Kafila: l’indagine sulla tratta di esseri umani diventa romanzo

Kafila (opera di Celeste Bruno) narra vicende e peripezie dei migranti attraverso sofferenze, abusi, violenze e sequestri

Celeste Bruno Scrittore, già Commissario di Polizia 28 Aprile 2017 alle 18:59 in Cultura, Libri
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28 Aprile 2017 alle 18:59 in Cultura, Libri
    Kafila: l’indagine sulla tratta di esseri umani diventa romanzo

    Kafila è un’opera (AbEditore) tratta e ispirata da una vera indagine sulla tratta di esseri umani. Narra le vicende e le peripezie dei migranti attraverso sofferenze, abusi, violenze, sevizie e in ultimo, nel nostro Paese, di sequestri. È stata la prima indagine con questa particolare tipologia, condotta dalla Squadra Mobile di Milano, e una delle ultime coordinata dal dottor Luigi De Magistris della DDA di Catanzaro, poi sindaco di Napoli.

    Partiamo con l’estratto dell’informativa conclusiva della Squadra Mobile/Sezione Criminalità Organizzata di Milano:

    “…la totalità delle intercettazioni, dei servizi di Polizia giudiziaria, i complessivi indizi di prova acquisiti, faranno chiaramente emergere gli elementi costitutivi dell’associazione a delinquere sia sotto il profilo oggettivo, derivante da un accordo generale a carattere continuativo, destinato a permanere nel tempo anche dopo la perpetrazione di ciascun delitto programmato, sia sotto il profilo soggettivo rilevata la volontà e la coscienza di associarsi avendo i vari sodali lo scopo di commettere più delitti, e cioè di partecipare e contribuire alla attuazione del programma criminale.

    L’associazione in esame è caratterizzata da automatismi criminali ben sperimentati e rodati tanto da far ritenere che le attività siano risalenti nel tempo a ben prima che iniziasse l’indagine. I personaggi coinvolti contribuiscono fattivamente al buon esito delle operazioni, ognuno con le proprie peculiarità, e allora non deve stupire di vedere insieme, legati da un vincolo stabile e duraturo, cittadini extracomunitari regolari sul territorio in virtù della concessione di un permesso di soggiorno di carattere umanitario, dediti esclusivamente al compimento di azioni delittuose.

    Il giudizio complessivo sul comportamento degli indagati deve essere, dunque, estremamente severo e ulteriormente gravato dalla considerazione che a indurli alla commissione di reati non è solo la necessità di “sopravvivere” ma la ricerca ossessiva di denaro da richiedere ad altri sventurati che hanno la “fortuna” di sentirsi o forse apparire integrati ai loro occhi e a quelli più esasperati dei loro congiunti sottoposti a sequestro dopo un viaggio addensato da pericoli e calamità di ogni genere. Come in molti altri casi siamo dinanzi a una organizzazione strutturata in forma orizzontale, dove manca quel rapporto di rigorosa gerarchia tipica di altre e ben più complesse organizzazioni presenti in Italia”.

    Viaggi faticanti densi di pericoli e agguati

    Mediterraneo! Lo specchio di mare che divide dalla libertà, dalla speranza, dal sogno, dal poter urlare “io sono vivo”. Dalle distese asiatiche o dai profondi Sud della nera Africa, masse di fuggiaschi, uomini, donne, vecchi e bambini, si mettono in cammino con la speranza di un futuro, di un lavoro, di una vita migliore, per sottrarsi alle guerre, alle miserie, alle angherie e alle sottomissioni.

    Viaggi faticanti densi di pericoli e agguati. Le violenze e i soprusi sono all’ordine del giorno. Una marea umana in movimento, donne e uomini uccisi, abusati, picchiati, torturati. Aguzzini e trafficanti, uniti dal dio del profitto, incuranti delle necessità e delle aspettative altrui. La migrazione è come un bancomat a cielo aperto, da assaltare e svuotare. Nel circondario dei territori libici prospicienti le località di Sabratha, l’oasi di Zouara o nelle vicinanze degli insediamenti spagnoli in terra marocchina di Melilla e Ceuta, ogni giorno, giungono frotte di migranti, tutti desiderosi di raggiungere l’Europa, la nuova Terra Promessa.

    Le notizie provenienti da quei territori parlano di presenze da esodo, migliaia e migliaia di persone, in attesa di un imbarco o di un varco nelle maglie della frontiera.

    E quando ai migranti appare la sospirata ultima meta desertica, prima dell’ultimo approdo, eccoli ancora rintanati, rinchiusi, ammucchiati, in fatiscenti e improbabili “capannopoli”, erette, si fa per dire, con materiali di scarto o di fortuna, dove spesso vengono ulteriormente depredati, violentati, abusati, raggirati, sequestrati.

    Non hanno altra scelta che quella di affidarsi a loschi personaggi che gravitano tutto intorno, trafficanti ignorati o addirittura affiancati da figuri corrotti delle istituzioni locali.

    Criminali che fanno affari d’oro procurando ai fuggiaschi passaggi o imbarchi su carrette del mare governate non sempre da esperti marinai. Stipate all’inverosimile, sovente sono destinate al naufragio. Il mare poi, ogni tanto, restituisce quei corpi, facendoli ritrovare sulle spiagge.

    E quando il tratto di mare è coperto e pongono piede a terra, nella sospirata Italia, eccoli nei centri di accoglienza dove ancora, specie quelli con parenti già inseriti in questo nostro paese o in quelli europei, sono oggetto di attenzione di altre bande. Avvicinati, insidiati, turlupinati, con la minaccia che siano solo in attesa di essere rimpatriati, vengono convinti a fuggire a frotte per poi essere ancora sequestrati, aspettando che un loro congiunto, raggiunto telefonicamente, paghi un riscatto a un loro complice.

    E quindi, quando tutto il percorso sembra finito, in molti finiscono nelle mani dell’accoglienza per scoprire che a “mangiare” sulla loro pelle, non sono benefattori ma altri intrallazzatori e balordi in giacca e cravatta, in odore di mafia e politica. Un altro modo di fare bancomat, ma pur sempre criminale.

    L’Operazione Kafila è stata una articolata indagine finalizzata a contrastare i traffici di esseri umani, con smantellamento dell’intera rete di trafficanti in Italia, composta, in questo caso, in gran parte da cittadini sudanesi, in possesso del titolo di soggiorno rilasciato per motivi umanitari, affiancati da altri, con terminale, una efficiente stamperia clandestina allestita a Milano da cittadini maghrebini che procuravano ogni tipo di documento, italiano o estero. (Al Matbaà).

    L’indagine, una delle ultime diretta da Luigi De Magistris della DDA di Catanzaro, poi Sindaco di Napoli, ha rappresentato una sorta di vademecum per le ulteriori investigazioni coordinate dallo SCO (Servizio Centrale Operativo) avendo delineato, in maniera chiara ed efficace, le metodologie criminali dei trafficanti e le rotte utilizzate.

    Recensione di Fabrizio Capecelatro – giornalista e scrittore

    Solitamente, se pensiamo al rapporto fra Polizia e immigrati, ci vengono in mente immagini di contrapposizione. I poliziotti, dentro le loro tute antisommossa da un lato e i migranti, spogliati di tutto, dall’altro. Caschi blu che trattengono il caldo contro cappellini, spesso laceri, per proteggersi dal sole; stivaletti di cuoio che, forse involontariamente, calpestano piedi nudi e guanti di pelle che afferrano mani stanche.

    E così c’è chi, guardando quelle immagini, tifa ciecamente per l’una o per l’altra parte. Specie i detrattori delle Forze dell’Ordine che, in nome di una contraffatta anarchia, inveiscono da dietro la testiera di uno smartphone contro gli agenti che – a loro dire – invece di prendersela con chi sta rovinando questo Paese, se la prende con chi non ha nulla, riportando in auge il pregiudizio di una Polizia forte con i deboli e debole con i forti. Dall’altro lato c’è chi, forse per nascondere le proprie colpe, individua in quegli immigrati la rovina di questo Paese e, quindi, esorta gli agenti ad avere ancor di più il pugno di ferro.

    In realtà, se costoro guardassero con maggiore attenzione quei guanti che afferrano le mani stanche, si accorgerebbero che il gesto del pugno che gli agenti fanno con la mano è – nella maggior parte dei casi – un gesto d’aiuto. È un pugno forte perché, se così non fosse, non sarebbe sufficientemente deciso per agguantare l’altra persona e sorreggerla. È lì, in quella stretta di mano che Celeste Bruno invita a guardare con questo romanzo-verità che annulla qualsiasi contrapposizione fra i poliziotti e i migranti, che potrebbe esistere negli osservatori esterni ma non nei protagonisti dei quotidiani sbarchi che avvengono sulle coste italiane. L’autore infatti, per quanto possa aver ormai compiuto definitivamente il passaggio da poliziotto-scrittore a scrittore-poliziotto, resta protagonista delle vicende che racconta in questo come in tutti gli altri suoi libri.

    Ed è proprio questo suo essere protagonista degli eventi narrati che gli permette di raccontare la cronaca da un altro punto di vista e, quindi, offrire ai lettori una visione assolutamente nuova su un’attualità che non è sempre facile capire. Il racconto della prima indagine sulla tratta degli esseri umani diventa così, l’occasione per chiarire, una volta per tutte, chi sono i carnefici. Non i poliziotti, non chi viaggia in cerca di un futuro, ma chi quel viaggio se lo fa pagare a caro prezzo o ne trae un indebito vantaggio.

    KAFILA Copertina