Buoni pasto: come funzionano e dove spenderli?

Buoni pasto: come funzionano e dove spenderli?
da in Economia, Governo italiano, INPS, Ires, Irpef, IVA, Tar
Ultimo aggiornamento: Sabato 05/11/2016 07:17

    Buoni pasto: come funzionano? Dove spenderli? Si tratta di mezzi di pagamento dal valore predeterminato che sono utilizzati soprattutto dai lavoratori dipendenti, sia del settore pubblico che del privato. Questi ultimi ricevono dei tagliandi, invece di usufruire di un servizio di mensa per il personale. Possono essere spesi nei bar, nei negozi di gastronomia, anche al supermercato e servono per acquistare alimenti. Ad essere utilizzati per la prima volta sono stati quelli del Regno Unito nel 1954. Un uomo d’affari inglese, mentre si trovava al ristorante con amici, rimase incuriosito dalla pratica e volle sapere come funzionasse questo sistema innovativo di pagamento. Ma vediamo di saperne di più.

    I buoni pasto rappresentano dei titoli di pagamento dal valore predeterminato. Il dipendente li riceve dal datore di lavoro come servizio sostitutivo della mensa e può spenderli per acquistare un pasto o degli alimenti presso negozi convenzionati. Di solito sono formati da due parti: una matrice e il buono stesso. Staccata la matrice, il buono non può essere più utilizzato. Sono emessi sotto forma di tagliandi cartacei o di tessere con microchip.

    Come funzionano i buoni pasto? Alla base c’è una società emittente, che contatta l’azienda proponendole una soluzione vantaggiosa. E’ il datore di lavoro a stabilire il valore del buono da offrire, per poi ottenere i buoni richiesti da parte della società emittente. L’azienda li gira ai dipendenti, che li consumano negli esercizi convenzionati. La società emittente successivamente ritira i buoni consegnati e rimborsa il ristoratore o il negozio dei pasti che sono stati consumati attraverso l’utilizzo dei buoni.

    I buoni pasto possono essere spesi presso ristoranti, pizzerie, trattorie, bar, fast food, banchi di gastronomia dei supermercati o in tutti gli esercizi convenzionati con le aziende, in modo che si possa proporre il meccanismo di una società emittente che fornisca i ticket, per poi rimborsare i commercianti attraverso il pagamento in denaro.

    I buoni pasto spettano a tutti i lavoratori dell’impresa, a quelli che sono legati al datore di lavoro da un rapporto di tipo subordinato e in particolare vanno a quei lavoratori che avrebbero diritto all’indennità sostitutiva di mensa. Naturalmente è a discrezione del datore di lavoro la possibilità di fornire i buoni pasto o di inserire l’indennità sostitutiva di mensa in busta paga. Il diritto di ricevere un buono pasto è garantito indipendentemente dal fatto che la giornata lavorativa sia a tempo pieno o a tempo parziale e i buoni pasto possono essere utilizzati anche quando la giornata lavorativa cade in un giorno festivo o di domenica. Possono ricevere i ticket tutti i lavoratori che hanno un contratto di lavoro a tempo indeterminato, a tempo determinato, di inserimento lavorativo, di apprendistato, un contratto di lavoro a chiamata o di somministrazione di lavoro.

    I buoni pasto presentano alcuni limiti. Per esempio i ticket vengono distribuiti ai dipendenti in base alle giornate di effettiva presenza, non possono essere cumulabili, almeno teoricamente non potrebbero essere ceduti ad altri e neppure possono essere convertiti in denaro. Possono essere utilizzati soltanto per il valore economico indicato ed eventualmente, per un conto superiore, il lavoratore dipendente deve pagare la differenza. Inoltre di solito è riportata sul buono stesso una data di scadenza, che indica il limite temporale entro il quale il ticket può essere utilizzato.

    Il datore di lavoro, utilizzando i buoni pasti, può corrispondere ai dipendenti, sotto questa forma, una parte del reddito. Il dipendente non paga le tasse su questi ticket e allo stesso tempo il datore è esonerato dagli oneri previdenziali. L’azienda ha anche un altro vantaggio, perché può risparmiare sulla realizzazione di una struttura interna che faccia da mensa. Ogni mese fa un’unica fattura per tutti i dipendenti e può anche dedurre i costi del servizio come costi che riguardano la gestione del personale.

    I buoni pasti non prevedono oneri fiscali o previdenziali a carico del datore di lavoro e neppure del lavoratore. La soglia perché questo si possa verificare corrisponde al valore di 5,29 euro per ogni buono. Dall’1 luglio 2015 si aggiunge un’altra defiscalizzazione, che arriva a 7 euro, limitatamente, però, ai buoni pasto elettronici. Il costo del servizio è deducibile e si può detrarre da esso interamente l’Iva. In particolare questa corrisponde al 4% per i lavoratori dipendenti da imprese e al 10% per le altre categorie, come i collaboratori esterni, i liberi professionisti e i titolari di società.

    I buoni pasto elettronici corrispondono ad una carta di credito ricaricabile. Sono una vera e propria comodità, perché l’impresa, attraverso una ricarica di ticket, non deve distribuire più in busta paga il compenso e inoltre tutti gli esercizi convenzionati possono accettare queste card, perché in genere le società sono dotate degli appositi pos per poterle registrare.

    Ci sono molte polemiche intorno all’utilizzo dei buoni pasto. Alcuni titolari di esercizi commerciali convenzionati hanno protestato soprattutto a causa dei ritardi nel ritiro dei buoni e nei pagamenti da parte delle società. Sembrerebbe, dalle numerose segnalazioni che spesso vengono fatte presenti, che i buoni pasto non rappresentino più uno strumento efficace, a partire dal valore nominale stampato sul ticket, che costituirebbe una cifra non corrispondente all’effettiva somma erogata. Questo succede perché, quando un’azienda indice la gara d’appalto per il servizio, spesso le società fanno di tutto per ottenere il contratto, applicando anche dei ribassi notevoli, fino al 20%. Tutto questo ricade poi sugli esercizi convenzionati con l’aumento delle commissioni e dei tempi d’attesa per il rimborso in denaro.

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