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Settimana lavorativa corta: i paesi dove si lavora di più e si produce di meno

Settimana lavorativa corta: i paesi dove si lavora di più e si produce di meno
da in Economia, Euro, Lavoro, PIL, Ocse
Ultimo aggiornamento: Giovedì 03/11/2016 07:17

    Più si lavora meno si produce: la conferma arriva dall’incrocio dei dati Ocse su ore lavorate e produttività nel 2014. Nella classifica, pubblicata dal Sole 24 ore, si evidenzia a livello mondiale quello che già era apparso con i dati europei: i paesi dove la settimana lavorativa è più lunga sono anche quelli dove il tasso di produttività è più basso. Spesso infatti, le ore lavorative sono maggiori rispetto alla media per le condizioni, a volte pessime, in cui si produce, con salari anche al di sotto della media e con diritti sindacali quasi assenti. Vediamo nel dettaglio la classifica.

    In cima alla classifica c’è il Messico con 2.228 ore pro capite lavorate ogni anno e un Pil per ora lavorata di 20,2 dollari. Nonostante la grande presenza di multinazionali, la rete di piccole e medie imprese paga l’arretratezza complessiva di una nazione che ha standard molto bassi anche per la qualità del lavoro. Il Messico è, con Oman, Barhain e USA, nell’ultima fascia del Global Rights Index, la classifica stilata dall’International trade union confederation (onfederazione sindacale internazionale) per “sistematiche violazioni dei diritti”.

    Al secondo posto, quasi inaspettato, troviamo la Corea del Sud, una delle nazioni asiatiche in maggiore crescita: a fronte di 2.124 ore pro capite annuali, il valore di ogni ora lavorata è di soli 31,9 dollari. Il dato risente di fattori insiti nel sistema produttivo locale: gerarchie molto rigide e iperconnettività che fanno salire il numero delle ore lavorate anche nei gruppi internazionali come Samsung ed LG.

    L’ultimo gradino del podio va alla Grecia che con un monte ore pro capite annuale di 2.042 ha un Pil orario di 35,9 dollari. Lo stato europeo paga la pesante crisi che ha rischiato di far saltare tutta la zona euro e un sistema lavorativo che impiega sempre meno persone per molte più ore. In questo caso, siamo molto sotto la media UE di 59 dollari per ora lavorata. Come fa notare il quotidiano economico, i numeri potrebbero aggravarsi dopo la fuga di lavoratori di alto livello che ha portato fuori dal Paese 200mila persone.

    Il Cile si merita il quarto posto nonostante una diminuzione delle ore lavorative, scese a 1.990 ore pro capite annue, sotto quindi il limite delle 2mila. Il problema in questo caso è il valore della produttività per ora lavorata, a soli 26 dollari, poco più della metà della media Ocse, stabilita in 49 dollari.

    La Russia è, un po’ a sorpresa, in questa classifica, nonostante l’alto numero di miliardari, di oligarchi e industriali che reggono le fila dell’economia nazionale (o forse a causa di questo). Il monte ore lavorative annuale pro capite è di 1.985 ma con un valore di soli 26,4 dollari per ora lavorata. Meglio della super potenza fanno due paesi ex URSS come Estonia e Lettonia.

    Sotto di un gradino troviamo proprio la Lettonia, ex Unione Sovietica, che gli ultimi dati economici danno in ripresa, dopo la frenata dello scorso anno, ma che paga la mancanza di manodopera specializzata o la carenza di professionisti in settori cruciali, tecnologico su tutti. Così, le ore lavorate pro capite all’anno sono 1.938, con un Pil orario di 27,3 dollari

    Nella classifica entra anche la Polonia, dove molte aziende italiane hanno delocalizzato e che comunque mantiene uno standard alto in termini di crescita. Anche qui però ricchezza del Paese è slegata dalla produttività visto che su 1.923 ore a testa lavorate all’anno, il valore orario è di 29,5 dollari. Come in altre nazioni dell’Est Europa, si risente la carenza di personale specializzato anche di alto livello, problema che sarebbe risolvibile con l’ingresso di stranieri se non fosse per le politiche di chiusura della nuova premier Beata Szydlo.

    Sotto gli standard europei troviamo, anche qui a sorpresa, un Paese più che nordico come l’Islanda. Uscita dalla crisi del 2008, la piccola isola con soli 320mila abitanti, ha un monte ore lavorativo annuale di 1.864, contro i 1.770 della media UE, e un valore orario di 42,9 dollari, poco sotto quello europeo di 49,9 dollari.

    Un altro Paese dell’Est Europa che entra in classifica è l’Estonia dove le ore lavorate per abitante in media sono 1.859, sopra quindi la media UE e, soprattutto, una produttività scarsa con soli 31,4 dollari orari. 1.859 Pil per ora lavorata: 31,4 dollari. Anche in questo caso, le problematiche del paese ex URSS sono legate a una carenza di personale specializzato nei settori trainanti l’economia, a partire dall’IT.

    A chiudere la classifica c’è l’Ungheria che paga, al pari della Polonia, l’eccessiva chiusura dei confini nazionali, cosa che non consente l’ingresso di personale specializzato solo perché straniero. Il Paese guidato da Viktor Orban ha un monte ore lavorative annuale pro capite di 1.858 ore e un valore orario di 31,1 dollari. Il dato più allarmante è emerso da uno studio di Manpower, ripreso dall’Economist, secondo cui la forza lavoro interna copre solo la metà dei posti necessari all’economia nazionale.

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