Disoccupazione giovanile Italia 2014: cause, conseguenze e possibili soluzioni

Disoccupazione giovanile Italia 2014: cause, conseguenze e possibili soluzioni
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    Disoccupazione giovanile Italia 2014: cause, conseguenze e possibili soluzioni

    Leggere le rilevazioni Istat sulla disoccupazione giovanile in Italia è come analizzare un bollettino di guerra. Le tabelle statistiche raccontano attraverso i numeri come è cambiata l’Italia negli ultimi anni: tra il 2010 e il 2013 il numero degli under 35 che lavorano ha subito un crollo verticale, passando da 6,3 milioni a 5,3 milioni. Un dato che dimostra la difficile situazione in cui si trovano i giovani (fascia d’età 24-35, con una percentuale di disoccupati pari al 42,3% nei primi mesi del 2014), che escono dall’università con una laurea in tasca e si scontrano con un mercato del lavoro asfittico e reso ancora meno ricettivo da una lunga serie di riforme sbagliate. Gli effetti per l’Italia, sia a livello sociale che economico, sono a dir poco disastrosi.

    Il governo Renzi ha promesso di mettere mano alla questione lavoro per facilitare l’ingresso dei giovani nel mercato ma, onestamento, è ormai un lontano ricordo il tempo in cui un giovane conquistava la laurea, iniziava a lavorare e metteva su famiglia, dando vita a un circolo virtuoso in seno all’economia. Oggi chi spende soldi e tempo in formazione non è sicuro di riuscire a capitalizzare: in senso assoluto il tasso di occupazione è sceso al 60 per cento, contro oltre il 70 per cento registrato nel 2007. Sembra un secolo fa eppure era solo prima dello scoppio della crisi economica. E’ tutto lì il problema? E’ quanto successo nel 2008 ad aver causato tassi di disoccupazione giovanile record in Italia? Forse è una scusa facile da utilizzare per i politici, ma la realtà è molto più complessa.

    La crisi economica che ha messo in ginocchio gli Stati occidentali perdura da quasi cinque anni ma le conseguenze sui singoli mercati sono state molto diverse. Alcuni Paesi europei sono riusciti a limitare i danni e ripartire con relativa facilità (Gran Bretagna e Germania su tutti), altri addirittura sono riusciti a guadagnare dalla crisi proponendosi come partner in grande ascesa (i Paesi dell’Est Europa). I più, però, faticano ad uscire dal pantano e anzi mostrano preoccupanti segni di cedimento. L’Italia è ovviamente tra i meno virtuosi e lo attesta il crollo nella classifica della competitività, che ci vede al livello delle economie dell’ex Terzo Mondo. Il problema è strutturale più che contingente.

    Certo la crisi ha influito, soprattutto perché ha colpito le piccole e medie imprese da sempre motore della nostra economica. Il blocco delle assunzioni e il fiorire dei contratti precari sono due facce della stessa medaglia, cui vanno però aggiunte la clamorosa tassazione sul lavoro e l’incapacità dei vari governi di porre un freno alla disoccupazione. Uno dei problemi più grossi è quello delle pensioni di anzianità, che travolgono a cascata tutti i lavoratori fino ai neolaureati. La riforma Fornero ha allontanato per molti la pensioni, tenendo così al lavoro i più anziani (il tasso di occupazione nella fascia tra i 55 e i 64 anni è passato dal 36,6% al 42,1% dal 2010 a oggi). Questo di fatto ha limitato i posti a disposizione dei giovani, invecchiando le aziende (pubbliche e private) e facendo loro perdere creatività e capacità di innovazione.

    Cosa succede quando una massa di giovani laureati, specializzati e pieni di voglia di fare non trova l’occasione di far vedere quanto vale? Con un tasso di disoccupazione record l’Italia si espone a diversi rischi, sia dal punto di vista economico che sociale. Partiamo proprio da quest’ultimo punto, molto acuto soprattutto al Sud (ma non solo): chi può lascia casa e parte verso lidi migliori o presunti tali, ma non tutti hanno la forza mentale ed economica per emigrare.

    Cosa accade a chi resta? Nella migliore delle occasioni trova qualche lavoretto, spesso a nero, e riesce a sbarcare il lunario senza reali prospettive per il futuro e di fatto stracciando quel pezzo di carta che è la laurea. Nella peggiore delle ipotesi non trova nulla e torna a vivere con i genitori o cerca qualche altra fonte di sostentamento (non sempre legale).

    Ci si chiede come mai in alcune zone la malavita riesca a reclutare tanti giovani. Si pensa che la causa siano le difficili condizioni di povertà e disagio ma non è sempre così. Dietro c’è anche per la mancanza di alternative. Il problema sociale si trasforma in problema economico per due motivi: in primis perché i più capaci decidono che l’Italia non li merita e cercano fortuna all’estero. In questo modo lo Stato spende per formare dei lavoratori che poi produrranno per il Pil di un concorrente, da qui la perdita di competitività. E’ la cosiddetta ‘fuga dei cervelli‘ che rende sempre meno attraente e produttivo il mercato italiano per gli investimenti stranieri. Il secondo problema economico è il crollo della spesa, proprio nella fascia d’età che mostra la propensione all’acquisto maggiore. I giovani muovono il mercato ma fino a quando potranno mantenere uno stile di vita non sostenuto da adeguate entrate? E’ il classico serpente che si morde la coda.

    Per come l’abbiamo dipinta la condizione dell’Italia sembra senza speranza. In effetti da parte della politica non sembra esserci la lungimiranza necessaria per porre in essere le riforme giuste. Troppo presi a non scontentare la base elettorale e a coltivare il proprio piccolo orticello, i politici italiani sono quelli che hanno reagito peggio alla sfida della crisi economica. Il rinnovamento in Parlamento, tanto sbandierato in campagna elettorale, non c’è stato affatto e i costi della macchina pubblica continuano a crescere. Il neo-premier Matteo Renzi sembra voler cambiare le carte in tavola ma la sua ricetta non convince tutti (sindacati in primis) perché parte dall’abolizione, pur limitata nel tempo, delle tutele dell’articolo 18. Eppure prima o poi un primo passo dovrà essere compiuto perché l’Italia cammina lungo un percorso molto pericoloso, dal punto di vista sociale prima ancora che economico.

    Quali potrebbero (e dovrebbero) essere le mosse per contrastare la disoccupazione giovanile? Innanzitutto una riforma seria che porti a una netta diminuzione costo del lavoro, perché è assurdo che lo stipendio che porta a casa il lavoratore rappresenti un terzo di quanto lo stesso lavoratore costa all’azienda. Una riforma per consentire alle aziende di assumere con contratti decenti e senza usare i soliti sotterfugi, accompagnata però da controlli più duri ed efficaci sulle aziende alla ricerca dei furbi che usano contratti illegali per nascondere il lavoro dipendente (false partite Iva, stage senza rimborso, contratti a progetto reiterati). Solo dopo aver fatto questo si può pensare a un complesso di agevolazioni per le assunzioni per facilitare l’accesso al lavoro. Come questi suggerimenti verranno applicati e quanto tempo ci vorrà prima di una riforma seria sono i due passaggi per comprendere se l’Italia riuscirà a risalire la china e a fermare l’emorragia di giovani nostrani che fanno la fortuna delle aziende all’estero.

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