprirà il ruolo di presidente del Board e direttore creativo della casa di moda milanese. Non sono stati comunicati i dettagli della transazione, quel che è certo è che nei piani della società cinese c’è una espansione decisa verso i mercati asiatici e americani del brand Krizia.

    Il primo colpo grosso del 2014 è stata la cessione di Poltrona Frau alla statunitense Haworth, che acquisisce il controllo del marchio con il 58,6% del capitale. Il 51,3% è stato ceduto da Charme (facente capo a Montezemolo) e il restante 7,3% da Moschini. Il perfezionamento dell’operazione, atteso entro la fine di aprile 2014, è condizionato all’approvazione da parte delle autorità antitrust competenti. Una volta ottenuto il via, gli americani lanceranno subito una OPA sulla rimanente parte del capitale sociale di Poltrona Frau. Sarà quello lo step finale per l’addio definitivo dell’azienda al suo carattere nazionale.

    Qualche tempo fa aveva destato scalpore la cessione di Telecom, il principale gruppo italiano di telecomunicazioni, in mani spagnole dopo l’accordo tra Telefonica e le banche italiane azioniste, che le consente di salire al 66% di Telco, holding che controlla il 22,4% di Telecom Italia. Non è solo questione di percentuali azionarie, perché la Telco nomina anche la maggioranza dei membri del consiglio di amministrazione Telecom. Di fatto, quindi, è l’ennesimo marchio italiano che prende la via dell’estero. Il Made in Italy è sempre stata la consolazione dell’economia italiana anche in periodo di crisi. Un favola che ci hanno sempre raccontato (e continuano a raccontare) per dimostrare che il sistema italiano funziona ancora alla grande. Ma a chi appartiene davvero il Made in Italy?

    Ormai le notizie di cessioni ai colossi stranieri si susseguono a ritmo tanto vorticoso che si fatica a tenere botta. Un caso recente è quello dei cioccolatini Pernigotti, ceduti dai Fratelli Averna ai turchi Toksoz. Si tratta di una azienda privata, con sede a Istanbul, che realizza un fatturato annuo pari di circa 450 milioni. La notizia è dolorosa perché Pernigotti, oltre ad essere un’eccellenza mondiale nel settore dolciario, è anche un’azienda storica con oltre 150 anni di attività. Ma non è tutto. Pochi mesi fa la holding francese Lvmh ha rilevato l’80% della griffe del cachemire Loro Piana, fiore all’occhiello tra i marchi italiani. Il problema sono proprio loro, le holding straniere che si appropriano del grande artigianato nostrano lasciando solo le briciole al prodotto interno lordo dello stivale.

    In un periodo di crisi economica come quello che da anni attanaglia l’Italia, spesso la consolazione degli economisti è il perdurante successo del Made in Italy, sinonimo di grande qualità e garanzia di crescita. Quando leggiamo marchi Made in Italy famosi e acquistiamo i loro prodotti, siamo proprio sicuri che stiamo comprando italiano? La risposta, nella maggior parte dei casi, è negativa. Tanto per rimanere in tema Loro Piana, l’azienda si troverà in buona compagnia nel roster della Luis Vuitton Moet Hennessy (Lvmh), che già include simboli assoluti come Bulgari, Fendi e Pucci. Loro Piana, nello specifico, è stata valutata 2,7 miliardi, con la Lvmh che ha pagato 2 miliardi per accaparrarsi l’80% del pacchetto aziendale. Sergio e Pier Luigi Loro Piana manterranno la loro posizione alla guida dell’azienda di famiglia, ma con uno striminzito 20% della proprietà.

    Se la vendita dei marchi del Made in Italy alle holding straniere può essere visto come una svendita di assets strategici a discapito dell’economia nazionale, non sempre lo stesso discorso vale per l’azienda stessa. C’è chi dalla vendita agli stranieri e dall’emigrazione all’estero riesce a trarre vantaggio. Non sempre vendere equivale a perdere valore, ce lo dice una indagine di Prometeia (“L’impatto delle acquisizioni dall’estero sulla performance delle imprese italiane”) realizzata per l’Ice. Secondo quanto riportato nel rapporto, dalla fine degli anni Novanta ad oggi le imprese acquistate da gruppi stranieri hanno ottenuto performance positive. Questo significa crescita del fatturato (2,8% l’anno), dell’occupazione (2%, anche in territorio italiano) e della produttività (1,4%). Questo accade soprattutto per i brand simbolo dello stile italiano che sono acquisiti da holding estere per il loro valore elevato e non perché in dismissione. Un discorso, quindi, che non può essere applicato davvero a tutti, anche se è vero che vendere è parte integrante della politica di attrazione dei capitali stranieri, linfa vitale in un contesto come quello italiano, piegato dalla crisi e da una gestione politica deficitaria. La ricerca conclude che, sebbene siano state vendute a proprietà straniere, le grandi aziende italiane continuano ad essere percepite come made in Italy. Ma è davvero solo un problema di percezione? Allora perché questa svendita non avviene anche nei Paesi stranieri? La colpa, come di consueto, è da cercare ai piani alti.

    D’altra parte difficile dire di no alle allettanti offerte di un colosso come Lvmh, che vanta 28,1 miliardi di ricavi, generati anche grazie ai tanti marchi italiani che si sono aggiunti nomi famosi come Louis Vuitton e Celine, Moet et Chandon e Veuve Clicquot. Queste acquisizioni non sono casuali, perché il settore del lusso è quello che fa registrare i dati di vendita più alti (a fronte di un +4% complessivo della holding) nonostante il gruppo abbia alzato i listini dei suoi marchi di punta fino al 10%. Tanti mancati introiti per il sistema Italia, ma la domanda che bisogna porsi è anche un’altra, dolorsa ma necessaria per non cadere nei pregiudizi: queste aziende potevano sopravvivere nel mercato globale senza far parte di un gruppo del genere? Artigianato e tradizione spesso non vanno molto d’accordo con i ritmi e le pretese di un mercato in cui le spese di produzione si alzano e i profitti calano. Vendere è forse di vitale importanza per gli imprenditori, ma in tutto questo discorso si sente l’assenza dello Stato, che nulla sembra volere e potere fare per arrestare la dissoluzione del Made in Italy e, anzi, vessa sempre più le aziende con una pressione fiscale a livelli record (per non dire ridicoli). In giro per il mondo ci vantiamo tanto della nostra moda, dei nostri cibi e della nostra creatività, ma ormai (come nel caso della fuga dei cervelli) tutto questo è al servizio di proprietà straniere. Il fenomeno, come detto, non si riferisce soltanto al settore della moda e del lusso perché la fuga del Made in Italy dall’Italia riguarda tutti i comparti economici, dall’abbigliamento all’alimentare passando per i gioielli. Non esiste settore che non sia stato toccato dalle mani delle ricche holding straniere. La strategia di questi gruppi è semplice: attendere il momento di difficoltà economica per appropriarsi di aziende con valore aggiunto notevole visto che, pur non più italiano al cento per cento, il prodotto italiano vende sempre e comunque, soprattutto all’estero. Ecco così che una opportunità di crescita per il comparto esportazioni viene ridotta al lumicino dall’esternalizzazione della proprietà e, molto spesso, anche della produzione. Il primato sul bel vivere e vestire non ci appartiene più, è meglio farsene una ragione. Certo, casi di successo di aziende italiane che si espandono all’estero non mancano, ma l’impressione è che per ogni azienda italiana che riesce a crescere almeno tre finiscono acquisite da holding straniere.

    Da un lato troviamo Barilla che compra la francese Harry’s e la svedese Wasa o Luxottica di Leonardo Del Vecchio che compra l’americana Ray-Ban, ma dall’altro Loro Piana viene ceduto alla Luis Vuitton Moet Hennessy (Lvmh), seguendo la fuga all’estero di marchi di moda celebri come Bulgari, Gucci e Valentino. Le motivazioni sono diverse da caso a caso (eredi poco capaci, scarse agevolazioni da parte dello Stato, crisi economica) ma su tutte le svendite aleggia un’atmosfera da smobilitazione generale. I cugini francesi, con cui da sempre siamo in aperta lotta per il primato sulla moda e sulla buona cucina, sembrano decisamente un passo avanti rispetto all’Italia, tanto che molte di queste misteriose holding sono proprio transalpine.

    Lvmh è proprieraria anche di altri brand importanti come Emilio Pucci, Acqua di Parma e Fendi; Gucci e Pomellato sono invece sotto il controllo di Kering, ex Ppr, antagonista storico di Lvmh che fa capo alla famiglia di François Henri Pinault, leader della distribuzione di marchi come Fnac e Puma che controlla anche Dodo, Bottega Veneta, Brioni e Sergio Rossi. Se il Made in Italy nella moda crolla miseramente, va anche peggio al cibo italiano all’estero, un business fallito senza mezzi termini, perché questa eccellenza assoluta italiana si divide tra imitazioni che screditano il settore e acquisizioni che dell’Italia lasciano solo il tricolore (e spesso neanche quello). Tra i principali acquirenti Unilever, multinazionale anglo-olandese proprietaria dell’Algida, del’olio d’oliva Bertolli (poi ceduto alla spagnola Sos Cuetara che già controlla Carapelli e Sasso), delle confetture Santa Rosa e del riso Flora.

    Continuando con la disamina (e senza citare i marchi di grande distribuzione come Auchan e Carrefour), la francese Lactalis ha acquistato la Parmalat e i marchi Galbani e Invernizzi, Cademartori, Locatelli e Président; la Nestlé è proprietaria di Buitoni e Sanpellegrino, Perugina, Motta, l’Antica Gelateria del Corso e la Valle degli Orti; i sudafricani di SABMiller hanno acquisito la Peroni; l’oligarca Rustam Tariko, proprietario della banca e della vokda Russki Standard, ha comprato Gancia; i pelati AR sono finiti addirittura nelle mani di una controllata dalla giapponese Mitsubishi. Considerato tutto questo, siamo ancora sicuri di comprare lo stile italiano quando portiamo a casa uno di questi prodotti? Ma soprattutto, il Made in Italy non è così condannato a morte certa?

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