Report contro il caffè di Napoli per distruggere il mercato agroalimentare campano

Report contro il caffè di Napoli per distruggere il mercato agroalimentare campano
Giornalista, scrittore e conduttore radiofonico in Agricoltura, Campagne Pubblicitarie, Coldiretti, Consumatori, Consumi, Economia, Report
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    Report contro il caffè di Napoli per distruggere il mercato agroalimentare campano

    L’effetto MasterChef sta contagiando tutti, ma proprio tutti. Anche un programma del servizio pubblico come Report che un tempo si occupava di portare alla luce gli scandali che stanno distruggendo il nostro paese, ora preferisce occuparsi di quanto (non) sia buono il caffè a Napoli. Ma siamo sicuri che con tutti i problemi che abbiamo la bontà del caffè sia davvero così importante? Forse sì, se si considera l’importanza che può avere il caffè, insieme agli altri prodotti agroalimentari e ristorativi, nell’economia di una città.

    Non so quanti sanno o si ricordano che, secondo la prestigiosa guida ai migliori ristoranti Gambero Rosso, la migliore pizzeria del 2013 era in un paesino (tal San Bonifacio) in provincia di Verona e non Napoli. La capitale partenopea così perse il primato su un piatto, il più famoso in tutto il mondo, che proprio a Napoli è stato inventato e che da Napoli ha iniziato il viaggio per ogni angolo del pianeta.

    Proprio grazie alla notorietà e alla bontà della pizza, però, a Napoli ogni giorno arrivavano, e fortunatamente continuano ad arrivare nonostante le eresie del Gambero Rosso, migliaia di turisti che vi si recano anche per assaggiare la “vera” pizza napoletana, che non può essere fatta così in nessuna altra parte del mondo perché di sicuro diversi sono l’aria e l’acqua (farina, pomodoro e mozzarella si possono anche importare, ma aria e acqua no). Così come sarebbe impossibile sostenere che il miglior pandoro (per chi non lo sapesse è proprio veronese) lo fanno a Napoli o a Caltanissetta.

    La pizza a Napoli, quindi, è fonte di reddito e sostenere che non è più a Napoli che si mangia la pizza migliore, oltre a essere una palese mistificazione della realtà, è pericoloso per l’economia – peraltro già disastrata – di quella città.

    Allo stesso modo il caffè è, insieme alle bellezze paesaggistiche, all’importanza storica dei monumenti e alla rilevanza cultura delle opere d’arte, una delle attrattive turistiche di Napoli, perché si sa che a Napoli si beve il miglior caffè.

    Perché a Napoli non c’è un bar che abbia la macchina automatica, diffusissima invece nel resto del mondo, al posto di quella tradizionale “a stantuffo”, perché a Napoli non c’è un bar che non dia un bicchiere d’acqua per pulire la bocca da altri sapori prima di sorseggiare quella miscela, perché a Napoli il caffè è una tradizione e ogni barista ha sulle sue spalle un’antichissima tradizione da rispettare di cui i napoletani per primi sono severi giudici. Se un bar di Napoli non facesse un buon caffè, avrebbe infatti pochissime speranze di aver qualche cliente.

    E infatti perfino il Direttore dell’Università del caffè di Trieste, centro di eccellenza con 25 sedi nel mondo creato da Illy per promuovere la cultura del caffè di qualità, Moreno Faina, rispondendo al sedicente esperto che ha realizzato l’inchiesta per conto di Report, ha dichiarato: “Non riesco a capire come possa essere possibile che un esperto di caffè abbia assaggiato per la prima volta una tazzina a Napoli dopo anni e anni di studi”.

    La pizza prima, il caffè ora, nell’ultimo periodo la Campania sembra essere oggetto di un vero e proprio attacco mediatico volto a distruggere forse l’unico settore economico che più o meno ancora funziona: quello agroalimentare. La difficile questione dei rifiuti tossici sotterrati dalle aziende di tutta Italia in Campania, grazie alla complicità della camorra, ha diffuso la credenza che i prodotti coltivati e perfino quelli derivati da animali allevati in quelle zone siano pericolosi per la salute.

    La Coldiretti Campania, infatti, più volte ha chiesto alle istituzioni di fare chiarezza e diffondere “dati certi” sugli scandali dei rifiuti della terra dei fuochi e ciò per tutelare agricoltori e consumatori “altrimenti un intero comparto in Campania andrà definitivamente al tappeto”. Un comparto molto importante per una zona dove l’industria è quasi inesistente e infatti il comparto agroalimentare nel 2013 rappresentava ancora quasi il 20 per cento del Pil della provincia di Caserta. “Ma – ha avvertito alla fine del 2013 il segretario di categoria della CGIL Angelo Paolella – oggi è in grosso affanno soprattutto a causa di tutte quelle notizie, spesso strumentali, relative al degrado ambientale”.

    Affanno che si traduce, ancora una volta, in crisi occupazionale. “La conseguenza – ha aggiunto l’esponente Flai Cgil – è che nel 2013, rispetto al 2012, abbiamo avuto un calo di circa il 40 per cento della forza lavoro impegnata nell’agricoltura. La maggior parte degli agricoltori del casertano non ha nemmeno presentato entro la scadenza del 15 dicembre il piano delle colture, dal momento che nessuno ha chiuso contratti con la grande distribuzione per il mercato interno o estero e c’è una grandissima incertezza”.

    Resta, però, il dubbio di quanto siano fondate le paure sui prodotti campani. Un’indagine condotta della Facoltà di Agraria dell’Università di Napoli, denominata “Piano Life”, è consistita nel prelievo di oltre 1700 campioni di terreno nell’agro aversano (77 comuni, circa 150mila ettari) volto a individuare la presenza di 16 metalli potenzialmente tossici: arsenico, berillio, cadmio, cobalto, cromo, rame, mercurio, nichel, piombo, antimonio, selenio, stagno, tallio, vanadio e zinco. Il professor Massimo Fagnano, che ha coordinato l’indagine, ha spiegato: “Un monitoraggio così capillare non lo si è mai realizzato in Italia. In generale possiamo dire che la piana casertana e napoletana, a parte le zone interessate dallo sversamento dei rifiuti tossici, soffre degli stessi indici di inquinamento di tutte le pianure fortemente urbanizzate d’Italia e d’Europa. Niente di più, niente di meno”. La parte interessata dallo sversamento dei rifiuti tossici rappresenta, però, 840 ettari sui 500 mila di superficie agricola utilizzabile in Campania.

    “Secondo l’Efsa, l’autorità europea per la sicurezza alimentare, – ha spiegato Rolando Manfredini, responsabile qualità e sicurezza alimentare della Coldiretti – anche in Campania il 98 per cento dei prodotti è senza problemi”. La produzione agricola del Sud Italia non è quindi più inquinata, ma al contrario i siti contaminati sono 57 e sono ovunque: al Centro-Sud (Umbria, Marche, Abruzzo, Campania, Puglia, Calabria, Sicilia, Sardegna) così come al Centro-Nord (Valle d’Aosta, Trentino, Piemonte, Lombardia, Friuli-Venezia Giulia, Veneto, Liguria, Emilia-Romagna, Toscana).

    Ciò non significa che frutta e vegetali coltivati in quei luoghi sono meno sicuri, ma solo che i controlli devono essere più stringenti, in quanto un campo può produrre vegetali in regola anche se è vicino a un altro i cui prodotti non devono entrare nel mercato perché superano i livelli di soglia. “Nel caso della Campania – ha affermato Antonio Paparella, docente di microbiologia degli alimenti all’Università di Teramo – i controlli ne hanno sempre scagionato i prodotti, tranne quelli provenienti dalla Terra dei fuochi, in cui c’è un problema ambientale grave ma circoscritto”.

    Stessa sorte dei prodotti agricoli campani è toccata alla mozzarella di bufala, nonostante il laboratorio tedesco (non napoletano) Tuv Sud Gmbh di Siegen abbia accertato come i valori per i metalli pesanti e le diossine sono risultati in norma e almeno 5 volte inferiori alla soglia di legge, il mercato della mozzarella di bufala ha registrato un calo di 30 milioni di euro nei soli mesi di ottobre e novembre 2013 e una diminuzione di oltre il 30% del fatturato. Fatturato che attualmente corrisponde a 500 milioni di euro l’anno e che dà lavoro a 15 mila persone.

    Noi non diciamo che il problema della Terra dei fuochi non esiste – ha chiarito Antonio Lucisano, direttore del Consorzio della mozzarella campana dop – diciamo che si tratta di 840 ettari su 500 mila ettari di superficie agricola utilizzabile in Campania”.

    Contestualmente sono state inaugurate delle campagne pubblicitarie da parte di aziende concorrenti del Nord Italia volte proprio a differenziare il proprio prodotto come non proveniente dalla terra dei fuochi, o meglio dalla Campania in genere.

    Fece scandalo la Pomì, marchio di proprietà del Consorzio Casalasco del pomodoro con quartier generale a Rivarolo del Re in provincia di Cremona, che recitava “SOLO da qui. Solo Pomì”, con tanto di cartina geografica che indica il 75% della produzione in Lombardia e il resto in Emilia Romagna (20%), Veneto (4%) e Piemonte (1%). Oppure la fabbrica laziale “MozzaRè” che si è sentita di dover garantire ai propri consumatori che il proprio prodotto nulla ha a che fare con la Campania, salvo poi citare Totò in Miseria e Nobiltà nella pubblicità. Ma, purtroppo, i casi non finiscono qui.

    Il sospetto, allora, è che sia in atto una vera e propria campagna mediatica volta a screditare i prodotti agroalimentari, dalla pizza al caffè, dai pomodori alla mozzarella, al fine di indebolire quel mercato per aumentare le possibilità di vendita delle aziende del Nord. Fino a quando il settore industriale era sufficiente a mantenere il primato del Nord sul Sud si poteva lasciare alle regioni meridionali il mercato agroalimentare, ma in questo momento di crisi è necessario per il settentrione accaparrarsi il primato anche in questo settore. E, per farlo, il modo migliore è indubbiamente screditare i prodotti meridionali agli occhi dei consumatori tramite l’influenza che compiono su questi i mass media, servizio giornalistici (o presunti tali) compresi.

    La colpa della aziende campane e del mezzogiorno in genere è quella di non essersi mai unite sotto un unico marchio che fosse economicamente e politicamente capace di condizionare la pubblicità e l’informazione. Al Sud, infatti, i vari produttori nel migliore dei casi (quello della mozzarella di bufala) si sono uniti in consorzi, mantenendo però la propria indipendenza, ma non si sono create grandi società che si propongo al mercato con un unico marchio, anche se di proprietà di diversi produttori.

    È evidente che se la tale società, magari quotata in Borsa, investe in spazi pubblicitari sui vari mass media ha anche la possibilità di condizionarne la linea editoriale e i servizi d’informazione. Possibilità, invece, preclusa alle piccole aziende.

    Dall’altro lato la sussistenza di molteplici marchi ha favorito la concorrenza, in modo che ciascuno offrisse il prodotto migliore al minor prezzo. Ma, si sa, in quest’epoca conta più il marketing della qualità. E infatti nonostante soltanto qualche giorno fa siano state trovate tracce di pesticidi nella pasta prodotta da fabbriche esclusivamente del Nord Italia (quelle del Sud sono uscite dai test completamente pulite) già più nessuno ne parla.

    1816

    SCRITTO DA Fabrizio Capecelatro Giornalista, scrittore e conduttore radiofonico Segui autore:
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