Debito pubblico italiano, a dicembre 2015 è aumentato di 33,8 miliardi: la vera storia e tutti gli interessi

Debito pubblico italiano, a dicembre 2015 è aumentato di 33,8 miliardi: la vera storia e tutti gli interessi
da in Crisi economica, Debito Pubblico, Economia, PIL
Ultimo aggiornamento: Lunedì 15/02/2016 15:59

    Banca d'Italia

    Sale il debito pubblico in Italia. A certificarlo è la Banca d’Italia nel Supplemento al bollettino statistico “Finanza pubblica, fabbisogno e debito”: a dicembre 2015 il debito è salito di 33,8 miliardi di euro rispetto allo stesso periodo del 2014, segnando un totale di 2.169,9 miliardi. Il dato riguarda in particolare il mese di dicembre che, nel 2014, segnava 2.136.50 miliardi (il 132,4% del Pil). A dicembre 2015 si è avuto al contempo una diminuzione rispetto al mese di novembre, quando il totale era di 2.212 miliardi di euro. Da via Nazionale fanno anche notare che l’aumento del debito di 33,8 miliardi è stato inferiore rispetto a quanto hanno avuto bisogno le Pubbliche Amministrazioni, pari a 49,3 miliardi, anche per una diminuzione di 10,7 miliardi delle disponibilità liquide del Tesoro (per un totale a fine anno di 35,7 miliardi), degli scarti e premi di emissione che hanno contenuto il debito per 5,1 miliardi. Le variazioni dei cambi hanno inciso sull’aumento del debito per un valore di 0,3 miliardi. Tutto questo, dicono da Bankitalia, a fronte di un aumento delle entrate tributarie del 6,4% rispetto all’anno passato: a dicembre le entrate dalla tassazione sono state di 80.144 milioni di euro, contro i 68.525 di dicembre 2014. A spendere di più, secondo il rapporto, sono state le amministrazioni centrali che hanno registrato un surplus di spesa di 40,5 miliardi, per un totale di 2.077,5 miliardi; le amministrazioni locali hanno fatto segnare una diminuzione di 6,6 miliardi, per un totale di 92,3, mentre gli Enti di previdenza hanno avuto una riduzione di 0,1 miliardi. Insomma, le maggiori entrate tributarie non hanno aiutato a diminuire il debito: perché?

    Debito pubblico in Italia

    Il debito pubblico italiano è una delle più complesse questioni con cui il nostro Paese si sta misurando, almeno negli ultimi 20 anni. L’Italia ha accumulato 585 miliardi di euro relativi a quello che in termini tecnici viene chiamato “avanzo primario”. Un’analisi sulla finanza pubblica, a cui ha lavorato un gruppo coordinato da Roberto Poli, ha messo in luce alcuni aspetti fondamentali della questione. Secondo gli esperti occorre una svolta e, da questo punto di vista, il Governo dovrebbe davvero osare, anche nel settore dell’economia. Queste considerazioni vengono messe in atto anche prendendo come punto di riferimento gli interessi che l’Italia ha dovuto pagare sul debito pubblico. L’intenzione era di diminuire il disavanzo, ma dal 2008, in seguito alla crisi economica, molte cose sono cambiate. Il debito pubblico lordo negli ultimi 20 anni è cresciuto sul Pil di 28 punti nel nostro Paese. Una situazione che accomuna l’Italia agli altri Paesi europei, con conseguenze da non trascurare soprattutto sulla crescita.

    Chi è portato a puntare il dito contro gli ultimi (pur disastrosi) Governi dovrebbe sapere che il debito è questione antica per l’Italia, che affonda le radici addirittura nella nascita della Repubblica. Un fatto è certo, però: nonostante gli sforzi dei contribuenti, le manovre finanziarie a base di tagli e tasse, negli ultimi anni il debito è cresciuto in maniera esponenziale, fino a raggiungere la quota record del 132,6% nel rapporto con il prodotto interno lordo nel 2013. Si tratta del livello più alto registrato dal 1990, da quando esistono le serie storiche confrontabili. Parlando di nude cifre, per la prima volta nella storia il debito è salito oltre la soglia dei 2 miliardi di euro. Il tutto a conclusione di un 2013 fatto di incertezza non solo economica ma anche, e soprattutto, politica. Perché quando si parla di debito i due termini viaggiano di pari passo e si influenzano a vicenda. Sapendo che il debito pubblico è, fondamentalmente, l’unione dei deficit di bilancio di ogni anno sommati, possiamo tranquillamente dire che dopo gli anni cinquanta tanti, forse tutti, i paesi hanno visto una crescita del debito dovuto al modificarsi delle condizioni di vita e delle abitudini economiche della gente: alcuni paesi hanno un debito contenuto perché negli anni le imposte sono cresciute di pari passo con l’incremento della spesa, in altri il debito è più elevato perché ad un aumento della spesa corrispondeva una crescita delle imposte lenta e non equa, che nel breve periodo fa sempre piacere ma nel lungo non paga.

    Possiamo iniziare a dedurre che l’Italia si trova in questa situazione perché per troppo tempo ha speso più di quanto avesse in cassa (ricordiamo che le spese pubbliche riguardano tutto ciò che ci circonda: difesa, salute, sicurezza, ordine, istruzione…). Si deduce anche che la colpa non è solo di questo o quel governo di turno ma è della situazione economica del paese associata, non conseguenza, a quelle che erano le scelte dei governi di volta in volta interessati. Un percorso politico che non è riuscito a trovare soluzione per questo atavico problema. Senza contare che sul valore del debito pesano anche gli interessi che si accumulano ogni anno. Più non si riduce e più questi salgono. La nostra situazione è stata causata, dunque, anche dalle pressioni economiche globali, ma soprattutto da una pessima gestione delle riforme e della cassa di Stato. Perché tutti i governi che si sono avvicendati al potere hanno presentato idee ottime e idee malsane dettate dai fervori del momento, ma ognuno di questi, nessuno escluso, quasi sistematicamente ha contraddetto l’operato del governo precedente cercando diverse vie di fuga per lo stesso problema. Siamo stati quindi vittima dell’economia di scala mondiale perché il governo, tutti quelli che si sono succeduti, opponeva una resistenza probabilmente pari a zero. Chi più, chi meno.

    Tanto per sfatare ogni inutile polemica diciamo inoltre che è impossibile sapere chi ha fatto più o meno, meglio o peggio perché bisogna sempre tenere a mente che in economia, soprattutto nella macroeconomia, i processi per mostrare dei risultati hanno bisogno di anni e, quindi, ogni provvedimento è sempre risultato vincente o perdente nel periodo di governo successivo o in quello ancora dopo. Quindi, fatta questa premessa, possiamo vedere come sia stato altalenante il debito pubblico italiano e i picchi a quale governo corrispondano, per quanto sia, come già detto, una analisi eccessivamente sommaria per attribuire delle colpe o dei meriti. Vediamo riportati in maniera pulita ed ordinata e sommati su una media con base giornaliera i dati che si riferiscono ai vari governi nel tempo: 1946 – 1992 (circa 47.50 milioni di euro al giorno) I Repubblica 1992 – 1994 (circa 285.00 milioni di euro al giorno) governi Amato e Ciampi 1994 – 1995 (circa 330.10 milioni di euro al giorno) governo Berlusconi I 1995 – 1996 (circa 207.30 milioni di euro al giorno) governi Dini 1996 – 1998 (circa 96.20 milioni di euro al giorno) governo Prodi I 1998 – 2000 (circa 76.30 milioni di euro al giorno) governo D’Alema 2000 – 2001 (circa 124.50 milioni di euro al giorno) governo Amato 2001 – 2006(circa 124.30 milioni di euro al giorno) governo Berlusconi II e III 2006 – 2008 (circa 97.50 milioni di euro al giorno) governo Prodi II 2008 – 2011 (circa 217.80 milioni di euro al giorno) governo Berlusconi IV L’accumulo di debito pubblico in media giornaliera cresce dai 48 milioni di euro quotidiani che abbiamo accumulato fino al 1992 per arrivare alle mostruose cifre del giorno d’oggi, passando per le impennate dovute ai governi di emergenza degli anni di Tangentopoli, vivendo dei ribassi con i governi Prodi e D’Alema, schizzando vertiginosamente con il primo governo Berlusconi. Riprendendo anche il discorso precedentemente effettuato, sulla responsabilità mancata dei governi, possiamo dare qualche percentuale in più in modo da attribuire ad ogni periodo di governo i dati di crescita del Pil relativi: abilmente si può desumere, anche dall’immagine prima mostrata, che negli anni del governo Berlusconi il debito è salito, questo perché il precedente capo del governo si è travato ad operare in periodi di crescita inferiori che hanno portato ad aumenti del Pil anche disastrosi come la crescita 0 del 2003 per basarsi su una forchetta compresa tra lo 0,5% e 1,9% come massimale di crescita, nulla a confronto dei numeri rilevati durante i governi di sinistra che hanno toccato anche il 3,7% di crescita Pil. A questo poi andrebbe anche aggiunto il risultato negativo ottenuto nel 2008 subito dopo la crisi in cui si è registrato un -5,5% dalle conseguenze terribili. Anche in questo caso il 2013 non ha portato buone notizie, con un Pil diminuito dell’1,9% e sceso leggermente sotto i livelli del 2000. Certo, al mondo non siamo certo il Paese messo peggio. Nella sola eurozona la Grecia non ha rivali, con un debito pubblico che, al termine del 2013, si è attestato al 169,1% del Pil, con una crescita di quasi 10 punti percentuali nel solo secondo trimestre. Però dobbiamo ricordare che l’Italia vanta di essere la terza economia dell’UE e che, al contrario, la Grecia è sull’orlo del baratro. Quel che preoccupa in Italia è non solo l’entità assoluta del debito pubblico e il suo rapporto col Pil e col deficit, ma anche e soprattutto il crollo dei consumi (-2,6% nel 2013), che indica la salute ‘reale’ del Paese. Essere penultimi non può essere una consolazione, soprattutto in un mercato globale in cui investimenti e finanziamenti dipendono anche dalla solidità economica del Paese. Capirete che la capacità di ripagare il debito non è affatto elemento secondario nell’attestare il grado di fiducia di un Paese. In questo oggi l’Italia è molto, molto indietro.

    Uno dei problemi fondamentali che riguardano il debito pubblico in Italia è rappresentato dagli interessi da pagare. Questi hanno significato per l’Italia l’esborso di 1.650 miliardi, che sono pari al 6% del Pil. Se operiamo un confronto con gli altri Paesi europei, ci accorgiamo che la situazione, proprio in relazione agli interessi, appare piuttosto variegata. In quest’ambito la Germania dal 1995 ha dovuto pagare 1.058 miliardi, la Francia 870 miliardi, la Spagna 386 miliardi. Gli esperti hanno fatto notare che un Paese debitore, che abbia un debito elevato, si ritrova a pagare gli interessi in termini proporzionali. Per il nostro Paese non si tratta di una questione da poco, anche perché ci trasciniamo dietro una situazione, le cui origini vanno rintracciate nel 1992, quando è stato firmato il trattato di Maastricht. Inoltre è stato segnalato come siamo in presenza della necessità di una revisione completa della spesa pubblica, per ridurre il deficit annuale, puntando essenzialmente sulla produttività. E’ proprio a questo criterio che dovrebbero obbedire anche le nuove regole, a cui si dovrebbero rifare le amministrazioni locali e gli enti centrali nelle loro spese. Tutto ciò è estremamente importante, considerando che, proprio in seguito alla crisi economica, il saldo alla fine del 2013 è risalito al 132,3% del Pil.

    1985

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