Raffaele Cantone, intervista al magistrato Anticorruzione e Presidente dell’Anac

    Raffaele Cantone contro la corruzione - INTERVISTA

    Raffaele Cantone si è insediato, quale Presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione, soltanto lo scorso 28 marzo e, dopo neanche cinque mesi dalla nomina da parte del Governo Renzi, lo abbiamo intervistato in esclusiva. Dal «pericoloso ricalcolo del PIL tenendo conto dell’economia sommersa» agli «enormi passi avanti fatti nella legislazione anticorruzione», compresa la «strutturalmente perfetta modifica della legge sul voto di scambio politico mafioso», un’intervista a tuttotondo che anticipa quale sarà la sua linea d’indirizzo come “Garante Anticorruzione”.

    Presidente, la corruzione non è solo mafia. Come mai un magistrato esperto di camorra a capo dell’Autorità Nazionale Anticorruzione?

    «Sono d’accordo con Lei che non c’è un legame necessariamente bilaterale: non per forza dove c’è corruzione c’è mafia. Io, però, dopo l’esperienza alla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, sono passato in Cassazione dove ho fatto una serie di approfondimenti sia sul piano culturale che su quello scientifico proprio sulla corruzione. Credo che in qualche modo questa parte della mia carriera abbia inciso sulla nomina, così come ha inciso il pregresso impegno nella lotta alla criminalità organizzata, che corrisponde anche alla scelta di ritenere che questi fenomeni avessero caratteri similari».

    Qual è il lavoro che ha svolto finora all’ANAC?

    «In realtà l’Autorità Anticorruzione è un organismo collegiale e ci sono persone che hanno preso servizio soltanto lo scorso luglio. Nonostante questo abbiamo già messo in cantiere tantissime cose sul piano dei rapporti istituzionali, ad esempio convenzioni che riguardano i temi culturali perché la corruzione si vince anche su questo, abbiamo attivato una serie di meccanismi di controllo che attengono al tema della trasparenza e del rispetto dei piani anticorruzione. Il decreto-legge del 24 giugno ci ha attribuito anche una serie di poteri speciali, in particolare l’Autorità Nazionale Anticorruzione ha assorbito l’Autorità di Vigilanza sui Contratti Pubblici e quindi abbiamo iniziato a fare il controllo sugli appalti e abbiamo già commissariato 5 aziende. Abbiamo attivato un gruppo che si occupa specificamente del controllo sull’Expo 2015. Soprattutto ci prendiamo anche il merito di riuscire a parlare di corruzione, perché io sono convinto che sia necessario riuscire a tenere alta l’attenzione, partecipare a dibattiti e provare a dare soluzioni. Abbiamo, ad esempio, intenzione di costituire una commissione che si occuperà della riforma degli appalti che proverà a dare un contributo al Parlamento che ora dovrà decidere in questa materia».

    La legislazione nell’ambito dell’anticorruzione è soddisfacente, al passo con i tempi o ha bisogno di una revisione?

    «Sicuramente ci sono stati passi avanti notevoli: la legge anticorruzione 190 del 2012 (cosiddetta legge Severino) ha finalmente cominciato a prevedere meccanismi che riguardano l’aspetto della prevenzione, stabilendo che l’Autorità Anticurruzione deve controllarne il rispetto da parte della Pubblica Amministrazione. Il Decreto-legislativo 33 del 2013 che è stato attuato in seguito alla legge 190 ha rappresentato un momento rivoluzionario per quanto riguarda la trasparenza e il decreto legislativo 39 ha introdotto meccanismi di incompatibilità su bandi di gara su cui pure noi controlliamo. Rispetto al passato ci sono quindi sicuramente degli strumenti enormi, ma questi strumenti meritano di essere affinati: un po’ potremo fare noi dal punto di vista amministrativo, un po’ c’è bisogno anche di un intervento legislativo. Il decreto legge 90 del 2014 ha ampliato i nostri poteri, ad esempio prevedendo il potere di sanzione. Credo quindi che, tutto sommato, rispetto a dieci anni fa passi in avanti ne siano stati fatti».

    L’articolo 416ter ha bisogno di un’ulteriore riforma?

    «Assolutamente no! Io credo che sia assolutamente strumentale chi ha attaccato la riforma del 416ter che deve punire il voto di scambio politico mafioso. Del resto non lo dico solo io, ma anche il Procuratore Nazionale Antimafia (LEGGI QUI LA NOSTRA INTERVISTA A FRANCO ROBERTI) ha detto che quella norma è perfetta. Ed effettivamente è così, perché va a punire il voto di scambio quando chi promette o riceve il voto è in grado di utilizzare la forza del clan, perché fuori da quell’ipotesi non ha alcun senso applicarla. Quella norma, così come è stata modificata dal Parlamento nel 2014, è strutturalmente perfetta. Non si applica molto perché non è facile individuare i meccanismi di scambio, ma io credo che la norma alla lunga sarà molto utile per contrastare i rapporti fra mafia e politica».

    Come giudica, invece, il ricalcolo del PIL tenendo conto dell’economia sommersa?

    «Io credo che sia un’enorme stupidaggine e mi spiace sia stato imposto dall’Unione Europea. Prima di tutto non so come si possa computare l’economia sommersa: io ho sempre avuto grande diffidenza verso chi dice che la corruzione è calcolabili. Sono cifre sparate così: le attività illecite non sono computabili in termini assolutamente chiari e concreti. Inoltre rischia di far entrare nel valore economico di uno Stato le attività illecite e in qualche modo di ammetterne dignità anche dal punto di vista legale. Credo sia un indice pericoloso perché molto probabilmente poco oggettivo, ma anche perché finisce con l’offrire una giustificazione “morale” a queste attività illecite».

    Chi corrompe si difende dicendo che è l’unico modo per restare sul mercato. La situazione è davvero così grave?

    «Sicuramente questa è la giustificazione tipica e spesso ha un minimo di ragion d’essere. Ovviamente non è affatto una giustificazione valida, ma ha un minimo di ragion d’essere perché il meccanismo soprattutto in un certo mondo di appalti è moltissimo legato a fenomeni corruttivi che non sono solo quelli di pagare la tangente, che ormai è una modalità di corruzione anche un po’ superata. I meccanismi di corruzione oggi sono molto cambiati: dalle consulenze ai favori, all’inserimento in lobby più o meno affaristiche. In molti settori purtroppo queste logiche diventano le uniche di ingresso, del resto la corruzione è un fenomeno tipicamente anticoncorrenziale. La corruzione finisce per essere uno strumento attraverso il quale si tengono in vita i cartelli ed è chiaro che quindi spesso per far parte di questi cartelli si è costretti a pagare. Però questo diventa anche un alibi: se nessuno interrompe questo circolo vizioso è chiaro che la corruzione no finirà mai. Comunque non può essere una giustificazione nemmeno sul piano morale, ma certamente è un elemento di comprensione per capire come intervenire».

    Spesso si discute circa la correttezza di pubblicare i nomi dei corrotti e dei corruttori. Dove inizia e dove finisce il diritto dei cittadini di sapere?

    «Il diritto si ferma laddove ci sono le indagini giudiziarie. Lì c’è l’obbligo di pubblicare, al di fuori ci possono essere solo illazioni: se un soggetto è coinvolto in fatti di corruzione ed è raggiunto da un provvedimento giudiziario che rende noto quel dato, ma se non c’è il provvedimento giudiziario l’essere corrotto diventa una mera illazione e come tale è meglio tenersela per se. Queste sono valutazioni giuridiche. Il corrotto e il corruttore è una che partecipa a un rapporto di scambio e ci devono essere le prove».

    Quando la corruzione è internazionale, diventa difficile riuscire a corrompere sia il corrotto che il corruttore. C’è bisogno di trattati internazionali che vadano in questo senso?

    «Il tema della corruzione internazionale è uno dei più complicati anche dal punto di vista delle ricadute sul piano economico. Prima di tutto non è vero che ci vogliono trattati, perché ad esempio l’Italia ha proceduto per reati commessi ad esempio in India (il caso Finmeccanica, ndr): il problema è che si è proceduto nei confronti degli imprenditori italiani e non dei corrotti in India. Questo meccanismo che noi abbiamo adottato in seguito a una convenzione che abbiamo firmato e quindi che quel reato fosse previsto dal codice penale era un obbligo che noi avevamo assunto finisce per essere uno strumento che, se utilizzato in modo diverso dalle singole nazioni, attraverso il quale si crea un meccanismo di concorrenza. Esistono, infatti, degli stati in cui è particolarmente usuale l’utilizzo di meccanismi corruttivi o paracorruttivi per avere certe commesse, soprattutto di un certo tipo. Allora se l’Italia procede, come è giusto che sia, sarebbe corretto che procedessero anche gli altri paesi coinvolti per evitare che la corruzione internazionale diventi uno strumento per escludere solo le imprese degli stati che controllano. Questo sistema ha un senso se il meccanismo di controllo è globale, diventa una clamorosa disparità di trattamento se c’è qualcuno che controlla e gli altri fanno solo finta.

    Questo problema va visto anche alla luce di quello che è il sistema italiano: noi abbiamo l’obbligatorietà del sistema penale e quindi, una volta che è stata introdotta una norma che prevede che un fatto è illecito, non ci sono ragioni di opportunità che possano giustificare il mancato perseguimento del reato e allora quel sistema fa sì che non ci sia nessun tipo di bilanciamento.

    Ovviamente una lotta alla corruzione solo sul piano locale non avrebbe alcun senso e quindi bisognerebbe creare meccanismi bilaterali: è un paradosso che i nostri imprenditori siano stati arrestati per fatti di corruzioni avvenuti lì dove i pubblici ufficiali non sono proprio stati toccati ed è un paradosso che in alcuni stati certe attività di corruzione internazionale non vengano neanche attenzionate delle indagini. Questo è sicuramente un tema da affrontare a livello internazionale».

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