Quantitative easing, cos’è la manovra di Draghi alla BCE?

Quantitative easing, cos’è la manovra di Draghi alla BCE?
da in Banca Centrale Europea, Banche, Economia, Euro, Finanza, Imprenditori, Mario Draghi, Riforme, Stati Uniti d'America, Titoli di Stato, Unione Europea
Ultimo aggiornamento: Mercoledì 30/03/2016 08:59

    Il quantitative easing è iniziato quando la Bce ha iniziato a comprare i titoli della Germania. I primi acquisti sono stati concentrati sui titoli di Stato tedeschi, poi si è passati a quelli francesi e, in un’altra fase, a quelli italiani. L’obiettivo è quello di riportare il tasso di inflazione verso il 2% e di riattivare il credito dell’Eurozona tramite l’acquisto di titoli al ritmo di 60 (ora 80) miliardi di euro al mese. Titoli di Stato, obbligazioni di istituzioni europee, titoli cartolarizzati e obbligazioni garantite: su questi prodotti si concentra l’istituto diretto da Mario Draghi. E’ un’operazione molto importante, che è stata usata per la prima volta nella storia della Bce.

    Partiamo dalla traduzione anglosassone: “quantitative easing” sta letteralmente per “alleggerimento finaziario”, nella pratica le banche centrali di quel Paese o di quella Comunità – nel nostro caso la Comunità europea – iniettano sul mercato nuova cartamoneta, che nella realtà dei fatti non viene stampata, bensì immessa in maniera elettronica, definita e quantificata dagli stessi bilanci. Gli istituti con il denaro creato “ex novo” si comporteranno da acquirenti di beni – la mossa di Draghi verterebbe sui titoli di Stato -. All’immissione, secondo la pura logica del mercato, corrispondono due effetti: la promozione della circolazione della liquidità, che facilita la crescita economica, e l’abbassamento inversamente propozionale dei tassi d’interesse sui prestiti, la cui domanda aumenta ed il cui costo si riduce. All’interno di un gioco di forze economiche, nel quale ad una azione corrisponde una reazione uguale e contraria, l’istituto centrale si comporterà da investitore all’interno della propria economia, al fine di “stimolare” la crescita economica del Paese.

    L’impresa fu tentata dalla FED nel 2008, che dall’inizio della crisi economica e finanziaria americana ha aperto initerrottamente i rubinetti, allargando il proprio bilancio da 600 a 4500 miliardi di dollari. Conseguenze dirette sono state la svalutazione della moneta che ha favorito le esportazioni e la facilità a rimettere il debito e ad acquistare titoli. Dunque, un modo come un altro per far girare l’economia. Alcuni economisti europei però storcono il naso alla vista di questo ennesimo colpo in canna, effettivamente sparato da qualche ora. Tra le imprese statunitensi e quelle europee ci sono grandi differenze: innanzituto il ricorso al credito da parte degli imprenditori americani è limitato al 27% nei confronti degli istituiti bancari. Gli americani intervengono direttamene sul mercato emettendo bond – o titoli di debito -. Ecco, dunque l’importanza degli arrotondamenti per difetto sui tassi d’interesse. Dall’altra parte dell’Atlantico, si ragiona con il credito “tu per tu” dell’imprenditore con le banche – il 50% ricorre a questa metodologia – e l’immissione di bond resta relegata al solo 5% del totale. L’intero sistema europeo è connesso alla politica fiscale esercitata tanto a livello comunitario quanto dai singoli Paesi.

    L’espansione di acquisto titoli riguarderà anche i titoli pubblici. Gli acquisti – che secondo un piano scadenzato procederanno da Marzo 2015 a Settembre 2016 – potrebbero andare anche oltre, se il tasso d’inflazione non sarà allineato a quello della Bce – sotto il 2% -. La Banca centrale acquisterà titoli pubblici con scadenza da 2 a 30 anni – da luglio anche quelli greci -, fino al 25% di ciascuna emissione e al 33% del debito di ogni emittente. I rischi per eventuali perdite saranno condivisi per una quota pari al 20%, per il resto sarà dovere delle banche centrali nazionali farsi carico del fardello.

    Le banche – ascoltando le parole di Draghi – d’ora in poi si mostreranno più consenzienti a concordare mutui a tassi super agevolati, rispettando quel tabù che da otto anni rimane intoccabile per l’economia americana: il costo del denaro simile o uguale a zero.Per i tassi variabili – che oggi oscillano intorno al 2% – c’è da stare con gli occhi bene aperti: nessuno esclude che se l’inflazione seguisse un andamento progressivo il tasso variabile al 2% – che si ripercuote sull’aspetto rateale – sarebbe da escludere per fare spazio ad un più sicuro tasso fissato al 3,5%, che a conti fatti costerebbe molto meno.

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