Grandi opere in Italia, a che punto siamo: lo scempio oltre lo spreco

Grandi opere in Italia, a che punto siamo: lo scempio oltre lo spreco
da in Economia, Edilizia, Imprese, Ponte sullo Stretto di Messina
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    A che punto siamo con le grandi opere in Italia? Le infrastrutture incompiute rappresentano uno scempio oltre che uno spreco di denaro pubblico. Secondo le ultime stime sarebbero almeno 600 i cantieri rimasti aperti inutilmente anche per molti anni, causando un danno per lo Stato di 4 miliardi di euro e generando una situazione intollerabile a livello ambientale. Spesso è anche la burocrazia inefficiente e sottoposta a casi di corruzione, che non permette di portare a termine i lavori. Basti pensare alla realizzazione in Basilicata di un imponente schema idrico, che avrebbe dovuto servire come punto di riferimento per un’ampia area agricola.

    L’opera sarà completata soltanto dopo 41 anni, nel 2017, un caso emblematico, che lascia intendere come molte grandi opere pubbliche vadano davvero per le lunghe in Italia. Soltanto dopo 30 anni si scoprì, nel caso della Basilicata, che le dighe erano state fatte, ma mancavano i tubi. Nel frattempo le risorse finanziarie erano rimaste ben poche. Servirono 7 anni per far ripartire la macchina dei lavori.

    Quello tra le opere pubbliche e il nostro Paese è un rapporto da sempre molto complicato, che affonda le sue radici in tempi molto lontani. 150 è il numero delle opere che risultano incomplete nella sola Sicilia e tutto questo ha portato il nostro Paese ad arrivare in basso nella classifica dei Paesi dell’Europa per dotazione di infrastrutture, con una perdita di 278 miliardi di euro. Basti pensare al famoso ponte sullo Stretto di Messina, che ha già avuto un costo per i contribuenti di 350 milioni, per il progetto e per la gestione della società Stretto di Messina.

    Il ponte è stato ideato dal Governo di Berlusconi nel 2001, cancellato da Romano Prodi nel 2006, ripreso di nuovo da Berlusconi nel 2008 e messo da parte dallo stesso Cavaliere nel 2011. Infine è stato definitivamente annullato dal Governo Monti. Ma nel frattempo è stato firmato un contratto con diverse imprese. Le opere strategiche in Italia vengono pensate, discusse, a volte iniziate e terminate, a volte, solo in tempi lunghissimi. Tutto questo si traduce in una perdita di tempo e di denaro.

    All’elenco delle grandi opere incompiute si devono aggiungere tutte quelle strutture sulle quali non è mai stata presa una decisione definitiva, a causa, ad esempio, delle proteste dei cittadini, che ne contestano il possibile inquinamento prodotto. Si parla di discariche, tratte ad alta velocità, rigassificatori e termovalorizzatori. E inoltre a queste si devono aggiungere le opere per la riduzione del rischio idrogeologico, delle quali si parla spesso quando accadono vicende tragiche nel nostro Paese, ma che restano incompiute passato il periodo di emergenza.

    Un’emergenza che riguarda anche l’edilizia scolastica e che è denunciata anche dal Censis. Per questi interventi sono stati messi a disposizione 7 miliardi di euro, suddivisi tra finanziamenti da parte del Governo, fondi di coesione e mutui della Banca Centrale Europea, che potrebbero far iniziare ben presto 8.200 cantieri e altri 11.000. Potrebbe essere un buon modo per garantire una soluzione immediata a molte situazioni critiche che sono venute a crearsi in tutta la penisola e che stanno facendo preoccupare moltissime amministrazioni locali. Potrebbe essere questo il punto di partenza per un futuro fatto di opere pubbliche utili e finalmente compiute?

    Già da tempo si discute della necessità di portare avanti alcuni cantieri e di trovare le risorse economiche necessarie a rilanciare l’economia nel nostro Paese. Dalla Tav Torino-Lione, tanto discussa, al tunnel del Brennero. Le premesse ci sarebbero, dettate dalle buone intenzioni. Il problema è che queste ultime si scontrano con la realtà, con gli investitori che preferiscono puntare sull’estero. Molti governi hanno sempre sostenuto la necessità di rilanciare le grandi opere, per averne dei vantaggi a livello economico, che possano incidere sullo sviluppo di condizioni più favorevoli per i cittadini. Tuttavia spesso le idee non sono state concretizzate e molte di queste opere rimangono oggi incompiute.

    La situazione in Italia per le grandi opere è particolarmente complessa. Sono due, principalmente, i motivi che stanno alla base di uno sviluppo mancato. Da una parte c’è la politica che non si decide a prendere in mano con determinazione la questione. Mancano i fondi necessari, nell’ambito di una crisi che investe anche questo settore.

    Di recente Lupi ha fatto presente che vanno ripristinate risorse, per 2,3 miliardi. La politica spesso guarda ad altro, impegnata in una serie di complicazioni, che la portano a distrarsi in un gioco di poteri, rinviando il passaggio ai fatti concreti. Occorrono gli investimenti, che il ministro delle Infrastrutture ha quantificato in 10 miliardi di euro in tre anni.

    Quali potrebbero essere le mosse da parte del governo per trovare queste disponibilità? A questa domanda è difficile rispondere, anche perché poi le grandi opere nel nostro Paese suscitano sempre un certo clamore. Ed è questo l’altro motivo che sta alla base di una situazione italiana pessima. Le comunità locali spesso si fanno promotrici di proteste, dietro le quali ci sono ben giustificate motivazioni ambientaliste. E’ il caso della Tav, ma anche di varie tangenziali, di impianti eolici, di gasdotti. Si dovrebbe cercare di conciliare la conservazione ambientale con la necessità di riavviare i cantieri, ma a volte manca proprio la volontà, politica e civile, di trovare un punto di equilibrio. Si finisce con il protestare ad oltranza e non si trova un terreno comune, che possa essere condiviso.

    I cantieri aperti in Italia sono tanti, per la realizzazione di infrastrutture ritenute fondamentali. Se il MOSE a Venezia, iniziato nel 2003, è in dirittura di arrivo, perché mancano solo alcuni lavori accessori, lo stesso non si può dire per altre opere, il cui destino sembra essere segnato ormai da tempo. Un esempio per tutti è rappresentato dalla Salerno – Reggio Calabria, un tratto autostradale in pratica mai finito e che porta i segni visibili di una mobilità ostacolata. E poi la TAV, la ferrovia ad alta velocità, sia nel tratto Torino – Lione che in quello Treviglio – Brescia. La TAV, presentata come un’opera innovativa, destinata a cambiare le sorti dei trasporti su rotaie, ha incontrato forti resistenze a causa di motivazione di carattere ambientalista. Le proteste sono state tante e il risultato è stato rappresentato dal non completamento dei lavori.

    L’Italia è indietro non solo per grandi opere non completate, ma anche per alcuni lavori necessari e mai realizzati. Non si sa dell’esistenza ad esempio di progetti specifici volti ad ampliare la rete ferroviaria al sud Italia. Lo stesso vale per le autostrade, che spesso, specialmente nel Meridione, non garantiscono la facilità degli spostamenti. Eppure si tratterebbe di infrastrutture importanti, che possono dare anche una nuova immagine del Paese, oltre a migliorarne l’efficienza in molti aspetti.

    Occorrerebbe puntare maggiormente su un Paese che possa definirsi moderno anche da questo punto di vista, perché le infrastrutture rappresentano la chiave di volta per sperare in dei servizi più efficaci. Tuttavia non si è riusciti neanche a provvedere adeguatamente alla manutenzione ferroviaria, perché il governo ha dovuto fare dei tagli per recuperare i mancati proventi tratti dall’Imu. Da non dimenticare nemmeno i grossi impianti per le energie rinnovabili, che potrebbero dare un nuovo respiro alle esigenze di elettricità, trovando sistemi meno inquinanti per la produzione di energia elettrica, in favore della sostenibilità ambientale.

    Le grandi opere in Italia servirebbero a rilanciare anche l’economia. Nella lettera che il ministro Lupi ha scritto al Tesoro ha fatto notare che gli investimenti servirebbero a creare 100.000 posti di lavoro, che sarebbero determinanti per quella ripresa economica del nostro Paese, di cui molti parlano. La maggior parte delle risorse dovrebbe essere a disposizione già nel 2014, anche se poi si potrebbe elaborare un piano triennale, per spalmare nell’arco di un tempo più lungo il reperimento dei fondi.

    Da non dimenticare che la ripresa dei cantieri consente anche l’ampliamento di tutto un indotto in grado di creare più opportunità lavorative. In Italia al momento c’è bisogno di lavoro, per permettere ai cittadini di arrivare alla fine del mese. Le aziende italiane si trovano in uno stato di grande difficoltà, perché i costi di produzione sono più bassi all’estero e quindi preferiscono andare ad investire altrove. Soltanto delle incentivazioni appositamente predisposte dal governo potrebbero innescare un meccanismo capace di dare respiro al settore delle grandi opere e di far decollare l’Italia.

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