Embargo Russia: i prodotti banditi e le ripercussioni economiche su Italia ed Europa

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    Si allarga l’embargo della Russia verso i prodotti dall’Europa, dagli USA e da altri paesi che hanno sottoscritto nuove sanzioni per la vicenda Ucraina. Dopo i prodotti agricoli, materie prime e alimenti, ora tocca ad automobili e veicoli, bevande e anche note catene di fast food. A Mosca sono stati chiusi già quattro McDonald’s per “violazioni sanitarie”, colpendo anche lo storico locale di piazza Pushkin, il primo aperto in Russia dalla nota catena. Il divieto si starebbe estendendo anche ad altri “simboli” occidentali e statunitensi, come la Coca-Cola: la Duma starebbe pensando di aggiungere anche le bibite tra i prodotti banditi per almeno un anno dal suolo della Federazione Russa.

    Nella lista nera finirebbero anche veicoli europei e USA, oltre a prodotti Apple. Si studia il divieto per i politici russi di possedere tablet, iPhone e computer della Mela, da sostituire “sistemi russi o Samsung”, come ha spiegato il vice presidente della Commissione della Duma per l’informazione e la tecnologia, Vadim Degin. Niente più hamburger, auto europee e melafonini per i politici russi e i cittadini. Un nuovo elenco aggiornato di prodotti vietati che potrebbe però cambiare in fretta visto che, oltre a colpire le economie occidentali, l’embargo potrebbe indebolire anche l’economia russa. Il governo, secondo l’agenzia Ria Novosti, potrebbe rivedere le restrizioni “se i partner occidentali dimostrano impegno al dialogo”, ma al momento la situazione preoccupa e molto l’UE, gli USA e altri Paesi come la Finlandia e la Polonia, che hanno nella Russia il loro maggior mercato estero.

    Per questo, la Commissione Europea sta valutando se accogliere la richiesta della Polonia sul ricorso al Wto, l’organizzazione mondiale del commercio, contro l’embargo imposto da Mosca.

    I danni all’Europa

    Lo stop ai prodotti agricoli e gastronomici imposto per un anno, con la possibilità di allungarne i tempi, sta mettendo in seria difficoltà molti Paesi. La Finlandia sta studiando anche la possibilità di chiedere aiuti all’Europa, visto che quasi la metà dei prodotti caseari e del pesce surgelato prodotto da Helsinki parte per la Russia. Prodotti caseari, frutta e verdura arrivano in larga percentuale dalla Lituania e dalla Polonia: con l’embargo potrebbero essere in ginocchio anche i produttori di pere belga che esportano a Mosca il 40% della loro produzione.

    Le domande di aziende europee che hanno avuto importanti rapporti commerciali con la Russia si sono già abbassate, facendo temere il peggio. Il colosso danese della birra Carlsberg ha visto una riduzione delle vendite nella seconda metà dell’anno: alla battaglia contro la piaga dell’alcolismo, lanciata dal governo di Putin, si unisce l’embargo che va a colpire la Baltika, birra acquisita e distribuita da Carlsberg che rappresenta il 35% degli introiti della società. In generale, l’impatto dell’embargo su frutta e verdura provenienti dall’Europa dovrebbe essere facilmente assorbito: si tratta di circa 3 miliardi di euro su circa 120 miliardi di esportazione di altri prodotti. A essere colpiti sono però soprattutto i produttori e i settori che hanno avuto un rapporto privilegiato con la Russia, dai coltivatori di pere dal Belgio agli allevatori e produttori di salumi e formaggi.

    I danni all’Italia

    I danni potrebbero colpire anche l’Italia che vede nel settore agricolo ed enogastronomico una voce fondamentale dell’export. Secondo i primi dati emessi dalla Confederazione italiana agricoltori, le esportazione in Russia sono circa di 1 miliardo di euro, 700 milioni per la Coldiretti e l’International Trade Center stima il volume in 500 milioni.

    Il danno sarebbe limitato per il nostro Paese, anche perché nella lista nera sono stati tolti molti prodotti che rappresentano il made in Italy anche a Mosca. Secondo il sito Russia Beyond the Headlines, finanziato da Rossijskaja Gazeta, la gazzetta ufficiale del Governo russo, vino e prodotti alcolici italiani sono stati esclusi, così come la pasta e i prodotti da forno. In alcuni casi si possono raggirare i divieti: dalla lista sarebbero eliminati olive e olio, così come il prosciutto. Il timore dei consorzi nostrani del Prosciutto di Parma e San Daniele dovrebbero essere rientrati, ma bisogna vedere come e se sarà davvero possibile effettuare le spedizioni. Rimane il problema per i latticini e i prodotti caseari, inseriti nella lista, anche se la “mozzarella da cucina”, quella congelata sarebbe sotto la voce “categorie diverse di generi alimentari” e quindi non è vietata.

    I danni alla Russia

    L’embargo avrà conseguenze soprattutto sulla Russia che dall’Europa esportava il 30% del cibo. Lattici e carne arrivano soprattutto dalla Lituani e dalla Polonia, il pesce surgelato dalla Finlandia, frutta e verdura anche dall’Italia. I primi segnali si starebbero già registrando sull’economia russa sia come conseguenze delle sanzioni economiche sia a causa dell’embargo voluto da Mosca.

    Il ministro del commercio Aleksandr Potapov, in un’intervista al quotidiano Kommersant, teme per esempio la crisi per il settore delle munizioni, il cui 80% viene esportato. Secondo il ministro dell’Agricoltura, Nikolai Fiodorov, per compensare il divieto di importazione da UE, USA, Australia, Norvegia e Canada, il governo sarà chiamato a versare 13 miliardi di fondi pubblici a sostegno del comparto agroalimentare russo, chiamato a supplire ai mancanti prodotti esteri.

    La Russia si sta muovendo e sta cercando altri partner come la Turchia o il Sudamerica, ma i costi dei prodotti finali al consumatore potrebbero aumentare, scatenando un’impennata nei prezzi. Importare carne dall’America del Sud comporta tempi e costi maggiori e sui social network iniziano a comparire le prime foto degli scaffali semivuoti dei supermarket. Al momento, tra propaganda e tattica politica, il governo russo tranquillizza la popolazione: nei prossimi mesi però l’aumento dei prezzi, previsto tra il 5 e il 10%, e la mancanza di prodotti a cui i russi ormai erano abituati, potrebbe farsi sentire anche al Cremlino.