Carne cancerogena? È allarme per l’industria del settore

L'allarme dell'Oms sulle carni rosse potenzialmente cancerogene rischia di affossare il settore produttivo italiano, tra produzioni di qualità ed eccellenze del made in Italy.

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    Lo studio dell’International Agency for Research on Cancer (Iarc) dell’Oms sulle carni rosse cancerogene rischia di provocare danni a livello economico. Il settore della lavorazione delle carni in Italia dà lavoro a 180mila addetti per un totale di 32 miliardi annui di fatturato. Numeri importanti, che hanno un peso notevole sull’intero settore agroalimentare e che rappresentano alcune delle eccellenze del made in Italy, a partire dagli insaccati, punta di diamante dell’esportazione. Il settore ha già attraversato momenti difficili negli ultimi anni, a seguito di allarmi simili: i dati dell’Iarc potrebbero portare a una riduzione drastica del consumo di carne rossa anche nel nostro Paese? In attesa di vedere quale sarà la reazione dei consumatori, cerchiamo di capire l’impatto economico che potrebbe avere.

    I dati del settore della carne in Italia

    Secondo i dati di Federalimentari, presentati a marzo 2015, il settore della carne in Italia vale 32 miliardi di euro l’anno, tra comparto industriale (22 mld) e agricolo (10 mld) sui 180 miliardi dell’intero comparto alimentare nostrano: la carne vale il 10-15% del Pil. Le filiere bovina, avicola e suina producono un fatturato di circa 22 miliardi di euro, per la maggior parte dalla lavorazione della carne, ma è nell’import-export che le differenze sono notevoli. Per tradizione e cultura, è il settore suino, con la lavorazione degli insaccati, a farla da padrone, ma è il settore avicolo (polli e affini), il più equilibrato: la produzione avicola nazionale soddisfa appieno il consumo nazionale senza dover importare dall’estero, come invece accade in particolare per i bovini.

    Sul lato occupazionale, il comparto della carne dà lavoro a 180mila addetti, divisi in 55mila per la filiera avicola, 44mila per quella suina e 80mila in quella bovina, che con un calo dei consumi potrebbero essere a rischio. La differenza tra Nord e Sud in questo campo è molto marcata, per tradizioni e vocazioni territoriali: il Settentrione ospita il 70,3% dei capi bovini, l’87,3% dei suini e il 71,5% del pollame, mentre il Mezzogiorno scende rispettivamente al 22,2%, al 6,4% e al 16%.

    I numeri del consumo di carne in Italia

    Gli italiani mangiano meno carne rispetto alla quantità indicata dall’Oms come potenzialmente pericolosa (100 grammi al giorno per la carne rossa e 50 grammi al giorno per quella trasformata). I numeri del consumo italiano di carne sono nettamente inferiori, chiarisce Assica-Assocarni: in media gli italiani mangiano 2 volte alla settimana 100 gr di carne rossa, 25 gr al giorno di carne lavorata.

    Anche Coldiretti va in questa direzione: lo studio dell’Oms, fa notare l’associazione, ha preso abitudini di Paesi diversi dal nostro, come gli USA che consumano il 60% in più di carne. Hot dog, bacon e lavorati affumicati non fanno parte della nostra tradizione: pur essendo entrati nelle nostre abitudini, rappresentano una tantum. “Il consumo di carne degli italiani con 78 chili a testa è ben al di sotto di quelli di Paesi come gli Stati Uniti con 125 chili a persona o dell’Australia con 120 chili, ma anche della Francia con 87 chili a testa“, chiarisce Coldiretti.

    Tra l’altro, per la prima volta quest’anno ha visto un’inversione di tendenza nei consumi degli italiani: la carne è diventata la seconda voce di spesa delle famiglie, sorpassata dall’ortofrutta. Altro dato fondamentale, ricordano le associazioni di categoria, è la qualità. “Le carni italiani sono più sane, perché magre, non trattate con ormoni e ottenute nel rispetto di rigidi disciplinari di produzione ‘doc’ che assicurano il benessere e la qualità dell’alimentazione degli animali tanto da garantire agli italiani una longevità da primato con 84,6 anni per le donne e i 79,8 anni per gli uomini“, specifica la Coldiretti.

    La mucca pazza

    Uno dei momenti più difficili del settore della carne in Italia risale dal 1996, con l’esplosione della cosiddetta “mucca pazza“. La malattia, nota come Bse (encefalopatia spongiforme bovina) viene diagnosticata per la prima volta in Gran Bretagna nel 1986: dieci anni dopo si registrano i primi casi di contagio umano tramite carni infette. Si registrano casi di encefalopatia spongiforme umana (la malattia di Creuzfeldt-Jakob), nonostante già nel 1994 in tutta Europa erano stati messi al bando i mangimi a base di farine animali, sospettate di essere veicolo della malattia bovina. Il panico si diffonde, l’Oms parla di cifre enormi per il contagio umano e i consumi di carne rossa crollano. Il primo caso in Italia viene individuato il 16 gennaio 2001 in una vacca di circa 6 anni di età, macellata l’11 gennaio e proveniente da un allevamento del bresciano. In quell’anno vengono individuati 50 casi e gli italiani smettono (o quasi) di mangiare carne bovina. Scattano i controlli e nuove procedure in tutto il mondo e in particolare in Italia. Vengono vietati alcuni salumi e le parti a rischio contagio dell’animale vengono bruciate (l’intestino, il cervello e la colonna vertebrale); viene bloccata anche la celebre bistecca fiorentina. Dal 2001 nel nostro Paese non viene registrato alcun caso: nel luglio 2015 tornano sulle tavole italiani le parti dell’intestino e alcuni insaccati, mentre la Fiorentina viene “sdoganata” già nel 2006. Solo il cervello bovino rimane vietato. Il settore è in ginocchio, ma reagisce, puntando sulla qualità. “Dal 2001, i consumi di prodotti tipici italiani sono aumentati del 650% per un valore di 7,5 miliardi di euro“, ricorda la Coldiretti. Dal 2013 l’Italia, con il Giappone, è stata dichiarata “a rischio trascurabile” di Bse animale, cioè indenne, come molti altri Paesi europei.

    L’influenza aviaria

    Nel 2005 è la volta dei polli con lo scoppio dell’influenza aviaria, malattia virale che colpisce gli uccelli e i volatili. I primi casi si registrano in Asia dieci anni prima, con contagi agli esseri umani: la malattia passa dall’animale all’uomo solo con il contatto diretto, in particolare con le feci. Nessun rischio invece se si consuma carne di pollame, che viene sempre cotta. Tutti gli organismi internazionali della sanità, dalla Commissione Europea, alla FAO, all’OMS e all’OIE, certificano l’assoluta sicurezza del consumo di carni avicole, ma in pochi mesi gli italiani smettono di mangiarle. Il settore crolla, per tre o quattro mesi quasi nessuno si avvicina a polli e affini nostrani. Eppure, il fabbisogno nazionale è ampiamente coperto dalla produzione locale: il tasso di autoapprovvigionamento è del 106,2%, nessun pollo viene importato dall’estero e la carne italiana è tra le più sicure al mondo. Per fortuna, l’allarme cessa nel giro di qualche mese e la carne avicola torna sulle tavole degli italiani. Oggi, il consumo medio pro capite annuo italiani di carni di pollame è di circa 19 kg all’anno, contro i 23 kg della media europea.