Jobs Act: quale futuro per i giovani?

Jobs Act: quale futuro per i giovani?
    Jobs Act: quale futuro per i giovani?

    La riforma del Lavoro del Governo Renzi si basa su due pilastri di cui una parte è già stata attuata con il decreto-legge n. 34 del marzo scorso, il cosiddetto “Decreto Poletti”. Con questa legge è stata disposta una sostanziale liberalizzazione delle assunzioni a termine, con il limite dei 36 anni complessivi tra primo contratto e proroghe; e il limite del 20 per cento massimo di assunti a termine nella stessa impresa. Il secondo pilastro consiste nel Jobs Act.

    Il primo decreto attuativo del Jobs Act, convertito definitivamente il 3 Dicembre 2014 in legge, riguarda il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti per i nuovi assunti che avrà un impatto diretto sull’art 18 dello Statuto dei Lavoratori.

    In pratica la tutela crescente sostituisce il diritto ad essere reintegrati nel caso di licenziamento economico illegittimo per il quale scatta un indennizzo che aumenta con l’anzianità di servizio. Il diritto ad essere reintegrati per il lavoratore rimane per il licenziamento nullo e discriminatorio mentre per quelli disciplinari la sanzione del reintegro sarà limitata a “specifiche fattispecie”.

    Il nuovo ammortizzatore sociale aspi verrà esteso ai lavoratori con contratto di collaborazione coordinata e continuativa. Inoltre per l’aspi, istituto introdotto con la Riforma Fornero, si prevede una omogeneizzazione della disciplina sui trattamenti brevi, rapportando la durata delle tutele alla storia contributiva del lavoratore.

    Per quanto attiene la cassa integrazione, invece, sono escluse le forme di integrazioni salariale in caso di cessazione definitiva dell’attività aziendale o di un ramo di impresa. L’accesso alla Cig sarà subordinato all’esaurimento di utilizzo dei contratti di solidarieta’ e verranno rivisti i limiti attuali di durata della cassa.

    Quelle sopra descritte sono una parte degli argomenti principali oggetto di riforma a cui si affianca una completa revisione della disciplina delle mansioni, della normativa sui controlli a distanza e un nuovo regolamento volto a definire il ruolo delle Agenzie per il lavoro.

    Con questa riforma il Premier ha perseguito l’obiettivo di rendere più flessibili le assunzioni e i licenziamenti, ma anche quello di sottrarre ai giudici la decisione sul reintegro pensando di dare così un forte segnale all’Europa di cambiamento in direzione del modello basato sulla flexsecurity.

    Il lavoro non si crea soltanto con una riforma normativa. La vera riforma da attuare per superare la paura da parte degli imprenditori ad assumere e’ il fisco.

    Sebbene la proposta del Governo “in pectore” sia da alcuni economisti considerata positiva bisogna chiedersi se questa legge offre delle prospettive per i giovani di attuare il diritto ad avere un lavoro.

    In primo luogo i diversi regimi di tutele tra loro profondamente differenziate a seconda della data di assunzione, prima o dopo il 2015 oltre ad essere di dubbia legittimità costituzionale, è portatrice di nuovo contenzioso.

    In secondo luogo questa diversificazione di tutele fra vecchi e nuovi assunti comporta che questi ultimi esclusi dal campo di applicazione del nuovo art. 18, manterranno a vita, le tutele ereditate del vecchio regime, contribuendo così alla creazione di nuovi ostacoli per i giovani nell’accesso al mercato del lavoro.

    Il testo del Jobs Act poggia sulla semplificazione e razionalizzazione intesa come riduzione numerica dei contratti ad oggi esistenti nel nostro panorama giuridico.

    Nell’ambito della riforma dei contratti, bisogna chiedersi, che ruolo ha assunto il contratto di apprendistato? Una posizione residuale.

    Il Governo ha previsto solo degli incentivi per gli imprenditori disponibili a prendere i giovani in apprendistato. Nel nostro Paese urge concretizzare il concetto di formazione. Urge una riforma culturale. Rivisitare e potenziare il concetto di alternanza della scuola al lavoro che solo il contratto di apprendistato può garantire. Anche da questo punto di vista l’Italia ha molta strada da percorrere se confrontata con molti Paesi Europei.

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