Delocalizzazione produttiva, le aziende che fuggono all’estero: cause e conseguenze

Delocalizzazione produttiva, le aziende che fuggono all’estero: cause e conseguenze
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    La questione della delocalizzazione produttiva delle realtà aziendali italiane è sempre di stretta attualità, tema intrigante portato qualche tempo fa sulle prime pagine dei giornali dalla trasformazione della Fiat in FCA. Che potrebbe essere il primo passo verso la definitiva fuga della casa automobilistica dall’Italia. E’ proprio questo la delocalizzazione, la decisione delle imprese italiane di spostare in parte o in toto la produzione all’estero. Una scelta che scatena il gioco delle parti: da un lato chi accusa le aziende di essere alla ricerca del guadagno facile tradendo l’identità nazionale; dall’altro quanti osservano con disincanto il declino del sistema economico italiano e giustificano le imprese con un laconico “fare impresa in Italia è molto più difficile che all’estero”. Chi ha ragione? Ma, soprattutto, quali sono le conseguenze della delocalizzazione?

    Partiamo da una sintetica definizione: la delocalizzazione economica consiste nel dislocare il processo produttivo in un’area geografica diversa rispetto a quella dove l’azienda ha sempre operato. Un falso mito vuole che questo fenomeno sia il frutto della globalizzazione e dell’apertura dei mercati, che avrebbero favorito le aziende alla ricerca del risparmio sul lavoro e del massimo profitto. In realtà la delocalizzazione esiste da ben prima della creazione delle aree di libero scambio e dell’avvento delle potenze economiche dall’Asia. Al tempo stesso non sempre le aziende spostano all’estero la produzione per pagare meno i lavoratori. Il discorso è molto più complesso e riguarda incentivi di sviluppo, economie di scale e, non ultima, la politica economica dei singoli Paesi. Ma allora perché si delocalizza?

    Secondo le teorie economiche moderne non esiste un solo obiettivo dietro i piani di delocalizzazione. La convenienza economica è il motore principale che spinge le aziende a guardare fuori dai confini nazionali, ma non sempre economicità fa rima con salari più bassi. Molto spesso, infatti, si confonde tra salario e costo del lavoro, che sono due cose molto diverse. Nella maggior parte dei casi la delocalizzazione non dipende dalla volontà di corrispondere minori salari in busta paga, altrimenti non si spiegherebbero i dati sul fenomeno: negli ultimi 10 anni quasi 11mila aziende hanno trasferito la produzione all’estero ma sempre in Occidente e solo poco più di mille imprese italiane sono andate in Asia.

    La verità è che in Italia non sono tanto i salari a pesare (tanto è vero che il potere d’acquisto è praticamente bloccato da anni) quanto la tassazione sul lavoro. Il costo di ogni singolo lavoratore sul mercato italiano diventa spesso insostenibile, soprattutto per quelle aziende medie che rappresentano la spina dorsale dell’industra dello stivale. Dal punto di vista dell’imprenditore lo scopo ultimo è ottenere un concreto vantaggio comparato e questo si ottiene non solo cercano costi più bassi ma attraverso un complesso di regole (sindacati più flessibile, tassazione più morbida), know-how specifico e consuetudini che rendono un Paese più appetibile di altri.

    Si dirà che in Europa si prediligono i Paesi dell’Est, più instabili e ancora terra di conquista. Non è del tutto vero, dato che i Paesi prediletti per l’espatrio dalle aziende italiane sono la Francia, l’Austria, la Svizzera, la Germania e gli Stati Uniti, non certo mercati con una legislazione sul lavoro più flessibile della nostra. Anche quando si parla di Est Europa, i fattori che rendono appetibile il trasferimento delle produzioni non riguardano solo la manodopera a basso costo ma soprattutto “la diffusione di percorsi formativi specialistici, l’aumento del numero di lavoratori in formazione continua, i mercati interni in crescita e il rafforzamento delle istituzioni” (secondo un’analisi di Limes del 2012). Di chi è la colpa allora: delle aziende o dello Stato?

    Il paragrafo precedente serviva a descrivere uno scenario ben più complesso di quanto le pubbliche accuse possano lasciare intravedere. Questo, ovviamente, non significa certo volere giustificare le tante aziende che hanno fatto le valigie e sono volate verso Paesi più deregolati per un mero tornaconto economico. Il problema, semmai, è che questa situazione incresciosa (che non riguarda solo l’Italia ma che da noi ha assunto dimensioni endemiche) è il frutto di un concorso di causa tra imprenditoria e Stato. Le imprese da parte loro sfruttano ogni occasione per risparmiare e spesso sfruttano i dipendenti senza alcuna remora (la Cina e l’India sono un esempio lampante, così come i continui incidenti nelle aziende manifatturiere in Bangladesh). Lo Stato da parte sua fa di tutto per convincere le imprese a lasciare il territorio italiano.

    Non è un caso se l’Ocse piazza il nostro mercato agli ultimi posti in Europa come appetibilità per i capitali stranieri. Non riusciamo a tenerci i nostri investitori interni, figurarsi attrarre quelli stranieri. Dov’è il problema? Nella burocrazia asfissiante, innanzitutto, che rende la vita delle aziende sempre più difficili, tra tempi biblici e cavilli che impantanano produzione e innovazione. Nella tassazione, in secondo luogo, perché le imprese sono oppresse dall’erario alla ricerca dei fondi perduti: tassare gli onesti quasi al 60% è un furto legalizzato quando in Italia ancora resistono sacche di evasione fiscale totale (ed è qui che bisognerebbe agire con forza). Nel costo del lavoro, di cui il salario rappresenta solo un terzo del totale, e nel costo dell’energia che limita ampie zone, soprattutto al Sud. Nell’inefficienza della macchina dello Stato e della Pubblica Amministrazione, infine, perché è lì che risiede la radice del male.

    La conseguenza di tutto questo? Considerando solo le aziende con minimo 10 dipendenti e con fatturato minimo di 2.5 milioni di euro, negli ultimi 10 anni l’Italia ha perso qualcosa come 27mila aziende fuggite all’estero attraverso la delocalizzazione parziale o totale. Il che si traduce in 1 milione e 600mila posti di lavoro generati all’estero invece che da noi, con aumento del tasso di disoccupazione a livelli record e circa 15 miliardi di euro spesi soltanto per gli ammortizzatori sociali. Tutti soldi che lo Stato si ritroverebbe in cassa se solo avesse mostrato più lungimiranza, da un lato facilitando le imprese e dall’altro rendendo più difficile portare la produzione all’estero. Un serpente che si morde la coda perché quei circa 30 miliardi sottratti al mercato interno avrebbero dato respiro alle famiglie rimettendo in moto la domanda interna.

    Situazione ancora più assurda se si pensa che alcune iniziative governative (apparentemente inspiegabili) puntano addirittua ad agevolare chi vuole delocalizzare. Un esempio? Lo strumento dei crediti agevolati alle imprese italiane che intendono creare joint ventures con imprese locali nei Paesi in via di sviluppo.

    Dietro la cortina di fumo dell’aiuto a favore dei Paesi in difficoltà si nasconde in realtà un’autostrada aperta per chi vuole investire all’estero invece che in Italia. Sottraendo posti di lavoro e (lo ricordiamo) introiti da tasse al nostro Paese. Ancora una volta a pagare siamo noi cittadini.

    Quando si parla di aziende italiane che delocalizzano il primo nome che viene in mente è quello della Fiat che, da quando è nata la holding FCA (Fiat Chrysler Automobiles), sembra sempre più proiettata verso l’estero. Ormai la sede legale è stata spostata in Olanda e la residenza fiscale in Gran Bretagna. In Italia resta parte della produzione ma, stando alle continue minacce di Sergio Marchionne, presto la FCA potrebbe anche decidere di chiudere definitivamente i conti con l’Italia (nonostante gli oltre 50 anni di aiuti economici e di facilitazioni da parte dello Stato). Negli anni ha spostato parte della produzione negli stabilimenti in Polonia, Serbia, Russia, Brasile, Argentina, con la perdita di oltre 20mila posti di lavoro (dai 49.350 occupati nel 2000 si è arrivati a 31.200 nel 2009, secondo l’Espresso).

    L’azienda simbolo del sistema produttivo italiano non è comunque l’unica che abbia deciso di produrre all’estero (nel suo caso in diverse location, dalla Polonia alla Serbia). Ultimo caso in ordine di tempo quello della Del Conca, gruppo leader nella produzione di ceramiche che, dopo 10 anni di battaglie per ampliare gli stabilimenti di Rimini, ha deciso di aprire una nuova sede a Loudon, nel Tennessee. Dove è stata accolta a braccia aperte e le pratiche sono state sistemate in meno di un anno. La burocrazia asfissiante, ancora una volta, ha portato posti di lavoro all’estero cancellandoli dalla mappa italiana. Come biasimare l’azienda in casi del genere? Caso eclatante, seppure molto diverso, anche quello della Firem, azienda specializzata nella produzione di resistenze elettriche, che ha fatto molto scalpore con la notizia del trasferimento senza preavviso in Polonia.

    Una fuga notturna dei macchinari che i dipendenti hanno scoperto solo attraverso una lettera che li informava del rinvio della ripartenza post-ferie agostane al 2 settembre. Peccato che, invece che in provincia di Modena, i dipendenti erano attesi a 1279 kilometri di distanza, a Olawa al confine con la Repubblica Ceca. Una follia resa meno amara dal parziale dietrofront della proprietà che, a quanto pare, continuerà a tenere parte della produzione a Modena. Ma è davvero un caso isolato? La delocalizzazione sembra essere diventato lo sport nazionale delle aziende italiane in periodo di crisi economica. Produzione, progettazione e ricerca ma anche call center, tutto viene spostato dove conviene. Fiat è il nome più altisonante, ma gli altri non sono da meno. Quale che sia il prodotto (o servizio) da produrre, all’estero ci sarà sempre qualcuno più conveniente di noi cui affidare il compito.

    Vediamo qualche esempio.
    Bialetti: la moka è ormai prodotta in Cina e l’omino ha ben poco di italiano.
    Omsa: la produzione è stata spostata in Serbia portando 320 dipendenti alla cassa integrazione.
    Geox: stabilimenti in Brasile, Cina e Vietnam, così su circa 30mila lavoratori solo 2mila sono italiani.
    Dainese: la griffe per motociclisti produce quasi tutto nei due stabilimenti in Tunisia.
    Ducati Energia: produzione negli stabilimenti in India e Croazia.
    Benetton: gli United Colors sono sempre più targati Croazia, così come i capi della Stefanel.
    Calzedonia: il brand di intimo produce quasi tutto in Bulgaria.
    Rossignol: tutto per la montagna, ma prodotto nello stabilimento in Romania, con 108 esuberi a Montebelluna qualche anno fa.
    Call center telecomunicazioni: praticamente tutte le aziende del settore hanno esternalizzato i call center, affidandoli ad operatori in outsourcing all’estero, per un totale di oltre 5mila posti di lavoro persi. Telecom Italia ha call center in Albania, Tunisia, Romania, Turchia; Wind in Romania e Albania; H3G in Albania, Romania e Tunisia; Wind in Romania; Sky Italia in Albania.
    Tutto questo senza contare i marchi e le aziende che sono state vendute in toto o in parte a investitori esteri e che, quindi, molto spesso decidono di spostare la produzione (ne sono ottimo esempio le case di moda, da Gucci a Valentino passando per Prada). Mettendo insieme le une e le altre un dubbio atroce si affaccia alla mente: ma ha ancora senso parlare di sistema produttivo italiano?

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